TRACK 12 - Addio alla base Jon L. percorreva, ora senza scorta, il lungo corridoio sotterraneo delle lampade. Addosso aveva un paio di jeans, una giacchetta fuori moda e un chewing-gum in bocca, che masticava con calma e assuefazione. Faceva finta di non vedere gli sguardi dei giovani Nascosti, quelli che fino al giorno prima erano i suoi ragazzi. Ora qualcuno, i più delusi, abbassava lo sguardo, altri lo fissavano invece e ridacchiavano con gli amici. Non aveva più nulla da spartire con loro. Quello che aveva da fare lo avrebbe fatto da solo, basandosi solo sulle proprie forze, le uniche di cui si poteva fidare ciecamente. E comunque quell'organizzazione, ora, gli era andata talmente in antipatia. C'era entrato da giovane, appena sedicenne, e lì aveva ricevuto, nel sottosuolo, il primo addestramento di tipo militare. A diciott'anni era diventato un Nascosto Puro: sapeva leggere e scrivere e conosceva perfettamente una delle molte lingue del passato. Aveva appreso le tecniche ufficiali di proselitismo e quelle di mascheramento in superficie. Conosceva a menadito il codice segreto per comunicare con altri Nascosti nel caso si fosse spiati. Insomma, il Nascosto Puro perfetto, come lo volevano quelli come Boyter. E, pian piano, era salito nella scala gerarchica, fino ad essere nominato capo di un corpo speciale formato esclusivamente da giovani sotto i 23 anni. Lui era l'unica eccezione a questa regola. Doveva sfruttare il loro entusiasmo, incanalarlo, e farne dei Nascosti provetti. Invece, man mano che invecchiava, il suo insegnamento si discostava sempre di più dai canoni tradizionali. A dire il vero, il motivo era che aveva perso interesse nei libri, gli sembrava non avessero più niente da dirgli. Quello che gli serviva l'aveva già letto e appreso. Ne aveva scelti sei che portava sempre con sè: «I sei libri che ti cambiano la vita», così li chiamava. E non riusciva, non voleva più leggerne altri. Così, per non venire meno pubblicamente alla Legge dei Nascosti, si era adattato a copiare sempre gli stessi, giocando su una sorta di cavillo, dato che nella Legge non si specificava che i libri copiati dovessero essere tra loro diversi. E così Jon L. viveva di e con quei sei libri, che ormai conosceva quasi a memoria. Una volta ne aveva anche scritto uno, di libro, dato che ai capi era stato prescritto, ma in realtà non si trattava di altro che di un condensato degli altri sei. «Tecniche di lotta urbana», s'intitolava. Ne aveva resa obbligatoria la lettura ai membri della sua banda, ma il Consiglio fu costretto a delegittimare questa sua norma che aveva autonomamente stabilito. Era ormai arrivato nella sua stanza e in una borsa trovata nell'armadio stava infilando tutti gli oggetti personali. Gli avevano prescritto di abbandonare la base entro mezzogiorno e non voleva lasciare niente dietro di sè. E comunque non aveva molta roba in quel buco: era sempre stato un uomo pratico, di pochi vizi e pochi oggetti. Qualche vestito, una foto di sua madre, i suoi sei libri più quello scritto da lui e il manoscritto di un secondo che non aveva mai finito, lo spazzolino, il rasoio. Diede un'ultima occhiata veloce alla camera, per vedere se aveva dimenticato niente. Sì, il set di copiatura l'avrebbe lasciato lì, tanto dove andava non avrebbe avuto più libri da copiare, né gente a cui farli leggere. Fece per uscire, ma sulla porta trovò Max, il ragazzo che aveva mandato a preparare l'attentato, uno dei migliori. - Salve, Jon L. - gli disse, appoggiato sullo stipite, a testa bassa. - Ciao Max. Come va? - non che gli interessasse veramente, ma sembrava non potesse andarsene dalla stanza senza affrontare quella conversazione. - Insomma, penso spesso a Qersa. - Qersa? - lo guardò con fare interrogativo. - La ragazza che era con me, quella morta nell'attentato. - Si chiamava Qersa? Non lo sapevo... - Sì, non parlava molto. Jon L. voleva andarsene da quel luogo in cui si sentiva ora così estraneo, ma quel ragazzo gli sbarrava la strada e non sembrava disposto a lasciarlo andare tanto facilmente. - Cosa vuoi, Max? - cercò di spronarlo ad entrare nel vivo. - Cosa farà, ora? Diventerà uno come gli altri? - Ti sembro uno come gli altri? Ti pare possibile che Jon L. diventi un anonimo omuncolo di superficie? - No, non la vedo proprio in giacca e cravatta - disse, lasciandosi sfuggire un sorriso. - Tirerò avanti in qualche modo e continuerò a lottare, come ho fatto sempre - ancora non riusciva a spogliarsi della retorica con cui pesava le parole quand'era in carica. - Posso venire con lei? - la domanda di Max lo sorprese. «Ah, era questo dunque», pensò. Riteneva ormai di essere stato rinnegato da tutti. Invece c'era ancora qualcuno che nonostante tutto vedeva in lui il proprio capo, indipendentemente da quanto stabilisse il Consiglio. La cosa gli dava piacere, soddisfazione, ma non voleva quel ragazzo con sé. D'ora in poi, qualunque scelta avesse fatto l'avrebbe fatta da solo, senza avere altri di cui essere responsabile. - No, Max, tu rimarrai qui - gli disse, spostandolo con la mano dalla porta, per passare. Era un gesto che non ammetteva repliche. Max non aggiunse una parola. Tutto sommato, si aspettava una risposta del genere e sapeva che quando Jon L. prendeva una decisione - giusta o sbagliata che fosse - non la cambiava mai. Ma aveva dovuto provarci, aveva dovuto dimostrargli che gli era ancora fedele. Jon L., dal canto suo, non sapeva che farsene di quella fedeltà. Certo, stava lì a dimostrargli che aveva lavorato bene, che quegli anni non erano stati del tutto inutili, che aveva plasmato qualcuno. Aveva ancora quella carica attrattiva che era necessaria ai leader, ma Max era ormai un peso morto. E se non fosse stato per il fatto che era morta la sua amica, la biondina di cui non ricordava già più il nome, gliel'avrebbe anche detto in faccia. Se l'attentato fosse andato a buon fine, se fossero riusciti a far fuori Ortin, non si sarebbe trovato in quella situazione. Se avesse potuto esibire al Consiglio le prove dell'efficacia dei suoi metodi, forse oggi sarebbe lui il nuovo Capo dei Nascosti. Ma non era andata così ed era anche per colpa sua. No, no grazie. Quello che voleva, d'ora in poi, l'avrebbe agguantato da solo. - Arrivederci capo - gli disse Max, alle spalle, mentre Jon L. si stava avviando con passo deciso verso l'uscita. - Addio, Max. Il giovane rimase ancora per qualche istante lì, sulla porta della stanza che era stata di Jon L.. Guardava per terra, il pavimento sporco e umido, e non riusciva a rassegnarsi all'idea che tutto fosse finito così. Quello che aveva fatto, l'attentato, la morte di Qersa, tutto sembrava inutile ora. Anzi, sembrava aver procurato solo guai. Forse era stato meglio così, forse era stato un bene per entrambi che Jon L. gli avesse detto di no, pochi istanti prima. Erano fatti di due paste diverse: Jon L. era fatto per comandare, impartire ordini ed eventualmente venir sollevato dall'incarico. Lui invece era fatto per obbedire, per eseguirli, gli ordini. Per questo non avrebbe potuto lasciare i Nascosti. Non era stato espulso, com'era invece successo a Jon L.. Il suo compito era rimanere lì, combattere nei modi che gli sarebbero stati indicati. E non era detto che non fossero migliori di quelli di Jon L.. Aveva accettato a malincuore, infatti, di preparare quell'attentato. L'idea di uccidere non gli piaceva e ancor meno piaceva a Qersa, anche se non lo diceva. Ma quelli erano stati gli ordini e a quelli si era attenuto. Gli ordini non si discutono, si eseguono, a questo l'avevano educato. Allora perché si era precipitato lì, non appena aveva saputo che Jon L. era passato a riprendersi la sua roba? Perché gli aveva chiesto di andare con lui? Forse perché accettare la filosofia di Jon L. era l'unico modo per rendere Qersa un'eroina. Non la vittima di un errore, com'era considerata adesso, ma la martire di un mondo nuovo dove i Nascosti avrebbero avuto più peso, avrebbero dominato. Erano queste le parole che diceva Jon L. nei suoi discorsi agli uomini migliori del reparto. «I Nascosti sono i più intelligenti, i più preparati, possiedono la cultura più completa. Ed è per questo che sono fatti per guidare le sorti di questo nostro mondo martoriato. Specialmente i Nascosti Puri». Nel suo libro quelle parole non le aveva scritte, diceva che non era ancora il momento, che gli altri Nascosti, quelli di Superficie, non erano ancora pronti per accettarle. Non ci sarebbe più stato un momento per quelle parole. Richiuse la porta dietro di sé e si avviò verso la propria stanza.