TRACK 5 - I Nascosti In una stanza buia, quattro mura strette, senza finestre, illuminata solo da una vecchia lampadina che scendeva dal soffitto, Jon L. stava seduto, le gambe appoggiate sulla scrivania. In bocca aveva un chewing-gum, che masticava nervosamente. Lo sguardo invece era fisso sul muro disadorno. Ad un certo punto bussarono alla porta di legno. - Avanti - disse, con voce quasi impercettibile. Entrò un ragazzo, con al braccio un fucile. - Max è qui, capo. - Fallo passare - disse, accompagnando le parole con un gesto della mano. Max entrò a capo chino, lentamente. Prima che il ragazzo di guardia richiudesse la porta, Jon L. gli ordinò di portare un'altra sedia. - Allora? - chiese, senza nemmeno abbassare le gambe dalla scrivania. - Beh, avrai visto la tv... - Sì, l'ho vista. Tu, cos'hai da dirmi? - Io - disse, prendendo la sedia che il ragazzo di guardia stava passandogli - non so cosa sia andato storto. Avevamo preparato tutto seguendo le istruzioni di Rurik, ma... - Ma...? - E' scoppiata troppo presto. - Stavate venendo via? - Sì. - E l'obiettivo? - Completamente mancato. Jon L. sbuffò. Non gli importava tanto della perdita di uno dei suoi, ma l'obiettivo non andava mancato. Era l'occasione che aspettava da mesi per... Tolse lo sguardo dal muro e lo rivolse verso Max, che se ne stava seduto, senza il coraggio - o la forza - di guardarlo in faccia. Il ragazzo era sconvolto, non era abituato a cose del genere. - In guerra si muore, ragazzo... è normale. - Lo so Jon. - Perchè noi siamo in guerra, lo sai questo, vero? - Certo, Jon - riaffermò Max, senza troppa convinzione. - Bene - fece il capo con fare conclusivo - ora vai a dormire. Te ne starai a riposo per un po'. - D'accordo - rispose il ragazzo dalla corta barba bionda, alzandosi dalla sedia e avviandosi verso la porta. - Ah - lo fermò con la voce Jon L., come se gli fosse venuta in mente una cosa all'ultimo minuto - e con quel tizio, com'è andata? - Ah, il signor D., intendi? Jon L. fece di sì con la testa. - Siamo andati a casa sua questa notte, prima di andare a preparare la macchina... Abbiamo visto che aveva tentato di fare uno scanning sull'oggetto, ma il lettore gli è andato in fumo. - Che lettore aveva? - Un YNOS 4322/k. Ho controllato, è un modello vecchio di sette anni. Non ha dispositivi di rintracciamento satellitari ma solo un messaggio preregistrato che dice di rivolgersi alla polizia. - Bene, meglio così. Quanto tempo pensi che ci possa mettere a capire di che si tratta? - Non saprei. Dipende da quanto tempo dedica alla cosa e da quanto forti sono i ricordi della sua infanzia. Jon L. fece un segno d'assenso con la testa e lasciò andare il ragazzo, che richiuse la porta dietro di sè. Ancora gli rodeva il fegato questa storia dell'obiettivo mancato. Probabilmente aveva fatto male a fidarsi di due ragazzi alla prima missione importante, probabilmente avrebbe fatto meglio ad arrangiarsi da solo, a verificare di persona il procedere delle operazioni. Aveva capito già da molto tempo che aveva bisogno di altri, di molti altri per portare a termine il suo progetto, ma anche che non poteva completamente fidarsi di loro. Il suo addestramento impartito in tre soli mesi non bastava a renderli dei combattenti, almeno non dei combattenti efficaci. E poi c'era tutta la storia della copiatura obbligatoria. Ne avrebbe parlato nel Consiglio del giorno dopo, avrebbe proposto l'abolizione di quella regola stupida e inutile. Aveva dalla sua parte altri tre capibanda. Sarebbe bastato convincere almeno uno dei Nascosti di Superficie e avrebbe avuto la maggioranza. Aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori un oggetto rettangolare, in tutto simile a quello che aveva fatto consegnare al signor D.. Lo aprì e lo guardò a lungo, pensoso. Poi urlò verso la porta, chiamando la guardia. - Sì, signore? - Portami il mio materiale per la copiatura, ragazzo - gli disse Jon L., senza voltare lo sguardo verso di lui. - Subito. Il ragazzo di guardia si avviò lungo un corridoio ancora più scuro della stanza di Jon L., illuminato da torce appese lungo i muri. Qua e là gruppetti di ragazzi conversavano e l'argomento principale erano, chiaramente, i fatti di via Rok. Erano tutti giovani, ventitré anni al massimo. Entrato in una sala più grande, dove al centro c'era un largo tavolo, la guardia prese una borsa posta nell'angolo sulla destra e ritornò sui suoi passi, portandola verso lo stanzino. Prima di uscirsene, però, gettò uno sguardo a Max, seduto su una panchina appoggiata al muro. Lo conosceva solo di vista, ma sapeva che era uno dei prediletti dal capo, uno di quelli della prima ora. Jon L. l'aveva arruolato ancora adolescente, l'aveva istruito sulle tecniche, l'aveva fatto diventare uno dei Nascosti. Mentre ritornava per il corridoio delle torce, pensò anche alla ragazza che stava con lui. Non ne conosceva il nome, non parlava mai. Era bella, bionda, con un viso e una pelle così puri e incontaminati. Non aveva visto la televisione, quel giorno. Gli era proibito vederla perchè era ancora nella fase del Noviziato, ma gli avevano raccontato che almeno il suo volto non era stato sfigurato dall'esplosione. Li aveva colpiti alle spalle, ma lei era rimasta indietro rispetto a Max. Pareva che il ragazzo non avesse nemmeno potuto soccorrerla perchè Jon L., in casi del genere, aveva insegnato a non fermarsi mai, che in guerra la morte è normale. Passarono alcune ore prima che Jon L. uscisse dallo stanzino. Aveva lavorato a lungo, aveva fatto ciò che un Nascosto doveva fare, per legge. Non una legge dello stato, ma la legge dei Nascosti. Era stanco, le palpebre gli pesavano, ma non doveva darlo a vedere ai suoi uomini. Erano ragazzi che avevano bisogno dell'immagine di un uomo forte, di un uomo che cade sempre in piedi, in ogni avversità e circostanza. Chiuse la porta dello stanzino a chiave e mandò la guardia fuori servizio. Un'altra avrebbe preso posto, di lì a pochi minuti, davanti alla sua camera. Prendendo un corridoio più stretto sulla destra, infatti, si evitava quello delle torce e, proseguendo, si iniziavano a vedere una serie di porte sui due lati del camminamento. I ragazzi dormivano in camerate da dieci uomini almeno, ma a Jon L. era riservata una stanza apposita, anche se vicina a quella degli altri. Era il loro capo e quindi doveva stare da solo e avere la scorta, ma i combattenti dovevano sentirlo uno di loro, altrimenti avrebbero smesso di obbedirgli. Pensò ancora al Consiglio che lo attendeva il giorno dopo in superficie, nella casa del capo Boyter. Ripassò mentalmente il discorso che aveva intenzione di fare, un discorso che si preparava ormai da giorni. «Signori, è giunto il momento di dare una sterzata alla nostra opera. Di fare un salto di qualità. Non possiamo più permetterci di acquisire adepti uno alla volta, uno per uno. Il tempo non ci aspetta, i nostri nemici non ci aspettano. Abbiamo dei doveri verso i nostri giovani e verso noi stessi. Dobbiamo smascherare la menzogna e farlo subito, con ogni mezzo a nostra disposizione. Anche con la guerra!». Un bel discorso, retorico quanto bastava, per convincere anche gli indecisi, i titubanti. Sapeva che avrebbe trovato una forte opposizione, soprattutto nei Nascosti di Superficie, anche nello stesso Boyter, il padrone di casa. Ma sapeva anche come giocare le sue carte. Avrebbe detto che loro, quelli di Superficie, non si rendevano conto di come andavano realmente le cose. Non vivevano veramente da Nascosti, non potevano capire. Erano invece le bande, quella di Jon L. e degli altri Nascosti Puri, che portavano il peso dell'organizzazione, del proselitismo, e perciò dovevano condurre alla loro maniera l'opera. «Sì, sì, un bel discorso», si ripeteva mentre si sdraiava sulla brandina. «E se dovesse andare male? E se non raggiungessi la maggioranza?». Era possibile. Sapeva che Boyter non era uno stupido, sapeva e capiva. Ma per fortuna, anche Jon L. aveva un piano di riserva.