Edgardo di iadunps 1 - Come mai l'Antologia di Spoon River è il quinto libro più venduto della settimana ovvero viva la muerte Ebbene sì, è proprio così. Edgar Lee Masters è vivo e lotta insieme a noi. O almeno lottano i suoi editori. Aprite Ibs e fatelo oggi, non domani o dopodomani, che magari le cose possono cambiare. Aprite Ibs, dicevo, e guardatevi la consueta classifica dei libri più venduti. In quinta posizione, dopo i vari Stieg Larsson, il solito Camilleri-Montalbano e perfino davanti ai numeri primi, eccolo spuntare, nella sua bella copertina bianchina, a cura di Fernando Pivano, la donna che ha dedicato la sua vita agli scrittori sfigati della beat generation. Peccato che Lee Masters fosse morto tipo un secolo prima o giù di lì: evidentemente non gliel'ha mai detto nessuno, alla Pivano, intendo, che me la immagino che da anni aspetta una telefonata dall'agente letterario di Lee Masters, perché lei nel '65, in tempi non sospetti, aveva chiesto di poterlo intervistare e prima o poi gliela daranno una risposta, no? Va a finire che è ancora viva solo perché è lì che aspetta 'sta telefonata, perché altrimenti avrebbe lasciato questa valle di lacrime assieme a Bukowski. Ora, c'è un tizio, e questo tizio si chiama Edgardo. Sì, Edgardo, come Masters. O almeno come un Masters italianizzato. In realtà non si chiama Edgardo, perché chiamare Edgardo un bambino sarebbe argomento utile alle assistenti sociali per strapparlo alla famiglia. "Alle", esatto, perché le assistenti sociali per definizione sono tutte donne. Sogno il giorno in cui mi visiterà un uomo per dirmi che maltratto mio figlio e per portarmelo via. Non perché sogni che mi portino via il figlio che ancora non ho e che chissà se mai avrò, ma perché sogno di vedere un uomo a fare il mestiere dell'assistente sociale. Sarebbe un bello shock culturale. Quindi Edgardo non si chiama Edgardo, a dire il vero. Edgardo ha un nome normale, da cristiano. Ma da quando ha letto l'Antologia del nostro amico Masters o Lee Masters (qualcuno ha mai capito qual'è il nome e quale il cognome, ad esempio?) ha deciso che il suo nome non valeva la candela e conveniva cambiarlo in qualcosa di un tantino più fico e d'effetto. Edgardo. Come quello degli Aristogatti, per dire (che anche quello in realtà è Edgar, ma cambia poco). Questo tizio, questo Edgardo, non assomiglia molto al maggiordomo degli Aristogatti e probabilmente non assomiglia molto nemmeno a Lee Masters. Se non altro per l'età: il nostro Edgardo ha 32 anni appena compiuti. Lee Masters oggi ne avrebbe tipo 150, credo, ed Edgar degli Aristogatti, contando che ne avrà avuti sì e no 50 negli anni '60, una novantina abbondante, andante per i 100. Chissà come se la passa il vecchio Edgar degli Aristogatti: brutta esperienza la sua, così maltrattato, spedito chissà dove. In fondo la sua era la sventura di tutti i maggiordomi sfruttati che sognavano prima o poi di ereditare, di mettersi un po' a posto economicamente. La sventura della classe lavoratrice. È un film dai pesanti risvolti anticomunisti, gli Aristogatti. Ma ne parleremo in un'altra sede, anche perché c'abbiamo un altro Edgar, non Edgardo, pronto in frigorifero, che s'ispira al maggiordomo degli Aristogatti, e a lui insomma dedicheremo un altro romanzo. Il nostro Edgardo trentaduenne, invece, ha come modello il poeta americano che parlava solo di morti. Anche lui, ispirato, ha deciso di dare un senso alla sua vita cercando di raccontare le avventure dei deceduti e quindi s'è presentato al Corriere della Sera, perché se proprio si vuole parlare di morti, tanto vale farlo di morti famosi. Al Corriere della Sera l'han guardato strano perché il nostro buon Edgardo intanto ha detto di chiamarsi Edgardo e questo già ha insospettito il capocronista; e poi ha detto non tanto che voleva fare il giornalista, quanto che voleva fare solo il giornalista di coccodrilli. Sapete cosa sono i coccodrilli, no? Quei pezzi in cui si piange (con lacrime di coccodrillo, saggiamente) il morto di turno, l'industriale, il politico, il banchiere, il cardinale. Purtroppo, gli dissero al Corrierone, di morti eccellenti ce n'è uno al mese, non di più e «che cazzo ti facciamo fare il resto del tempo?». Edgardo non aveva grandi pretese: d'altronde, era poeta dentro, e s'accontentava della fama: «Pagatemi solo quando pubblico, a cottimo». Lo fecero provare su un pezzo su Silvio Berlusconi, che è il morto eccellente che farebbe la fortuna di ogni coccodrillista, ma tirò fuori una poesiola degna appunto del suo nume tutelare Masters. Dorme dorme sulla collina, recitava. E ad Arcore non ci sono colline. Quindi niente da fare, niente Corrierone, il nostro Edgardo fa il disoccupato. Lui, a dire il vero, si presenta come poeta precario e pure un po' praticante, ma il succo del discorso è che non c'ha un euro e passa tutto il pomeriggio a guardare le classifiche dei libri su Ibs, dove trova conferma d'aver scelto un bel nome d'arte, dal futuro e sicuro successo. Sì perché quello che all'inizio di questa breve (finora) storia guardava la classifica di vendite era Edgardo stesso, non noi; o, meglio, noi siamo Edgardo. In realtà questo è un testo di Edgardo che abbiamo messo alla terza persona giusto per creare un po' d'illusione romanzesca e non propinarvi la solita storiellina autobiografica che ormai c'ha stufato. Storiella autobiografica in prima persona: c'hai rotto i coglioni. Ecco, ci siamo levati un peso dallo stomaco. E quindi Edgardo scrive, Edgardo interpreta, è un one-man-show. Ma torniamo a Spoon River e alle classifiche di vendita, che dobbiamo dare un senso al titolo di questo capitolo. Il senso è questo: Spoon River vende non perché non c'è nient'altro di valido da comprare (anche se questo, sostiene Edgardo, sarebbe un argomento più che valido) ma perché siamo in una cultura della morte, come la chiesa quando ci tira le righellate sulle dita. È appena morta Eluana Englaro e la gente cerca conforto nella poesia, nell'acqua che scorre lungo lo Spoon River. Ha bisogno di trovare speranza, di vedere come le morti siano tutte un po' sceme e quindi facili da gestire. 2+2 = 4. Ecco spiegato il fenomeno. E così Edgardo, facendo questa riflessione tra sé e sé, ha scritto una poesia da integrare all'Antologia, in una riedizione che lui sogna prima o poi di pubblicare da Einaudi. Fa più o meno così: Sulla collina sta anche lei la donna non donna morta quando già non viveva più viva nelle parole La donna che poteva aver figli ma che non poteva svegliarsi la donna di quaranta chili che, dicevano, poteva innamorarsi Notare la rima di chiusa, notare il ricorrente tema della collina, mutuato a dire il vero un po' anche da De André, presentato, in quel disco, dalla Pivano. Vedete che tutto torna? E, soprattutto, la Pivano non c'ha un cazzo d'altro da fare che occuparsi di 'ste cose? Una vita normale no, eh? E comunque non è mica solo Eluana, non è mica solo Edgar Lee, non è mica solo Fernanda e non è mica solo Silvio. Anche i Coldplay. Sticazzi, che va tanto di moda ultimamente. Anche i Coldplay. Avete ascoltato il loro ultimo disco? Viva la vida, sì, per carità, ottimismo molto british, ma anche Or Death and All His Friends. Questo connubio vita/morte che ritorna, queste campane di Gerusalemme che risuonano e cavallerie romane che cantano. Che poi, le cavallerie romane che cantano? Hanno strane idee sui nostri eserciti, in Inghilterra. Comunque, se ancora non l'avevate capito, Edgardo è il protagonista della nostra storia. 32 anni, poeta minore (molto minore), giornalista fallito, amante di Lee Masters ma dalle fattezze diverse. Giusto, le fattezze: bisogna pur dire com'è fatto, 'sto tizio, altrimenti la vostra fantasia potrebbe vacillare e potreste non durare il tempo di leggere queste storielle amene. Fisicamente è un tipo piuttosto insignificante, Edgardo: stempiatello, magrolino, mediamente alto, una specie di Roberto Saviano meno intelligente e coraggioso (sempre ammesso che sia Saviano il vero autore di Gomorra, cosa che a noi puzza un po'). (Sì perché... no, dai, non si parla male dei colleghi). (Sì ma se in fondo Gomorra non l'ha scritto Saviano allora vuol dire che Saviano non è uno scrittore, e quindi non è nemmeno un collega). (Quindi se ne potrebbe, a rigor di logica, parlare). (Però è anche vero che, pur non essendo scrittore, Saviano rimane giornalista, almeno a quanto ci dicono). (Bisognerebbe verificare se è iscritto all'ordine). (Ma tanto che c'importa? Ammesso e non concesso che l'io narrante di questa vicenda sia Edgardo, Edgardo non è giornalista, il Corrierone l'ha respinto). (Potremmo essere quasi colleghi, insomma). (Si può parlare male dei quasi colleghi?). E con questo immane dilemma, miei prodi, si chiude questo primo capitolo. Spero che la storia finora vi sia piaciuta: d'altronde, non è successo niente, quindi è difficile che ci sia qualcosa che non è di vostro gradimento, no? Voglio dire: sparatorie non ce ne sono, love story nemmeno, torbide storie di droga manco per niente. Non c'è nulla da scandalizzarsi. Potete farlo leggere anche ai vostri figli, questo capitolo, se vorrete. Abbiamo il bollino verde. Nelle prossime puntate: Edgardo e le donne. Sesso a bizzeffe. Quindi, se vostro figlio proprio ci tiene, fategli leggere questo di capitolo: gli passerà la voglia e non vorrà mai leggere il proseguo della vicenda. Ah, un'ultima cosa, proprio per te bel bambino: Babbo Natale non esiste. 2 - Di come Edgardo scampò all'arresto e di come s'innamorò perdutamente di una donna fatale ovvero gangster story Vi avevamo promesso sesso a bizzeffe e lo sappiamo che siete ancora su queste pagine solo per questo. Se vi promettevamo lotte greche-romane o drammoni esistenziali col cavolo che vi ritrovavamo ancora su questi schermi, di sicuro scappavate altrove, scappavate su YouTube o, se siete maschietti, su YouPorn e simili. Brutti maiali, voi uomini siete tutti uguali. Noi uomini siamo tutti uguali. Edgardo è tutto uguale, anche lui: nel senso che ha la faccia come il culo, le braccia come le gambe, le mani come i piedi. E non è una qualità. Comunque siete incollati qui, schiavi dell'attesa, incuriositi perché nulla c'incuriosisce più dell'amore, niente ci smuove più del sesso. E noi, da bravi figli di quest'Italia televisiva e sondaggista, vi diamo ciò che volete, non staremo qui a disquisire sulla moralità, sul buon esempio, sul compito educativo dell'arte. No. Volete sesso? E sesso avrete. Il guaio, l'unico, è che il protagonista di questo sesso è il nostro Edgardo. Sì, proprio il timido, imbarazzante poeta minore di cui avete da poco letto le gesta (sempre ammesso che voi non leggiate un capitolo di un libro e poi facciate una pausa di un paio di mesi prima di passare a quello successivo, come facciamo noi di solito). Edgardo, avete presente? L'uomo dal capello unto e rado, l'uomo che s'ìspira ad Edgar Lee Masters come maestro di vita e guru spirituale: com'è possibile, direte, che un tale scherzo della natura abbia potuto trovare qualcuno con cui copulare? Com'è possibile che lui sì e io no (perché lo sappiamo, cari lettori, che se leggete le nostre pagine è perché non c'avete la donna o l'uomo con cui copulare... sì perché o si legge Edgardo o si copula: tutto il resto nella vita è aria fritta)? Possibile, quindi che lui abbia trovato una donna? Possibile, possibile. Tutto è possibile nel fatato mondo dell'amore. Andiamo con ordine, però, non metteteci fretta, pazzi scriteriati: una storia si racconta punto per punto, senza saltare di palo in frasca. Con calma. Partiamo da dove eravamo rimasti e cioè dalla cocente delusione derivante dal rifiuto del Corriere della Sera che, come detto, non aveva voluto saperne di assumere il nostro buon protagonista nel ruolo di giornalista specializzato in coccodrilli. Proprio quel giorno, il giorno in cui si presentò a via Solferino, Edgardo vagò ancora a lungo per Milano, città non sua, città ignota, città piena di sorprese. Gli piaceva girare lungo strade che non sapeva dove andavano a finire, e lo faceva spesso. Qualche volta gli era toccato pure chiamare il 112 perché si era perso e non capiva più come tornare al punto di partenza (e meglio non riportare le parole con cui il 112 gli rispondeva, accusandolo di tenere occupata una linea deputata alle urgenze), ma il più delle volte l'esperienza era positiva, lo portava ad allargare le sue vedute, a conoscere l'Italia vera, profonda, come amava definirla lui nelle sue poesie. Sì perché poi, una volta tornato a casa, dedicava una poesia a tutte le persone che aveva fermato per strada per chiedere indicazioni. Poesie mortuarie, ovviamente, com'era il suo stile, in cui raccontava come sarebbe morto il signore col cappello che gli aveva indicato piazza Garibaldi o il ragazzino con l'iPod di via Matteotti; e se la gente lo avesse saputo, probabilmente non gli avrebbe dato le indicazioni stradali così volentieri. Proprio mentre vagava per Milano, allontanandosi sempre più dal centro, gli capitò di incrociare una ragazza, occhialuta come lui (non l'avevamo detto? no, non l'avevamo detto, solite dimenticanze indegne di un grande romanzo come questo: Edgardo porta gli occhiali. Montatura abnorme, ma lenti piuttosto sottili e li porta più che altro per darsi un tono... quale che sia il tono, questo è un altro discorso). La ragazza era di aspetto abbastanza mediocre, non nel senso negativo del termine: era, cioè, una di quelle ragazze che passano praticamente sempre inosservate, una invisibile, come direbbe un cantautore di secondo livello, nella grande metropoli. Capelli comuni, sguardo comune, vestiti comuni, insomma. Ecco, giusto uno zainetto sulle spalle, a darsi il tono, e probabilmente a esserlo anche, di universitaria un tantino fuori corso. Edgardo le si avvicinò pian piano, lentamente, puntandola da quando si trovavano ancora a circa 20 metri di distanza: le sceglieva sempre così, le sue interlocutrici, perché intanto, mentre si avvicinavano, aveva il tempo per studiarne le movenze, gli abiti, il modo di fare. Per scrivere una poesia mortuaria ci vogliono informazioni precise, dettagliate: mica ci si può inventare i dettagli. I dettagli devono essere veri. Già gli scocciava abbastanza inventarsi il nome dei personaggi, ma aveva notato che chiedere, oltre alla strada per la stazione dei treni, anche nome e cognome del passante tendeva a spaventare l'interlocutore. Se poi si avvicinava con l'occhio da maniaco, cosa che non riusciva molto ad evitare, la frittata era fatta. Qualcuno, una volta, aveva anche chiamato il 112: «C'è qui un tizio che chiede come arrivare in stazione in maniera troppo insistente». «Ancora? Sempre quel tizio?». E insomma aveva dovuto dileguarsi abbastanza in fretta in alcune occasioni. E così questa povera ragazza si fece gli ultimi 20 metri sotto stretta osservazione da parte di un trentaduenne alto, magrino, stempiato, occhialuto, vestito in modo oltremodo originale (e del look parleremo a tempo debito). Un ragazzo, ed è del nostro Edgardo che stiamo parlando se non vi è del tutto chiaro, che in quel giorno, in quel momento non se la stava passando nemmeno troppo bene, visto che era stato appena rifiutato in quello che lui riteneva essere l'unico lavoro adatto al suo talento: quindi, immaginatevelo un po', sguardo torvo, deluso, occhio lucido. Insomma, non faceva proprio per niente una bella impressione. E considerate pure il fatto, come dicevamo nel primo capitolo, che l'io narrante di questa storia, in fondo, è sempre lui, è sempre Edgardo: e ad essere così impietosi con se stessi ce ne vuole. Quando la fermò, la ragazza fece un piccolo sobbalzo, forse perché non era poi così abituata ad essere fermata per strada, o forse più semplicemente perché c'aveva anche lei i suoi grilli per la testa. «Mi scusi, - le fece Edgardo, che dava del lei anche ai bambini, quando capitava di rivolgergli la parola - sono giusto per la stazione?». Ora, a Milano ci saranno una ventina di stazioni, parlando solo dei treni; figuriamoci se si considera anche quelle delle corriere, della metropolitana e così via. «Q-q-quale stazione?», fece lei. Balbettava, forse non sempre, forse non perché era balbuziente ma solo per l'improvviso spavento di trovarsi davanti un tipo del genere che ti ferma per la strada. Però balbettava. In quel momento, proprio per la balbuzie che la rendeva un soggetto perfetto non per un'unica poesia ma per un'intera raccolta (sempre ammesso che morisse alla svelta, ma questo è un altro discorso), Edgardo decise che quella sarebbe stata la donna della sua vita e, di conseguenza, quella con cui avrebbe perso la verginità, ancora custodita non tanto gelosamente, però comunque custodita perché nessuno l'aveva ancora voluta. «È libera questa sera?» fu la domanda successiva: ormai la stazione non aveva più importanza. Che poi, l'amore, mica nasce dai cromosomi, mica nasce dall'ambiente, mica nasce dalla conoscenza reciproca. L'amore nasce per decisione, l'amore nasce perché un giorno, spesso per un motivo futile, qualche volta per il più stupido dei motivi, decidiamo di innamorarci di qualcuno. Se volessimo, ma se lo volessimo veramente, potremmo farne a meno; in realtà non lo vogliamo, perché ci sentiamo soli, perché abbiamo una dannata verginità da perdere, per mille ragioni. Che la verginità mica è facile perderla; non è mica come 10 euro, che se vuoi perderli basta che li appoggi su una panchina e giri la testa per un attimo da un'altra parte e - puf - persi per sempre. No, la verginità è un'altra cosa. Ti puoi pure mettere su una panchina e guardare in su, in giù, a destra e a sinistra, ma ti ritroverai sempre col tuo cosino nei pantaloni. Per perdere la verginità ti devi dare da fare, non è una cosa tanto semplice; e spesso, anche dandosi da fare, non è detto che si raggiunga l'obiettivo. Ci sono mille problemi da risolvere: prima di tutto, bisogna trovare una ragazza, e una ragazza con la quale perdere la verginità sia una cosa anche abbastanza gradevole (perché, se avesse voluto, qualche ragazza con cui perdere la verginità a pagamento Edgardo l'aveva pure trovata, nelle sue infinite peregrinazioni verso la periferia delle grandi città, ma aveva preferito declinare le offerte, anche perché al massimo in cambio della sua performance erotica era disposto a dare non soldi ma poesie funerarie... una volta un pappone l'aveva pure rincorso per menarlo: è difficile essere poeti oggi); poi, come se non bastasse la fatica di trovarne una disponibile, bisognava superare tutti quei vincoli etico-religiosi-culturali, tipo non bisogna perdere la verginità col primo che passa, il sesso la prima volta va fatto con l'uomo che poi ti sposerà e via dicendo. Nella prospettiva del buon Edgardo, queste erano tutte quisquilie: davanti alla morte, che il nostro eroe conosceva fin troppo bene, la paura di fare qualcosa di proibito perdeva completamente di senso. Cosa avrebbe fatto Edgar Lee Masters? Avrebbe scritto una poesia su una povera infelice, morta vergine perché aveva voluto aspettare troppo prima di concedersi al suo lui; e così aveva fatto anche il nostro Edgardo, l'aveva scritta una poesia su questa povera infelice, pronto poi a declamarla alla prima ragazza che gli avesse detto «Io vorrei tanto, ma, sai, la Chiesa non vuole», una poesia che era un inno alla vita e all'amore libero. Libero amore in libero stato. Peccato che non fosse mai arrivato fino a quel punto, non avesse cioè mai trovato una ragazza a cui poter fare la fatidica domanda. E cosa avrebbe fatto Edgar degli Aristogatti? Be', Edgar degli Aristogatti probabilmente l'avrebbe presa lo stesso con la forza, perché in fondo era un cialtrone; ma non era certo l'Edgar della Disney il modello di riferimento di Edgardo. E così Edgardo la sua bella poesiola funeraria l'aveva imparata a memoria, pronta ad essere declamata a comando. E mentre chiedeva alla giovane passante i suoi impegni per la serata, già cominciava a ripassarla mentalmente, sicuro che la potenza delle sue parole funebri l'avrebbe fatta crollare tra le sue braccia. Edgardo, nonostante pensasse tutto il giorno ai morti e a poco altro, aveva una grande passione dentro. Un po' sfigato sì, quindi, ma completamente cretino no. Cosa rispose la ragazza, la giovane milanese forse universitaria dal look completamente anonimo? Come reagì ad una proposta tanto improvvisa e strana? Ma voi credete veramente che la risposta ve la daremo adesso? Come l'altra volta, invece, vi rimandiamo alla prossima puntata. Fermi, fermi, calmate le proteste: il sesso, dite? Sì, lo so, è vero, vi avevamo promesso sesso. Be', sta arrivando, e in fondo un po' di sesso c'era anche qui: immaginato, negato, celato, ma pur sempre sesso. Ok, ok, volete cose più esplicite: nel ricordarvi che su internet esistono migliaia di raccontini erotici con cui potete placare queste vostre turpi voglie, vi promettiamo che la situazione sentimentale di Edgardo evolverà a breve. Ah, un'ultima cosa: caro bambino lettore, ti avevamo detto che il primo capitolo potevi anche leggerlo perché non c'era niente di che, ma che il secondo era roba da grandi. Cosa fai ancora qui? Non c'hai altro da fare nella vita? I compiti? Come «già fatti»? E vai a giocare fuori, all'aperto, coi tuoi amici. Cosa vuol dire «è inverno»? Dovresti avere la focosità giovanile dentro, dovresti essere un termo vivente. Poche storie, fuori. Via, via. E non farti vedere prima del sesto capitolo, chiaro? Ah, e visto che siamo in tema invernale: nemmeno la Befana esiste. Quella è tua nonna con un cappello mezzo rotto.