TRACK 15 - Un interrogatorio inconsueto Il figlio del signor D. stava seduto alla sua scrivania, in un grande stanzone pieno di altre scrivanie praticamente identiche alla sua. Dal soffitto, esageratamente alto, pendevano pesanti lampadari dalla linea semplice. Il piano del tavolo era colmo di U-Disc contenenti le dichiarazioni dei testimoni, rilasciate dopo l'esplosione dell'auto-bomba in via Rok. Le aveva ascoltate tutte, una dopo l'altra, e poi le aveva riascoltate di nuovo. C'era qualcosa che non gli tornava, nelle indagini. Grazie all'aiuto dei servizi segreti avevano stabilito l'identità degli attentatori. Avevano scoperto che appartenevano all'organizzazione sovversiva dei Nascosti o come diavolo si facevano chiamare. Ma la cosa che non rientrava in tutti quei dati era: perchè un attentato del genere in un ufficio così secondario? Il Presidente, in televisione, aveva detto che era stato scelto un ufficio governativo abbastanza piccolo da non avere la sorveglianza. Sì, era sicuramente vero. Ma il figlio del signor D. era anche convinto che il Presidente avesse detto quelle parole per chiamare la popolazione a una mobilitazione generale contro i terroristi. E ce n'era bisogno, ce n'era proprio bisogno, pensava. Ma le cose non erano così semplici come sembrava. C'erano altri uffici governativi che non erano sorvegliati, decisamente più importanti e in vista di quello in via Rok. Anzi, a dire il vero gli uffici sorvegliati erano abbastanza pochi. La possibilità di scelta, se si voleva fare un attentato simbolico, era ampia. Perchè avevano scelto proprio quella strada, proprio quell'edificio, proprio quell'ufficio? Cos'aveva di così speciale? Era stata una scelta casuale o c'era un motivo che sfuggiva a tutti? Non lo sapeva, e si sentiva un po' stupido a porsi ancora quelle domande. Ormai erano questioni secondarie. Erano entrati in un tempo di lotta contro queste fazioni, dovevano far scomparire quell'organizzazione dalla faccia della Terra. Gli ordini del Presidente - che a lui erano arrivati filtrati tramite il suo comandante - erano stati categorici. Bisognava scoprire dove si nascondevano quei tizi e poi andare a stanarli. Lavoravano, fin dall'inizio delle indagini, fianco a fianco ai servizi segreti. Erano persone strane, pensava il figlio del signor D.. Ne aveva visti pochi, ma tutti erano accomunati dall'essere così sfuggevoli, anonimi e insieme sicuri di quello che stavano facendo. Sembravano sapere tutto e prevedere tutto. «Chissà che un giorno non riesca a passare nei loro ranghi», pensava. Un uomo entrò, in quel momento, nella centrale e si diresse verso il suo tavolo. Aveva una giacchetta di pelle e camminava con passo sicuro, come se già sapesse cosa sarebbe successo nei prossimi minuti. Il figlio del signor D. l'aveva individuato subito. «Eccolo qua, un altro dei servizi segreti», pensò tra sé, fissandolo da lontano. Arrivò e si fermò davanti alla scrivania. - Posso sedermi? - chiese, indicando la sedia di fianco, libera, usata di solito per le dichiarazioni dei testimoni. - Certo - rispose, avvicinandogliela - In cosa posso esserle utile? - Io la conosco, sa? Lei è considerato il poliziotto più promettente di questo dipartimento... - Oh, be’... è stato incaricato di indagare sul caso dei Nascosti? - Incaricato? Oh, no, ho fatto qualche ricerca per conto mio - rispose, enigmatico. - Per conto suo? - Sì. Non so cosa stia pensando, ma io non sono chi lei s'immagina - accennò un sorriso e iniziò a giocherellare, con la mano destra, cogli U-Disc del tavolo. - Chi è, allora? - intimò il figlio del signor D., strappandogli le prove dalle mani. - Ho bisogno di parlare con qualcuno che sta sopra di lei, agente. Magari direttamente col Presidente. - Oh, anch'io vorrei tanto parlare col Presidente, ma, vede, non è un privilegio concesso a chiunque. - Vedrà che a me sarà concesso - disse, scrollandosi di dosso la polvere dalla giacca. - E come mai, di grazia? - Perchè ho delle informazioni sui Nascosti. - Che tipo di informazioni? - la situazione stava incuriosendo il figlio del signor D.. - Crede di essere in grado di farmi parlare col Presidente? - questo tipo era glaciale, sicuro di sè, inflessibile. Rasato da poco, capelli corti, mascella dura. - No, non credo. Si dovrà accontentare di me. - Fa niente, tornerò un'altra volta. Chissà che allora non mi farà parlare col Presidente... - disse, alzandosi e avviandosi verso l'uscita. - Ehi, un momento! - gli urlò contro il figlio del signor D., alzandosi anch'egli - Dove crede di andare? - A casa, chiaramente - gli rispose il misterioso uomo, con tutta calma. - No, bello mio. Se ha delle informazioni sui Nascosti, me le deve dare qui e subito, o rischia la galera - gli disse, avvicinandosi e prendendolo per una manica. - Mi lasci, prego - disse, sillabando bene le parole - non ho nessuna informazione sui Nascosti. Il figlio del signor D. gli lasciò la manica e lo guardò con sguardo inebetito. - Non si è accorto che era solo un modo per farmi presentare al Presidente? Non ci sono riuscito, evidentemente. L'ho giudicata male, la pensavo un agente più inesperto, invece sa il fatto suo. Fa niente, aspetterò la prossima crisi e tenterò con un agente meno zelante. Arrivederci. Si avviò con passo veloce verso l'uscita, mentre il figlio del signor D. rimaneva fermo, in mezzo allo stanzone, a guardarlo. Doveva fermarlo? Doveva permettergli di parlare col Presidente? Era davvero un mitomane oppure l'aveva preso in giro? Non c'aveva capito niente, o quasi, di quella conversazione e preferì metterci una pietra sopra e ritornarsene alla sua scrivania. I Nascosti, i Nascosti. Chi erano, dove stavano? E se...? No, era impossibile. Certo, se si doveva immaginare questi tizi, questi terroristi, li vedeva proprio come il tipo che era stato lì pochi istanti prima. Freddi, determinati, impassibili. La cui sola volontà è quella di minare le basi della società, in un certo senso prendere in giro i cittadini onesti. Come faceva quell'uomo a sapere che lui, il figlio del signor D., era uno degli agenti più promettenti? Che stava indagando sull'attentato? Perché rivolgersi a lui, per parlare col Presidente? E se fosse stato, quell'uomo, uno dei Nascosti? Se fossero così temerari da avventurarsi addirittura in un posto di polizia, ora che sono i primi sulla lista dei ricercati? Sì, dalle informazioni che aveva era possibile. Guardò ancora qualche secondo verso la porta d'entrata, in fondo alla sala, da dove era uscito quell'uomo. Quanto era passato? Un minuto, due? Si alzò di scatto e si diresse verso l'uscita, guardando sempre avanti e gettando un'occhiata fuori solo quando passò accanto alle finestre. Uscì in strada e guardò sia a destra che a sinistra da sopra le scale, ma non riuscì ad individuarlo. Dato che ormai era fuori, andò a comprarsi un hot-dog all'angolo. Aveva molto su cui riflettere. Da alcuni metri di distanza, Jon L. stava ammirando la scena. Gli era piaciuto prendere in giro quel pivellino, ma doveva stare attento. La prossima volta non sarebbe stato così facile. Non c'aveva messo molto a capire che lui era un Nascosto. Un ex Nascosto, a dire il vero, ma questo non poteva saperlo. Aveva avuto davanti l'uomo che cercava e se l'era lasciato sfuggire. Erano queste le cose che lo divertivano davvero e non avrebbe mai potuto farle da capobanda. Parlare col Presidente. Anche quello sarebbe stato divertente. «Salve, signor Presidente, sono Jon L., ex capobanda dei Nascosti Puri. Come? Sì, sì, proprio quelli, anzi, sono stato io a ordinare l'attentato contro la Commissione». E poi, cosa gli avrebbe detto? L'avrebbe accusato di essere un dittatore, un despota, che governa mantenendo i sudditi nell'ignoranza? No, quelle erano le accuse degli altri. Boyter l'avrebbe detto con più stile, però la sostanza sarebbe stata quella. Max avrebbe usato un tono più rabbioso, forse per vendicare la sua bella. No, Jon L. non era più così e forse non lo era mai stato. Jon L. avrebbe detto che era disposto a fare affari, col Presidente. Che sapeva molte cose e voleva entrare nella partita. Che i libri che aveva letto - i sei famosi libri - l'avevano convinto che era fatto per dominare e non per sottostare a stupide leggi. Chissà che un giorno non sarebbe riuscito a parlarci davvero, col Presidente. Non sarebbe stato male, avrebbe potuto vendicarsi di Boyter, degli altri Nascosti di Superficie. Ma anche di quello stupido del colonnello Turos, così obbediente agli ordini anche quando erano sbagliati, di tutti quelli che non avevano voluto seguirlo. Gli sarebbe dispiaciuto solo per Max, ma poco, solo un secondo, e poi sarebbe andato avanti. Non era fatto per i ripensamenti. Aspettò che il figlio del signor D. mangiasse il suo hot-dog e poi ritornasse in centrale. Poi tornò sui suoi passi e prese un hot-dog allo stesso baracchino. Lo mangiò camminando verso la periferia, dove aveva preso in affitto un appartamento da pochi soldi. Qui arrivò dopo una buona mezz'ora di camminata, col suo solito passo svelto e deciso. La gente, sulla strada, si scostava per lasciarlo passare. Si sentiva quasi un uomo nuovo, ora. Quella mattina si era fatto la barba, per la prima volta dopo tanto tempo. Non era più il momento di fare il rivoluzionario, ora era il momento di agire e agire sul serio. Farsi strada, imporsi, come aveva sognato fin da ragazzo. Di sicuro non sarebbero mai riusciti, da soli, ad entrare nell'organizzazione dei Nascosti. Un'organizzazione che si era formata in 120 anni e si era sempre perfezionata e fortificata. Con ramificazioni in tutto il mondo, con capi esperti e risoluti. E ricchi e potenti, come Boyter. Non sarebbe stato facile scalzarli e scoprirli. In fondo al Governo non sarebbero servite le prove, perché quegli uomini non sarebbero mai giunti vivi a nessun processo, avevano troppe cose da raccontare, erano persone scomode. Sarebbero stati uccisi prima, in artificiosi scontri a fuoco, creati per l'occasione. E per uccidere in un caso di legittima difesa non servivano prove di colpevolezza. Bastava sapere chi uccidere e dove si nascondeva. E lui aveva tutti i nomi e tutti gli indirizzi.