ÿþTRACK 4 - L'attentato La città, in settembre, gli piaceva molto. Quell'odore triste nell'aria, il ritorno alle abitudini e alla monotonia di sempre dopo la pausa estiva. Per lui, che viveva la tristezza e la solitudine come condizioni normali, era un po' come sentirsi a casa, meno solo. Qualcuno si sentiva come lui e il fatto che questo qualcuno fosse addirittura una stagione lo tirava un po' su di morale. «Dunque... via Rok, dev'essere di là...», si disse sottovoce. Viveva in quella città da anni, ma quel quartiere gli era quasi del tutto estraneo. Pensò che forse avrebbe fatto meglio a portarsi dietro l'U-Disc con la piantina. Girato l'ultimo angolo vide la calca, ammassata davanti a un grande e grigio edificio, eretto chissà quanti anni prima. Nonostante la sua stazza notevole, il lungo impermeabile faceva sì che non spiccasse tra quell'ammasso di gente. Si avvicinò alla zona transennata, sentendo i commenti della gente. - Sì, sembra un attentato... - Era da tanto che non se ne vedevano... - Saranno state le nove, le nove e dieci... - No, io non ero qui, ma ho sentito il botto da lontano... - Boh, io dei terroristi ne ho sentito parlare solo a scuola... Io dei terroristi ne ho sentito parlare solo a scuola. Era tanto, infatti, che nella Nazione non si verificavano episodi di terrorismo. Nessun attentato, nessuna strage. Era stato un secolo di grande tranquillità. La pacificazione portata dal nuovo Sistema Parlamentare. Tutti felici, tutti contenti, tutti in pace. Evidentemente non tutti. La gente, però, spingeva, e il signor D. si ricordò di non avere più la prestanza di una volta. Dovette chiedere più volte permesso, cedere il passo a qualche donna voluminosa e dallo sguardo torvo, ma infine riuscì ad avvicinarsi e a vedere la scena. Doveva essere scoppiata lì, davanti all'edificio. Forse era in un'auto parcheggiata. Ma di che edificio si trattava? Kori aveva parlato di un edificio pubblico, ma sicuramente non era uno dei più noti. «Che strano... Fosse stato per me l'avrei messa sotto il municipio o sotto un palazzo governativo». Invece era un grigio palazzo di periferia, e la targa che ne indicava la funzione era stata spazzata via insieme alle vetrate dell'ingresso. Avesse avuto ancora il lettore portatile avrebbe potuto farne uno scanning e scoprire di che cosa si trattava. Ma il lettore era fuso e già iniziava a cadere qualche timida goccia di pioggia. «Settembre», pensò. Stette ancora davanti alle transenne per qualche minuto, poi all'improvviso si accorse che suo figlio stava uscendo insieme ad altri poliziotti dalla zona. Cercò di ritornare indietro, di rimischiarsi tra la folla. Non voleva che lo sorprendesse lì, avrebbe capito che vi si era recato dopo la videofonata di Kori. Non voleva fare la figura del padre apprensivo, che gli mette il fiato sul collo. Velocemente, s'infilò in un bar. - Salve - gli fece il barista. Il locale era praticamente vuoto, c'era solo un uomo, con la barba sfatta e i capelli arruffati, seduto in fondo, da solo. - Salve - rispose il signor D.. - Cosa le servo? - Un bicchiere di tè freddo al limone, perfavore - disse, sedendosi al bancone. Questa faccenda dell'attentato non lo lasciava tranquillo. Non che si preoccupasse di sè, non aveva timore per la propria sorte, almeno non direttamente. Si preoccupava per il figlio. Sicuramente, se fosse iniziata una nuova stagione del terrorismo, termine usato solo dai dischi di storia, suo figlio sarebbe stato nel mezzo della mischia. In prima linea, un bersaglio facile. No, era meglio non pensarci. Cosa avrebbe fatto senza suo figlio, l'unica piccola parte della famiglia che ancora gli rivolgeva la parola? Era triste vivere così, solo, con lo spettro di finire in Ricovero Anziani. - Ecco il suo tè - gli disse il barman, porgendogli un bicchiere appannato. - Grazie... Dica un po', ha sentito lo scoppio, stamattina? - Uh, certo che l'ho sentito... a momenti faceva saltare i vetri anche a me - disse, evidentemente desideroso di scambiare quattro chiacchiere sull'accaduto. Era magro, e il grembiule e l'asciugamano bianchi ne esaltavano lo slancio verso l'alto. - Ma che edificio è quello lì? - Mah, un condominio. C'è qualche ufficio statale, ma perlopiù sono appartamenti... - Gente importante? - In un quartiere così? Chi vuole che ci venga a vivere, qui? - Eh, già... - disse il signor D., con rassegnazione. Era proprio vero, la natura umana è sempre incline alla lamentazione. - Eh, la vorrei io una casa in centro... L'uomo col soprabito sorseggiò avidamente il suo tè. La lunga camminata gli aveva messo sete e l'aria era stranamente afosa. - Speriamo che piova - riprese il barista. - Sì, prima ho sentito un paio di gocce. - Magari porterà via anche lo sporco... - La polvere? - chiese il signor D., che non aveva capito. - No, il sangue... - Sangue? - disse, con una vena di paura nella voce - Ci sono state delle vittime? - Una, che io sappia. Una ragazza. - Dove? - Uh, sul marciapiede, vede - disse indicando - là dove ci sono tutti quei poliziotti in cerchio. Mentre il signor D. guardava fuori dalla vetrata, a bocca aperta (uno dei poliziotti in cerchio era proprio suo figlio), il barista andò a riempire un altro bicchiere di whisky all'avventore in fondo al locale. - Pare anche che fosse giovane. - disse, ritornando dietro il bancone - Io non l'ho vista ma mi hanno detto sui vent'anni. - Poveretta... a quell'età... - concluse il signor D., non staccando gli occhi da quell'immagine, da quegli agenti che coprivano il corpo della morta - Quant'è? La pioggia scendeva incerta, qualche goccia adesso, qualche goccia dopo. L'afa, invece, era rimasta e non accennava ad andarsene. Il signor D. aveva preferito non riavvicinarsi alla scena dell'attentato, non adesso che c'era anche suo figlio a presidiarla. Sicuramente ci sarebbe stato un notiziario con più di qualche servizio sull'accaduto, sicuramente quella sera il Presidente avrebbe parlato in tv. Forse anche la cena della sera successiva sarebbe saltata. Il signor D. capì, infatti, che il figlio non l'avrebbe presa sottogamba, come non prendeva sottogamba niente nel suo lavoro. Il signor D. invece non era così, non lo era mai stato. Per sua fortuna, aveva sempre saputo valutare le cose con leggerezza, non dar loro mai più importanza di quanta non ne meritassero e questo gli aveva permesso di vivere tranquillo a lungo. Tranquillo e solo. Con il suo solito passo lento e trascinato si era quindi avviato verso casa, e, fatte le scale, era rientrato nell'appartamento al secondo piano. Subito si tolse le scarpe e vedendo il fango sul pavimento si ricordò che doveva dare una ripulita. «Dopo. Prima vediamo se il notiziario dice qualcosa». Accese la tv e disse: «Canale Informazioni». La presentatrice, da studio, parlava proprio dell'attentato. - Questa mattina, nel quartiere di Potilki, e più precisamente in via Rok, si è verificato un clamoroso attentato, davanti a un edificio dove hanno sede alcuni uffici del governo. Un'autobomba è infatti esplosa alle ore 9.06, provocando danni non gravi alla facciata dell'edificio, ma provocando una vittima, sembra una giovane passante. Ecco la foto. Alla giovane donna è stato fatto l'esame delle impronte digitali che ne ha rivelato le generalità agli agenti, generalità che per ora ci rimangono sconosciute... La foto presentava una bella ragazza, bionda, sui venti, morta, distesa sul marciapiede. Dalla bocca le usciva un filo di sangue, raggrumato. Il viso era bluastro, ma non presentava i segni dell'esplosione, che l'aveva probabilmente colta alle spalle. La cosa che inquietò maggiormente il signor D., però, era che la ragazza era la stessa che il giorno prima gli aveva dato quello strano oggetto che ora si trovava sulla sua tavola. Sentì improvvisamente che il CON aveva ricominciato a fargli male.