TRACK 6 - Il secondo sogno del signor D. Il signor D. era alquanto sconvolto, quella sera. Aveva passato tutto il pomeriggio a guardare i programmi televisivi d'attualità, cercando di scoprire qualcosa riguardo a quella ragazza trovata morta, uccisa dalla bomba. Niente, nessuno riusciva a sapere niente. Nè il nome, nè l'età, nè cosa ci facesse lì alle 9 del mattino. Mostravano invece sempre e solo quella foto, col viso morbido e il fiotto di sangue che le scendeva dalla bocca e gli occhi spalancati, a guardare il cielo. Ripensò a lungo anche a quando l'aveva vista. Non aveva mai parlato, a parlare era invece sempre il ragazzo che stava con lei, quello con la barbetta da rivoluzionario. Anche quando li aveva sognati, sempre ammesso che fosse stato un sogno. «Non si rivolga alla polizia, lo dico per il suo bene». Dicevano di evitare la polizia e poi una muore in un attentato. E come erano entrati in casa? No, no, si doveva trattare per forza di un sogno, quella notte era stata molto agitata, non... Ma avevano parlato anche di quel tizio, come si chiamava?, il padrone della YNOS. Come poteva essere un sogno? Il signor D. non sapeva chi fosse il padrone della YNOS, nè cosa fosse questa fantomatica Commissione. Oppure, forse ne aveva sentito parlare da qualche parte e il suo subconscio aveva fatto il resto. Sì, probabilmente era andata così. Probabilmente non c'erano mai entrati in quella casa, e come avrebbero potuto? Come avrebbero potuto sapere dove abitava? «Ma che dico, bastava guardare sull'elenco...». Sì, bastava guardare sull'elenco, che tanto il nome avevano già dimostrato di conoscerlo. Ma se lo conoscevano già voleva dire che l'oggetto gli era stato dato per un motivo, per uno scopo che non capiva. Se avesse avuto il file degli Accessi nella Casa funzionante, avrebbe potuto controllare e scoprire se qualcuno era entrato in casa sua, quella notte. Invece erano mesi che era rotto e non s'era imposto di farlo riparare. «Che mal di testa», pensò alzandosi dal divano ma lasciando la televisione accesa. Poteva sempre darsi che scoprissero qualcosa. Si diresse verso la cucina, per prendere un bicchier d'acqua. Il prurito al CON era tornato ancora, da qualche ora, e non se n'era andato. Ormai iniziava a non sorprendersene più, a sentirlo parte di sè. Solo, gli dava fastidio quella discontinuità, che andasse e venisse. Gli impediva di abituarcisi. Comunque, andando in cucina passò davanti alla porta d'ingresso, e ancora vide le macchie di fango che campeggiavano all'entrata. Ancora non si ricordava come poteva averle fatte, ma mentre beveva il suo bicchier d'acqua gli venne in mente una cosa. Ritornò in fretta in corridoio e guardò meglio queste macchie, quante erano e che percorso facevano. Non c'erano dubbi, erano di due persone diverse e andavano a finire in sala, esattamente al tavolo dove c'erano l'oggetto e il lettore rotto. Dove cioè aveva visto i due ragazzi, in sogno. Evidentemente non era stato un sogno, questo ne era la prova definitiva. Si sedette al tavolo e ricominciò a maneggiare l'oggetto, sperando che la sua natura gli diventasse chiara all'improvviso, come per illuminazione. Ma era convinto di conoscere quella cosa e più ci pensava, più il cervello gli doleva. Non aveva nemmeno più un lettore per lanciare nei suoi neuroni l'ultima avventura del commissario Torgot. Come si sarebbe comportato lui al suo posto? Mah, Torgot in realtà andava in giro ad interrogare, era un vero detective, cercava le prove sul posto. A lui queste cose erano proibite, non era un poliziotto e non aveva libero accesso a testimoni e prove. Non aveva nemmeno l'età - e la voglia - per indagare all'esterno abusivamente: già le domande fatte al barista l'avevano messo in imbarazzo. Non gli rimaneva nient'altro da fare che analizzare l'unica cosa che aveva in mano, l'unico punto di contatto tra se stesso e l'attentato, cioè quello strano oggetto verde fuori e bianco e nero dentro. Guardò più attentamente le macchie che lo riempivano e cercò di capire secondo quale astruso schema si ripetevano. Si concentrò su una macchia in particolare, una specie di cerchietto che ritornava abbastanza spesso, ma man mano che si addentrava nell'oggetto vedeva che lo schema variava ogni volta, che non c'era una reale simmetria tra le sue parti. Provò con altri segni. Notò che alcuni erano più grandi e altri più piccoli, ma spesso tra di loro simili - anche se non tutti. La mente gli rimaneva confusa, ma soprattutto non riusciva a capire quale potesse essere lo scopo di un oggetto del genere, perchè qualcuno dovesse darsi la pena di costruire una cosa fatta solo di piccole macchie disuguali. Un oggetto che non esisteva, almeno secondo il Dizionario della lingua contemporanea. Però rimaneva il fatto che lui ce l'aveva in mano, lo poteva toccare e guardare. Era difficile ammettere che non esistesse. Lo riappoggiò sul tavolo e si alzò dalla sedia, come a sgranchirsi le ossa indolenzite. La tv era ancora accesa su un canale di notiziari, ma sulla ragazza morta non erano venute a galla nuove informazioni. Spense la tv, controllò che la porta d'ingresso di casa fosse ben chiusa e si avviò a letto. Ancora una volta, il sonno riflesse l'agitazione di quei giorni. Nel suo solito stato di semi-coscienza, l'unico che gli consentiva di ricordare i sogni che faceva, rivide ancora la morte di sua moglie, il processo, le testimonianze, la proposta del Presidente di farne un clone. Ma qualcosa era cambiato. Al processo gli mostrarono la foto della moglie morta, ma in realtà non si trattava di sua moglie. La foto che gli mostravano era infatti quella della ragazza morta nell'attentato. Il pubblico ministero gli chiedeva perchè l'avesse sgozzata, perchè le avesse sfregiato il viso, ma il signor D. insisteva a ripetere che la donna della foto non era sua moglie e non aveva il viso sfregiato. Tutti, a quel punto, nel tribunale, lo guardavano come se fosse colpevole, come se volesse cercare di negare l'evidenza. Cercava di rivolgersi al giudice, di mostrare anche a lui la foto, ma nessuno la voleva vedere, nessuno voleva vedere l'orrore che quell'imputato aveva provocato sulla propria moglie. Anche suo figlio, dalla prima fila, lo guardava con disprezzo. Kori invece, sua moglie, abbassava lo sguardo, come imbarazzata per quell'uomo, per quel suo parente acquisito. Allora il signor D., sentendosi solo e perso, tirava fuori tutto, confessava tutto, anche se non era lui il colpevole. «Sì, sono stato io - iniziava a dire - ho messo io quella bomba per uccidere Paulo Ortin, il presidente della YNOS». - Ah - lo interrompeva il pubblico ministero - ed ha agito da solo? - No, non da solo. Insieme a me c'era mia moglie. Avevamo programmato l'attentato insieme. - Perchè, signor D., perchè volevate uccidere un cittadino rispettabile come il signor Ortin? - Perchè fa parte della Commissione - disse il signor D., e tutto il tribunale si zittì improvvisamente. Il giudice lo guardò, dall'alto della sua scrivania, con occhi preoccupati. Nessuno più ora lo disprezzava, ma era diventato temuto, un testimone importante. Il figlio lo fissava a bocca aperta. - Ci dica, signor D., perchè allora è morta sua moglie invece del signor Ortin? - Perchè chi dovrebbe morire sopravvive sempre - rispose il signor D., stupendosi in cuor suo di queste parole. «Massì, è un sogno, tra un po' mi sveglierò e tutto sarà a posto, non ci saranno conseguenze per queste bugie», continuava a ripetersi. Ma non ne era convinto. Non ne era affatto convinto. - La bomba - riprese il signor D., a voce alta - è scoppiata troppo presto, qualcosa nel meccanismo non ha funzionato. - Cosa? - incalzò l'accusa. - Non lo so, non l'avevo preparata io la bomba. - Ah no? Il tono dell'avvocato era ridiventato sarcastico. Gli umori della giuria, del pubblico e di tutti quanti i presenti nell'aula variavano come foglie al vento e il signor D. cercava in tutti i modi di catturarne la simpatia. - Allora - riprese l'accusatore - che mi dice di quest'altra fotografia? Era una foto in bianco e nero che rappresentava il momento in cui i due ragazzi avevano passato l'oggetto al signor D.. - Qui non sta forse consegnando a questi due ragazzi un oggetto rettangolare e più precisamente la bomba usata nell'attentato contro il signor Ortin? - Cosa? No, no. Non ero io che stavo passando l'oggetto a loro, ma loro a me! - gridò il signor D., preso alla sprovvista e preoccupato per quella prova che sembrava inattaccabile. - E perchè mai dovremmo crederle? Lei non è morto in quell'attentato, la ragazza sì. - Sì, è vero, ma quella non era una bomba - cercò di spiegare. - Non era una bomba? A chi vuole darla a bere? Non è forse vero che quell'oggetto rettangolare le ha fatto saltare in aria il lettore U-Disc? - Ma lei come lo sa questo? - Io so tutto, signor D., io so tutto... Era una bomba, quindi, ce lo conferma? - No, assolutamente no. - Allora ci spieghi, signor D.. Di cosa si trattava? Il signor D. si guardò in giro, prima la giuria, poi il pubblico e tra il pubblico suo figlio. Infine il suo avvocato difensore, il suo vecchio amico del negozio George’s, quello che vendeva gli U-Disc. - Lei lo sa, vero, di cosa si trattava? Perchè non ce lo vuole dire, perchè non vuole ammetterlo? Ha forse paura? - No, non ho paura - affermò, facendosi coraggio - so benissimo cos'è quell'oggetto. In quel momento si svegliò, in un bagno di sudore. - Ora? - chiese, avvicinandosi il polso alla bocca. - Sono le ore 4 e 24 minuti. Si alzò da letto, infilò le ciabatte e si diresse verso la sala, accendendo le luci. Si sedette al tavolo e prese in mano l'oggetto. Si era ricordato cos'era.