TRACK 3 - Un pranzo saltato Il mattino dopo il signor D. si svegliò ancora seduto sul divano, con la tv accesa sulle notizie. «Uuhh, altrochè compagnia! I vicini penseranno che organizzo vere e proprie feste notturne». La posizione scomoda gli aveva lasciato in eredità un bel torcicollo, che si andava a sommare a tutti gli altri dolorini che sentiva in quei giorni. Stranamente però il CON non gli dava fastidio, quella mattina, e questo lo mise di buon umore. La luce del sole filtrava attraverso la finestra, e penetrava ad illuminare il salotto. Della notte, ricordava solo due strane cose, due sogni. Il primo, l'omicidio di sua moglie, il clone e tutto il resto. Il secondo, con i due ragazzi incontrati il pomeriggio prima. Due sogni così strani e così diversi. Andò a farsi una doccia in bagno e poi a lavarsi i denti. Quel gusto raffermo in bocca e quel sudaticcio addosso ai vestiti gli davano fastidio, ma non per questo era meno felice. A pranzo era infatti ospite da suo figlio e consorte. Era la prima volta dopo 2 anni. Non l'avevano più invitato dopo che se ne era uscito con certi commenti poco felici sul Presidente. Suo figlio, invece, gli era, come dire, molto affezionato. Si era arruolato in polizia durante il primo mandato dell'attuale Presidente e due anni fa, in piena campagna elettorale, sperava fortemente in una sua rielezione. Il signor D. invece non aveva simpatia per il Presidente, ma nemmeno per i suoi avversari. In realtà, non è che la politica gli interessasse poi molto, preferiva non doverci pensare, ma quel giorno pensava di potere incamerare una conversazione interessante col figlio e aveva accentuato le sue posizioni politiche, per il gusto del dibattito. Il figlio non l'aveva presa affatto bene. E così non l'avevano più invitato. Certo, non avevano smesso di vedersi, ogni tanto lui andava a trovarli, ogni tanto loro venivano a trovare lui. Il signor D. pensava che fosse soprattutto merito di Kori, sua nuora, e perciò le era immensamente grato. Ma tutto sommato nemmeno il figlio si doveva trovare poi così male con lui. Non avevano avuto ancora un figlio. Erano sposati da 3 anni e il signor D. credeva che i tentativi ci fossero stati, perchè entrambi lo volevano, ma il figlio non era arrivato. Il figlio del signor D., una volta, si lasciò scappare che eventualmente, se non si riusciva, ci si poteva rivolgere all'Ufficio Cloni, ma Kori non ne voleva sentir parlare. La ragazza voleva un figlio suo, non di altri. Il signor D. non aveva un'opinione precisa sui cloni, ma c'erano molte idee diverse che si combattevano, in quegli anni, nell'arena politica. Il Presidente, ad esempio, era un convinto sostenitore dell'utilità della clonazione, per regolare la popolazione mondiale ma anche per venire incontro alle disgrazie delle famiglie più sfortunate. Grazie a questi argomenti era infatti riuscito a vincere le elezioni, quelle che avevano portato al litigio il signor D. e suo figlio. L'Opposizione invece voleva limitare l'utilizzo dei Cloni solo alla cosiddetta Regolazione dell'Equilibrio. Cioè solo per mantenere costante la popolazione mondiale. C'erano poi un gruppo molto più sparuto di forze politiche che si opponevano in toto alla clonazione e un altro che invece la voleva vedere liberalizzata per chiunque potesse permetterselo. Quella volta che litigò col figlio, il signor D. sostenne che la clonazione andava vietata, che non era corretta eticamente. Suo figlio gli rispose che era un estremista, ma non capì che il giudizio del vecchio era dettato dal sogno - ricorrente - della moglie morta in un incidente e poi, disgraziatamente, clonata. «Me ne basta una di così, ma coi cloni non mi libererei mai di lei». Dopo la doccia ed essersi lavato i denti, il signor D. si sentiva meglio. Anche il collo non gli doleva quasi più e in camera scelse dall'armadio i vestiti che gli sembravano più adatti. Non voleva sfigurare, voleva che tutto, quel giorno, fosse perfetto. Si sentiva solo e sapeva che si stava avvicinando l'età del Ricovero Potenziale. Doveva trovare qualcuno che potesse garantire per lui, che potesse evitargli di essere messo in uno di quegli ospedaloni asfittici, tutto il giorno a guardare la tv e a giocare a scacchi contro il computer. In sala, sopra al tavolo di legno, rivide lo strano oggetto con cui aveva avuto a che fare il giorno prima, e notò che l'esplosione aveva rovinato la superficie del tavolo. «Vabbè, tanto era vecchio e non ho mai ospiti». «Contattare il più vicino posto di polizia», si ripeteva. Ma poi quel sogno coi due ragazzi che gli dicono di non farlo. Cosa voleva dire? Forse il suo subconscio gli suggeriva di lasciar stare, di non tediare suo figlio con domande stupide. Certo, doveva essere proprio così. Non c'era bisogno di procurargli impicci inutili. Tutto quel giorno doveva andare liscio, niente doveva turbare l'equilibrio. - Ora? - disse, dopo aver avvicinato il polso alla bocca. - Sono le ore 9 e 47 minuti - rispose il braccialetto che teneva a sinistra. Era presto. Il sonno sul divano aveva sconquassato i suoi orari. Decise di dare un'ulteriore occhiata a quell'oggetto che, ormai aveva deciso, non avrebbe comunque mostrato al figlio. Appena lo prese in mano, però, gli ritornò quella strana sensazione, come se avesse già tenuto in mano qualcosa di simile, come se una volta avesse saputo di cosa si trattava. Ma, più ci pensava, più quell'idea sembrava sfuggirgli, irraggiungibile. Lo esaminò più a fondo. L'esterno era rigido, resistente, mentre l'interno più morbido, pieghevole. All'esterno era verde, mentre all'interno bianco con dei minuti e costanti segni neri. Ma, a guardarli bene, non sembravano segni o macchie fatte a caso. C'era, come dire, una certa simmetria, un ordine che pervadeva quelle cose bianche. Certi segni si ripetevano uguali, in parti diverse dell'oggetto; certi erano più grandi, altri più piccoli. Forse si trattava di una specie di gioco, un quiz televisivo. «Se ne inventano sempre una nuova!», si ripeteva, quasi a volersi convincere. Ma non ci riusciva. Quell'oggetto aveva qualcosa di inquietante. La serenità con cui si era svegliato stava pian piano scomparendo, lasciando il posto all'inquietudine per questo oggetto. Cos'era? E perchè gliel'avevano dato? Perchè lo scanning non aveva funzionato? Perchè aveva sognato ancora quei due tizi, sempre ammesso che fosse un sogno e non la realtà? Era inutile, non c'era niente da fare. Le domande rimanevano senza risposte e gli facevano solo crescere il mal di testa. Lanciò l'oggetto sul tavolo e si fermò, in piedi, in mezzo alla stanza. Guardò la tv, pensando che avrebbe potuto accenderla e vedere un po' di notiziari, ma non ne aveva nessuna voglia. Sentì invece, all'improvviso, una certa fame, e si ricordò di non aver fatto colazione e non aver neppure cenato la sera prima. Si avviò quindi verso la cucina. «Come ho fatto a dormire così tanto?», si chiedeva. Non gli succedeva spesso di addormentarsi sul divano, e comunque mai per così tante ore. In genere la scomodità lo faceva svegliare e lo costringeva, almeno, a trasferirsi in camera da letto. Quella notte invece era andata diversamente, ma forse tutto era legato a quella specie di corto circuito del lettore. Chissà, magari gli aveva portato, tramite il CON, qualche scompenso. Mentre si preparava un caffè bollente e un toast, sentì squillare il videofono. Spense tutto e corse a rispondere. - Pronto? - nel video comparì la faccia di Kori, la moglie di suo figlio. - Pronto? Salve signor D.. Come andiamo? - era una bella donna, mora, capelli lunghi, sempre sorridente. E con lui era sempre stata molto gentile. - Oh, si tira avanti. Voi, tutto bene? - le disse, mentre la sua mente pensava al possibile motivo di quella chiamata. Forse non era per annullare tutto, forse volevano semplicemente assicurarsi che si fosse svegliato, volevano confermare l'ora, o qualcosa del genere. - Sì, sì, bene, grazie. Senta, purtroppo c'è un problema. - Ah... - Ecco, suo figlio è stato richiamato in servizio stamattina, pare che ci sia stato un attentato o qualcosa del genere verso un ufficio pubblico e tutta la polizia è stata mobilitata... - Capisco... - Ma non si preoccupi, abbiamo solo rimandato! Che ne dice di venire domani sera, invece? Se vuole la veniamo a prendere noi in macchina e poi alla fine la riportiamo anche a casa... - Oh, beh, grazie. Sempre se non disturbo... - la nuova offerta gli aveva dato un'enorme sollievo e faticava a nasconderlo. - Macchè disturbo, si figuri. Siamo felicissimi di averla a cena da noi. Allora, va bene per domani sera? - Sì, credo di essere libero - chiaramente, era libero tutte le sere, ma questo non era obbligatorio dirlo. - Allora d'accordo. Magari ci sentiamo di nuovo domani, così le dico l'ora in cui passiamo a prenderla, ok? - Va bene. Grazie. Ciao. - Arrivederci signor D.. L'immagine di Kori scomparve dal videofono. «Scampato pericolo», pensò. Per qualche attimo aveva temuto di aver fatto qualcosa di male o che suo figlio si fosse ricordato che non lo sopportava. Invece era solo questione di aver pazienza, di aspettare solo 36 ore in più. Ritornò in cucina, mangiò il toast, ormai un po' freddo, e bevve il caffè, che invece si era mantenuto abbastanza caldo. Uscendo dalla cucina abbassò lo sguardo sul bel vestito che aveva addosso - camicia, cravatta e un bel completo grigio, in contrasto con le ciabatte che portava ai piedi - e decise che era meglio toglierlo prima di sporcarlo, che tanto gli sarebbe servito il giorno dopo. Ritornò in sala in un vestito più comodo e accese la tv. Scoprì facilmente dov'era stato l'attentato di cui gli aveva parlato Kori, e decise di andare a darci un'occhiata. Era curioso di vedere suo figlio al lavoro, ma si ripromise di stare attento a non farsi vedere da lui. Non voleva stuzzicarlo o provocarlo. Davanti alla porta di casa si levò le ciabatte e infilò i mocassini neri. Mentre, chinato, compiva quest'operazione, notò nel corridoio alcune macchie di fango. «Che strano, in genere me le levo sempre appena entrato, le scarpe... Bah, pulirò dopo». E uscì.