TRACK 2 - Il sogno del signor D. Il signor D. non sognava spesso, o almeno, una volta sveglio, non se ne ricordava. In genere si ricordava di pensieri che faceva nel dormiveglia, e li raccontava al figlio o ai suoi amici che incontrava per strada, di tanto in tanto, spacciandoli per sogni. Ma sapeva benissimo che non erano veri e propri sogni, perchè quando li faceva era in uno stato di semi-coscienza e quindi li influenzava a proprio piacimento. Ma a volte, alcuni di questi erano simpatici ed era bello raccontarli, impressionare gli ascoltatori. Anche quel giorno, il signor D. fece un sogno di questo tipo. Non un vero e proprio sogno, quindi, ma una specie di via di mezzo tra sogno e fantasia cosciente. Le ultime notizie della tv gli diedero il via. Una donna era stata trovata morta in seguito a un incidente stradale, mentre stava portando il figlio piccolo a scuola. Il bambino si era salvato. Come vivrà, si chiedeva la giornalista, ora questo bambino, avendo visto la madre morirgli davanti agli occhi? Riuscirà il padre a tirar su il bambino da solo? Il Governo si stava interessando alla cosa e pareva che stesse prendendo in considerazione la possibilità di clonare la donna morta. Il Presidente avrebbe parlato quella sera in tv, spiegando la sua posizione. La clonazione era regolata da leggi inflessibili, ma davanti a un dramma del genere, diceva la giornalista... Il signor D. immaginò la sua vita se sua moglie fosse morta in un incidente stradale. «Vuole che la cloniamo, signor D.?». «No, con mio figlio mi arrangio da solo. La lasci morire in pace». Che bella vita sarebbe stata. Senza donna, ma anche adesso era senza donna. Ma con in più un figlio, il proprio figlio, che ti aiuta e ti riempie le giornate. Tutte le giornate. Un figlio con cui discutere delle partite di calcio, dell'ultimo U-Disc, di chi votare alle prossime elezioni. Un figlio da tutti i giorni. Ma a qualcuno sarebbe venuto qualche sospetto. «Perchè non vuole che sua moglie venga clonata, signor D.?». Sognava i giornali, con titoli offensivi verso di lui, l'opinione pubblica che gli si scagliava contro, e allora il Presidente, non quello di adesso, quello che c'era vent'anni fa, che ordinava un processo contro di lui e di clonare la moglie. «Ma no, non la rivogliamo». E il Presidente che diceva che le decisioni le prendeva il popolo e il popolo aveva deciso. E poi il processo, in una brutta e grigia aula di tribunale. Con un avvocato che lo incalzava. «Lei ha ucciso sua moglie, vero?». «No, chi gliel'ha detto? Io no. È morta in un incidente...». «Ma quale incidente?». E gli mostrava le foto di una donna sgozzata, che non assomigliava per niente a sua moglie, ma, nel sogno, non riusciva ad accorgersene. Gli dicevano che era sua moglie e il signor D. non negava, non gli veniva neppure in mente di negare. Ma aveva una faccia diversa, un corpo diverso. E sua moglie era morta in un incidente d'auto, chi poteva averla sgozzata? «È vero che lei voleva vostro figlio tutto per sè?». «Io? Beh, mi farebbe piacere vederlo ogni tanto, ma da qui a dire...». Il sogno si faceva sempre più confuso, ancora il sudore gli calava dalla fronte e si agitava nel divano in salotto. Gli clonavano la moglie, ma ancora non assomigliava alla sua vera moglie, sembrava un'attrice chiamata a interpretare un ruolo non suo. La interrogarono al processo e il clone disse che sì, era stato il signor D. ad ucciderla. «Ma come, sei un clone, come fa a saperlo?». Ma nessuno lo volle ascoltare e lo arrestarono, levandogli il figlio e dandolo al clone della moglie. Si svegliò di soprassalto, con una goccia che gli tracciava una fastidiosa linea lungo la guancia. La bocca era impastata di saliva e il male alle tempie non si era affatto attenuato. Si sfregò un po' gli occhi e meccanicamente si grattò ancora il CON. Appena fece per alzarsi, però, vide i due ragazzi che aveva incontrato solo qualche ora prima. Ora erano seduti al tavolo. Li aveva riconosciuti anche nella penombra della sera (quanto aveva dormito? Un'ora? Due?), dalla barbetta sfatta di lui. Si schiarì la voce. - Chi siete? Come siete entrati? - Signor D., le avevo detto di non usare software di riconoscimento... - Software di riconoscimento? Di cosa sta parlando? Io non ho usato software di riconoscimento... - E questo cos'è? - disse il ragazzo, sicuro di sè, alzando il lettore, ormai un ammasso di rottami, dal tavolo. - Ah, non avevo capito che intendevate quello... Cos'è, me lo volete ripagare? - disse il signor D., ancora confuso dal sonno agitato. - No, affatto. Questo è un omaggio gratuito che lei ha usato male. Le vogliamo solo dare un consiglio: non si rivolga alla polizia - il tono si stava facendo quasi minaccioso. - Perchè? Anche il lettore ha detto di... - Non importa - lo interruppe - cosa ha detto il lettore. Sa di che marca era il suo lettore? - Bof, mi pare YNOS o una cosa così. - Esattamente, YNOS. E sa chi è proprietario della YNOS? - Ma che c'entra chi è proprietario della YNOS? - C'entra, c'entra. La YNOS appartiene al signor Paulo Ortin, e lei sa di chi sto parlando. - Guardi - disse il signor D. alzandosi dal divano - non me ne intendo molto di finanza. È un regalo di mio figlio che... - Il signor Ortin è un membro della Commissione. È chiaro che vuole che lei si rivolga alla polizia. - La... Commissione? - Ora noi ce ne andiamo, signor D. - disse alzandosi dalla sedia e facendo un cenno col capo alla ragazza che era con lui - ma lei non si rivolga alla polizia. Lo dico per il suo bene. - Il mio bene? Ma... insomma, non mi ha ancora detto chi siete, cosa volete, come avete fatto a... I due però, con passo veloce, erano già usciti dall'appartamento prima che il signor D. riuscisse a finire la frase. Fece un passo per andargli dietro, ma si accorse subito che non ce l'avrebbe fatta. Tanto valeva risedersi sul divano. I suoi pensieri vagarono brevemente tra l'idea della polizia, del clone di sua moglie morta e della Commissione. Gli sembrava di averne già sentito parlare, ma non ricordava dove. E si riaddormentò.