TRACK 8 - L'oggetto misterioso Il signor D. si risvegliò al suono del videofono. Si doveva essere addormentato sul divano, ancora una volta, dopo che aveva passato alcune ore notturne ad esaminare l'oggetto. Andò a rispondere. - Pronto? - disse, vedendosi comparire la faccia del figlio nel video. - Ciao, papà, sono io. - Uh, ciao - che avesse scoperto qualcosa? - Senti, purtroppo non potrò esserci nemmeno stasera a casa... - Ah - no, non aveva scoperto niente. - Sai, con questa faccenda dell'attentato siamo in servizio praticamente ventinquattr'ore su ventiquattro. Comunque, io e Kori pensavamo che tu potresti venire lo stesso, stasera a cena. Così le tieni compagnia e non si sente sola. Che ne dici? - Uh, beh - s'immaginava che il figlio sarebbe stato impegnato ma non s'immaginava affatto una proposta del genere. - Sempre che tu ne abbia voglia - puntualizzò, vedendolo un po' titubante. - No, no, certo che ne ho voglia. Sarò onoratissimo. A che ora devo venire? - Ti passo a prendere io alle 7, prima d'andare al lavoro. Poi per tornare chiamerai un taxi, d'accordo? - Benissimo. - A stasera allora. - Sì, ciao. Kori. Non l'aveva mai conosciuta più di tanto. Lei e suo figlio si erano messi assieme nel periodo più brutto, quando lui non gli rivolgeva per niente la parola, ma probabilmente era stata lei ad indurre in lui un cambiamento. «D'altronde, quindici anni d'influenza di sua madre non si possono cancellare tanto facilmente, ci vuole tempo». Sarebbe stata la prima volta che si trovava da solo con sua nuora. Avrebbero potuto parlare del figlio, confrontarsi, vedere di capirlo un po' di più, insieme. Era contento, veramente, di quella proposta. Andò in bagno e si diede una rassettata. L'umore era alto. Era anche riuscito a capire che cosa diavolo fosse quella roba e pian piano, durante la nottata, i ricordi gli erano tornati alla mente. Ricordi che riguardavano soprattutto sua madre. Ora, anche i sogni degli ultimi due giorni gli si disegnavano più chiaramente in testa. Aveva sempre pensato che il subconscio fosse sopravvalutato, che in realtà non ci potesse essere niente di seppellito in profondità e che quindi i sogni non servissero a granché. L'odio per sua moglie, ad esempio, era una cosa che conosceva bene e se sognava di vederla morta non c'era da stupirsi. Non era una rivelazione sconvolgente. La storia di sua madre, invece, e dell'oggetto, quelle sì che erano storie sepolte. Sua madre morì quando il signor D. aveva solo tredici anni, in un incidente d'auto, o almeno questo era quanto gli avevano detto. Si ricordava ancora benissimo quel giorno. Era tornato a casa da scuola a piedi, come faceva spesso perchè passeggiare gli era sempre piaciuto. Ma in casa non c'era nessuno. Era una bella casa, quella in cui viveva coi suoi genitori, di lusso, con tutti gli accessori. Non come quel buco di appartamento dove viveva ora. Adesso, in quella casa, ci abitava la sua ex moglie. Comunque, si ricordava di aver interrogato il file degli accessi della casa, in quella tarda mattinata di primavera, e che era venuto fuori che i suoi genitori erano usciti entrambi. Si ricordava di aver pensato che era strano che non l'avessero avvertito, loro che lo facevano sempre, ma aveva lasciato perdere. Aveva mangiato da solo e passato varie ore davanti alla tv. Ma quando suo padre tornò a casa - doveva essere già pomeriggio inoltrato - non era solo. Assieme a lui c'erano degli uomini. Molti uomini. Il signor D. aveva sempre pensato che si trattasse di psichiatri e psicologi, per aiutarlo ad affrontare la situazione, ma adesso non ne era più tanto convinto. Gli dissero che sua madre era morta, andò al funerale e visse da solo con suo padre. Un uomo sempre un po' assente, ma buono. Come aveva fatto a dimenticarsene? Quell'oggetto che era stato così importante per lui e per sua madre, fino ai 13 anni. Come aveva potuto non riconoscerlo? C'era qualcosa di strano in tutta quella faccenda. Ritornò in sala e prese in mano l'oggetto. «Un libro - pensò - uno stramaledettissimo libro. Non ne vedevo uno da quasi 50 anni!». Sua madre gliene leggeva spesso e gli aveva anche insegnato a leggerli da sè, oltre che a scrivere. A scuola quelle cose non si imparavano, non le insegnavano proprio. Vietate. Il perché, il signor D. non riusciva a ricordarlo. Ricordava solo che anche sua madre gli aveva detto di mantenere il segreto, che era pericoloso andare in giro a dire di saper leggere e scrivere. E lui si era sempre attenuto a quella regola basilare. Ma poi, a tredici anni, con la sua morte, tutti i libri erano spariti dalla casa e lui non se n'era nemmeno reso conto. Non lesse più, da quel giorno, né ebbe mai l'impulso di scrivere qualcosa. A ripensarci adesso non poteva esserne sicuro, ma aveva come l'impressione che quel giorno avesse dimenticato tutto ciò che sua madre gli aveva insegnato. Solo ora riemergeva qualcosa, ma era ancora solo la punta di un iceberg. Rigirò il libro tra le mani. Copertina verde, rigida, e all'interno tante pagine - ecco com'è che si chiamavano - e tante lettere. Solo che non le riconosceva più. Vedeva questi segni neri sulla carta, ma non ricordava a quale suono andavano associati. E le lettere erano molte, non facili da decifrare. «Magari usando il computer...». Lo accese e caricò il programma di disegno integrato nel sistema operativo. Aveva in mente di disegnare le lettere e associare ad esse un suono, andando per tentativi, finchè non riusciva a formare parole di senso compiuto. Mangiò al tavolo del pc e non si scostò dal dispositivo fino alle sei e mezza della sera. A quel punto doveva andare a prepararsi e poi scendere giù in strada, dove sarebbe passato suo figlio a prenderlo. Salvò tutto il lavoro e si cambiò d'abito, mettendosi il completo che aveva tirato fuori il giorno prima. Non smise nemmeno un momento, però, di pensare al libro. Non era riuscito a decifrare nemmeno una lettera, ancora, ma sapeva bene che bisognava andare a tentativi e i tentativi potevano essere molti. Ma una volta trovata la chiave, sarebbe stato tutto molto semplice. Ancora lo angosciava il pensiero di quei due ragazzi e l'immagine di lei morta, col sangue che le usciva dalla bocca, gli dava un brivido alla base della schiena. Come sapevano che lui era un soggetto adatto? Come sapevano che lui, un tempo, sapeva scrivere e leggere? Era un segreto, un segreto di cui nemmeno lui si ricordava. Come potevano saperlo due ragazzi di vent'anni appena? Perché dovevano per forza saperlo: perché scegliere lui, altrimenti? Quella era l’unica cosa che lo rendeva speciale, l’unico collegamento possibile tra lui e l’oggetto verde. E potevano trovare il materiale per preparare un'autobomba? Ma era davvero un attentato contro quel tale, Ortin, di cui gli avevano parlato? Perchè nel sogno gli era uscito quel nome? Magari adesso, chiedendo al figlio, poteva sapere di chi sospettavano, contro chi era diretto l'attentato. Sicuramente lui lo sapeva. Scese in tutta fretta le scale, badando bene di aver chiuso la porta. Ora che aveva un libro in casa, un oggetto che realmente non esisteva, forse proibito, era meglio stare attenti. Il figlio non tardò molto. Arrivò con la sua macchina blu nuova nuova e lo fece salire. - Ciao - gli disse. - Ciao, tutto bene? - Certo. Dai, che ho fretta. - Sì, sì - non era molto agile e soprattutto non montava in una macchina da molti mesi, quindi ci mise un po' a compiere quest'operazione. - Allora... - disse, cercando di far conversazione - come vanno le indagini? Il figlio lo guardò con un'occhiata dubbiosa. Probabilmente pensava che il signor D. volesse usare il primo argomento a portata di mano per chiacchierare un po'. Lo accontentò. - Mah, abbastanza bene. Sappiamo come sono andati i fatti... - Davvero? E... chi sospettate? - la voce si era fatta un po' timorosa, ma controllata. - Come chi sospettiamo? Non hai visto la televisione, oggi? - No, oggi no. - Ma sei l'unico in tutta la città! C'è stato il messaggio del Presidente! - gli brillavano perfino gli occhi. - Il Presidente? Ma... sull'attentato? - Certo. Ha presentato i risultati delle nostre indagini. - Beh, ma allora avete risolto il caso - disse il signor D., con un chiaro linguaggio degno del commissario Torgot. - Sì, abbiamo capito come hanno fatto, ma adesso c'è un'intera organizzazione da sgominare. Pare che siano in centinaia in ogni città, pronti a colpire con atti terroristici. - Centinaia di terroristi? - fece, con tono preoccupato, per dare soddisfazione al figlio. Un'organizzazione? Che la ragazza fosse coinvolta? Che ci fosse qualcosa di più grande dietro a quel libro? - Ma - riprese il signor D. - la ragazza trovata morta... - Era una di loro, una Nascosta! - Nascosta? - Sì, si fanno chiamare così. I Nascosti. Ne ha parlato il Presidente. Anzi, guarda, adesso che vai su da Kori, fatti accendere la tv che di sicuro lo faranno rivedere da qualche parte, così te lo ascolti anche tu. - Certo, certo. M'interessa... - C'è sempre da imparare quando parla il Presidente... Eccoci arrivati. La macchina accostò vicino al marciapiede. Il quartiere era residenziale e la strada percorsa da eleganti villette. Quella del figlio del signor D. stava sopra una piccola collinetta, con l'erba del prato tagliata corta e delle mattonelle che disegnavano una specie di percorso per arrivare fino all'ingresso. - Ora vado, papà. Ci sentiamo nei prossimi giorni, ok? - Non entri un attimo? - No, sono già in ritardo. Salutami tu Kori, ok? Ciao. E sgommò via a tutta velocità. Il signor D., con in mano una bottiglia di vino che aveva trovato in frigorifero, si avviò lungo il vialetto di mattonelle, e suonò alla porta. Kori indossava un bell'abito blu scuro, e sembrava ancora più giovane. Era contento per suo figlio ed era felice di averci parlato un po'. Raccontare quegli avvenimenti lo esaltava. - Ciao Kori. Mio figlio ha detto che devo guardarmi il discorso del Presidente in tv. - Ah, beh, se non ne ha voglia possiamo fare a meno e dirgli che l'abbiamo visto lo stesso. - No, no, grazie. Stavolta m'interessa.