TRACK 11 – Don’t worry about the government Il signor D. bevve il suo whisky tutto d'un fiato. Per qualche secondo sognò di potersene andare, di salutare Boyter, la sua casa extra-lusso e di tornarsene in strada, a passeggiare e a guardare le vetrine dei negozi. Sognò di potergli riportare indietro il suo libro, di potergli dire «arrangiatevi, affari vostri, io non c'entro». Ma purtroppo c'entrava e da quando aveva scoperto che di mezzo c'era anche sua madre, voleva entrarci. Ebbe un flash, un'immagine veloce che gli passò per la mente e poi volò via. Il sogno, il sogno ricorrente che aveva fatto per anni, quello in cui sua moglie moriva in un incidente stradale, quello in cui poi veniva processato e veniva fuori che non era stato un incidente a ucciderla, ma che era stata ammazzata, sgozzata. Gli mostravano una foto e lui ammetteva che si trattava di sua moglie, ma in realtà la foto non corrispondeva. Ora invece riconosceva quella donna della foto. Sua madre. - Io le racconterò tutto ciò che vuole sapere, signor D., ma lei in cambio mi deve promettere il silenzio più assoluto. Una volta ascoltato quanto ho da dirle lei potrà liberamente scegliere se diventare un Nascosto oppure no, ma dovrà comunque mantenere per sé quello che le dirò. - Altrimenti? - fece il signor D., sempre più combattuto. - Altrimenti niente. Non sono un uomo violento, né un boss della malavita. Non avrei nessun modo di impedirle di parlare, se lo volesse. Potrebbe denunciarmi anche appena uscito di qui. Ma so che lei è un uomo giusto e corretto, e spero che non lo farà. Ma prima di mettere a repentaglio la sopravvivenza anche degli altri, voglio la sua parola che non rivelerà niente di quanto le spiegherò. - D'accordo, ha la mia parola - doveva sapere, non poteva dir di no adesso. Non poteva far finta di niente e tornarsene a casa, alla sua solita vita. Qualcosa era successo a sua madre, quarantotto anni prima, e adesso doveva sapere cosa e doveva sapere chi era sua madre. - Bene. Partiamo dall'inizio. Alcuni secoli fa esistevano molti, moltissimi libri. La gente li comprava, li leggeva, li scriveva. Esistevano negozi appositi, chiamati librerie, e luoghi pubblici in cui questi libri venivano prestati ai cittadini, chiamati biblioteche. Il mercato dei libri e della cultura scritta era molto prolifico e la gente - magari non tutta, ma una buona parte - leggeva, si documentava, studiava. La cultura e la conoscenza passavano attraverso la parola scritta. E non costava nulla scrivere: col computer, a mano, con quelle macchine prodigiose per quei tempi che si chiamavano macchine da scrivere. Ogni mezzo era buono per comunicare, scambiarsi opinioni, scoprire cose nuove. Poi, a un certo punto, nuovi mezzi tecnici hanno iniziato a soppiantare la scrittura vera e propria. La macchina da scrivere di cui parlavo prima fece diminuire sensibilmente l'uso delle penne, dei piccoli strumenti usati per scrivere a mano. Alcuni anni dopo, l'introduzione del computer ridusse ancora di più la scrittura manuale e la trasformò in scrittura digitale. La gente, nel corso di non molte generazioni, disimparò progressivamente a scrivere, a causa anche di una ottusa cecità delle scuole. Ma almeno le parole venivano ancora messe su carta. Poi, però, il perfezionamento dei dispositivi di riconoscimento vocale rese inutili anche le parole scritte, sostituite dai suoni e dalle immagini. La televisione e il videofono furono pompati al massimo dalle autorità, che avevano fiutato l'occasione d'oro per garantirsi un potere duraturo. - Un... potere duraturo? - Sì, lo so, sto correndo troppo. Tra poco però tutto le sarà chiaro. I primi supporti di registrazione audio su disco erano diffusissimi, poi pian piano, coi modelli successivi, i costi aumentarono e lo Stato Unico che si stava formando in quegli anni li mantenne di proposito alti. Con l'avvento del PIC-Disc, il primo disco in grado di riprodurre i contenuti tramite ologrammi, lo Stato assunse il monopolio della produzione. E contemporaneamente, con una serie di leggi minori, passate in sordina, vietò la produzione, la vendita e il possesso di tutto ciò che fosse in qualche modo legato alla scrittura. Nessuno si scandalizzò di questa legge, perchè nessuno più scriveva. Vennero bruciati milioni di libri, le biblioteche vennero chiuse, le librerie si convertirono a negozi di dischi. Le fabbriche di penne, che erano già in forte crisi, chiusero del tutto, i computer tolsero dalle periferiche in dotazione la tastiera, che era il mezzo per scrivere a video, e la carta divenne rarissima da trovare. Nemmeno gli architetti avevano più bisogno di questi mezzi, dato che lavoravano al computer grazie al mouse. Nessuno più aveva bisogno della scrittura. - Uhm, capisco... ma perché vietarla? Tanto era già caduta in disuso - la faccenda incuriosiva molto il signor D., che non aveva mai sentito parlare di tutti quei fantasiosi oggetti. - Perché la scrittura era il mezzo più economico ed efficace per diffondere le proprie idee. Come può esprimere, oggi, una persona qualsiasi, quello che pensa? O va in giro per le strade e inizia ad urlarlo al mondo, ma avrà per forza di cose pochi ascoltatori, o registra un U-Disc. Lei conosce qualcuno che possiede l'impianto per registrare un U-Disc? - No. - Credo abbia notato che sono un uomo facoltoso, no? Il signor D. fece un sorriso di assenso. «Facoltoso è un eufemismo», pensò. - Beh, nemmeno io possiedo un impianto di registrazione di U-Disc, né potrei possederlo. Gli impianti di U-Disc non sono in vendita a privati, neppure sul mercato nero, neppure in Africa o in Asia. I controlli in questo campo sono severissimi, nemmeno il possesso di armi nucleari è punito con la stessa severità. Capisce cosa voglio dire? - Forse... Tutte quelle parole gli stavano dando molto da pensare e stavano arrivando troppo velocemente, una dietro l'altra. Un mondo che sapeva leggere e scrivere e che pian piano l'ha dimenticato. Un progresso che ha permesso l'affermazione di un monopolio e la fine della libera espressione delle idee. Era questo quello che voleva dire? Era questo ciò di cui stava parlando? - Ma, non capisco: - disse il signor D. - i negozi di dischi sono pieni di U-Disc di tutti i generi, religiosi e anti-religiosi, a favore del Presidente e contro il Presidente. C'è pluralismo, non può dire che viene registrato solo ciò che fa piacere al potere. - E invece dico proprio questo. Vuole qualcos'altro, da bere? - No, no, sono a posto così. - Beh, io prendo un altro bicchierino, ho la gola un po' secca - disse Boyter, dirigendosi nuovamente verso la parete del bar. Il signor D., intanto, giocherellava nervosamente col suo bicchiere. Poi, pensando al valore che poteva avere quel cristallo pregiato, si alzò e lo ripose sul tavolo al centro della tavola. Intanto Boyter stava già bevendo la sua crema al whisky. - Dov'ero arrivato? - Eravamo al pluralismo. - Ecco, sì. Non c'è pluralismo e sa perché? - Non ne ho proprio idea - disse uno sconsolato signor D.. - Perchè esiste la Commissione. La Commissione. Quell'ufficio statale dove lavorava il padrone della YNOS, quel Paulo Ortin. Quell'ufficio che i due ragazzi volevano attaccare con l'autobomba. - L'obiettivo dell'attentato! - si lasciò sfuggire, sovrapensiero, il signor D.. - Esattamente. Ma di quello parleremo dopo. La Commissione è l'organo che decide cosa va registrato e cosa no e i suoi giudizi sono inappellabili. Ne fanno parte i cosiddetti poteri forti di questo nostro Stato Unico. Un delegato del Presidente, un delegato dell'Opposizione, i presidenti delle più importanti aziende mondiali. - Come Ortin della YNOS! - Vedo che mi segue. Bene, crede che loro registrino tutto quello che viene loro proposto? - La domanda è retorica, immagino - disse con un sorriso il signor D.. - Infatti. Solo quello che giudicano non realmente dannoso per il loro equilibrio viene registrato. La lotta politica tra i due partiti non è dannosa ed è ammessa. Così come una innocua critica agli stessi poteri forti. Se venissero vietate queste cose, capisce bene che la mancanza di pluralismo sarebbe cosa evidente... Invece sono più subdoli, permettono una certa innocua diversità di opinioni, ma non troppa, così che tutti siano convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. - E invece...? - E invece non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ci sono migliaia di libri che non sono mai stati tradotti in U-Disc e altri invece che sono stati modificati e plagiati. La gente crede di vivere nella libertà, che se volesse potrebbe benissimo dissentire, andare contro chi è al potere, ma non è così. Nessuno può dissentire, nessuno può dire cose contrarie al volere della Commissione. Questa, signore, si chiama dittatura. Mentre Boyter faceva una pausa, bevendo le ultime gocce di liquore del suo bicchiere, il signor D. si piegò in avanti, tenendosi la testa fra le mani. Dittatura. Si studiava a scuola quando si parlava del passato, di governi totalitari che toglievano le libertà, soprattutto quelle d'opinione e di parola. Boyter parlava bene, sapeva essere convincente. Ma le cose stavano davvero così come lui voleva presentargliele? Gli sembrava impossibile. Non si era mai interessato di politica, era vero, però, se avesse voluto... C'erano anche forze politiche contrarie alla clonazione, c'erano periodi di forti critiche e contestazioni verso il Governo. Qualche anno fa la gente scendeva spesso in piazza, a manifestare e protestare. Questo non era pluralismo? Non era libertà? Certo che era libertà, ma quanta ne era concessa ad ognuno? C'era un limite, oltre il quale la libertà cessava e iniziava il condizionamento, il divieto? Si sentiva come un ramo spostato dal vento, in balia di un susseguirsi inarrestabile di notizie che non riusciva a governare. Era come se il mondo, tutto il mondo nel quale era vissuto per sessantuno anni, stesse improvvisamente crollando, si stesse disfacendo. Per un giorno si era sentito un fuorilegge, con quel libro in casa, ma non aveva neppure lontanamente pensato che fosse colpa dello Stato. Pensava fosse colpa sua e che se l'avessero arrestato sarebbe stato giusto metterlo in prigione. Non gli era nemmeno passato per l'anticamera del cervello di aver ragione a tenere un libro in casa. - E allora? - disse il signor D., rompendo il silenzio riflessivo di quei momenti - Voi che fate? Come vi comportate? - Proprio qui volevo arrivare. Quello che le ho raccontato è successo molto tempo fa e la situazione si è stabilizzata da circa 120 anni. A questo punto sono nati i Nascosti. - 120 anni fa? - Sì, più o meno. 120 anni fa è stata fissata la Legge dei Nascosti, il nostro regolamento di vita. I nostri padri fondatori decisero che i Nascosti dovevano organizzarsi segretamente e contribuire con ogni mezzo alla diffusione dei libri che non vedevano la luce nel mondo. - Per questo io ho ricevuto un libro? È così che funziona? - Il suo contatto, a dire la verità, è stato un po' particolare. Ma anche su questo torneremo più tardi. Ogni Nascosto ha il compito di copiare, a mano o in altra maniera, un libro al mese, o di scriverne uno di suo pugno nello stesso tempo. Ha poi il compito di fare proselitismo e quindi di introdurre persone fidate ai libri, insegnando loro a leggere e scrivere, e di obbedire alle decisioni prese dal Consiglio, l'organismo che sovrintende a tutti i Nascosti. - E lei è il capo del Consiglio, dico bene? - Esattamente. - Quindi io ora sto parlando al capo di tutti i Nascosti? - Be’, il Consiglio è un organo collegiale che decide a maggioranza... - Ma lei ne è comunque il capo, il membro più influente. Perchè tutto questo riguardo per una persona qualsiasi, come me? Non ho potere, non so nemmeno più leggere... Perchè ha voluto vedermi di persona? - Una cosa per volta, mio caro amico, una cosa per volta. Bussarono alla porta. - Avanti - urlò Boyter. Era il maggiordomo, che lo avvertì che lo volevano al videofono. - Voglia scusarmi un attimo - disse, rivolto al signor D. nel suo modo così cerimonioso. Ed uscì dalla stanza, lasciandolo solo coi suoi pensieri.