TRACK 17 - Il commissario D. Il signor D. era di nuovo in strada, sotto la frizzante aria di fine settembre. L'immancabile impermeabile grigio ne disegnava i movimenti lungo la strada e si sentiva un po' come il commissario Torgot quando andava in giro a cercare gli indizi necessari per risolvere il caso del mese. Ma per lui non c'era niente da risolvere. Aveva solo bisogno di capire qualche ultimo particolare, doveva scoprire cos'era successo a sua madre, sapere cosa c'entrava lui con tutta quella storia, cosa significava la parola fratello. Poi avrebbe pensato se diventare o no uno di questi Nascosti, ma già le idee gli si stavano schiarendo. Bravi, sì, encomiabili in quello che facevano. Però non erano cose adatte a lui, a un vecchio che se ne esce col fiatone dopo ogni rampa di scale, con pochi anni ancora da vivere. Come avrebbe potuto nascondersi, lui che non sapeva mentire, che era tormentato dai sogni - o meglio, dagli incubi? No, quello era un mestiere da lasciare ad altri. Lui sarebbe potuto essere un simpatizzante esterno, magari avrebbe potuto farsi prestare qualche libro da leggere ogni tanto. Quello che aveva iniziato la sera prima era interessante, anche se oscuro. Parlava di due ragazzi, due fratelli - ma che voleva dire quella parola? - che, allo scoppio di una guerra civile, si dividevano, combattevano per fazioni diverse. Non aveva mai sentito parlare di quella guerra civile. Certo, non aveva avuto modo di controllare sull'U-Disc di storia, dato che il lettore era ormai fuso, però aveva buona memoria per la storia. Probabilmente faceva riferimento a una guerra di fantasia, non una storica. Ripassava mentalmente, durante la sua passeggiata verso via Mersup, le domande da fare e in che ordine farle. Sua madre, perché lo avevano contattato, cosa significava fratello. Sì, questa volta sarebbe partito dalle cose più importanti, da quelle per sé più decisive. Basta politica, basta diritti e libertà. Non poteva aspettare oltre per conoscere le risposte. Arrivò in via Mersup con passo svelto e senza difficoltà ritrovò il cancello di ferro battuto, solo che questa volta era chiuso. Vide un piccolo campanello, di quelli antichi, e suonò. Si aspettava di veder comparire un videocitofono da qualche parte, ma invece si ritrovò davanti la faccia, in carne ed ossa, di Atur, il maggiordomo. Aveva aperto la porta e gli stava andando incontro. - Oh, salve - disse il signor D., sorpreso - cercavo Boyter. - Salve - rispose il maggiordomo, ormai al cancello - il signor Boyter non è in casa al momento. Vuole lasciare un messaggio? - Non è in casa? E quando tornerà? - Forse per pranzo. Vuole lasciare un messaggio? - Come? - era sovrapensiero - No, no, grazie. Magari ripasserò nel pomeriggio. O forse domani. - Come vuole signore. Arrivederci signore. Quell'Atur sembrava quasi un robot, certe volte. «Se non fossero stati vietati da cinquant'anni - pensava il signor D. - direi che lo è davvero... A parte che Boyter non mi sembra molto il tipo da stare alle regole». Comunque, quel tentativo era andato a vuoto, era questo ciò che contava. Era stato davvero uno stupido, il giorno prima, a dire che non sarebbe ripassato tanto presto. Se avesse accettato l'invito, probabilmente quella mattina avrebbe trovato Boyter in casa, pronto a rispondere alla sue domande e a chiarirgli definitivamente le idee. Spesso era pigro e la vecchiaia gli sembrava acuisse questa sua caratteristica. Era stata la pigrizia, soprattutto quella mentale, a frenarlo, il giorno prima, a fargli dire che aveva bisogno di tempo per pensarci. Ma quale tempo? Ne aveva poco, pochissimo ancora da vivere, non poteva permettersi il lusso di perderne per pigrizia o paura o confusione mentale. Doveva sapere, il prima possibile. Avrebbe potuto suonare di nuovo il campanello e chiedere ad Atur di farlo chiamare quando tornava Boyter. O addirittura di farlo aspettare dentro, non avrebbe disdegnato di passare anche qualche ora in quel bellissimo salottino. Ma Atur non gli era sembrato molto disponibile in quel senso. Sempre così freddo, impersonale. Sembrava proprio un robot e lui se li ricordava perchè aveva una decina d'anni quando li tolsero dal commercio. Perché poi? Non ricordava il motivo, ma era qualcosa a che fare con la sicurezza pubblica. Che c'entrasse qualcosa coi libri? Magari no, magari quella volta erano davvero pericolosi e dannosi. Stava diventando troppo sospettoso, iniziava a pensare che ogni cosa fosse falsa e fatta apposta per manovrare la gente. «Questa si chiama mania di persecuzione», si disse. E decise di non pensarci più, almeno per un po'. Tornò a casa e accese la televisione. Era un po' che non la guardava, ma era curioso di sapere se c'erano state delle evoluzioni nelle indagini sui Nascosti. Il CON gli faceva ancora fastidio e ogni volta che accendeva qualcosa questo fastidio si tramutava in uno snervante ronzio. Cercò un notiziario, ma trovò il faccione del Capo dell'Opposizione a tutto schermo. - ...Diamo tutto il nostro appoggio al Governo in quest'operazione antiterroristica. Quando dei pazzi fanatici attaccano le nostre istituzioni democratiche non possiamo far altro che reagire tutti insieme, uniti, contro il nemico comune. Non possiamo far altro che combattere fino alla sua distruzione, per preservare la nostra vita e la nostra libertà. Non ci opporremo, quindi, ad un'eventuale richiesta, da parte del Governo, di utilizzo dell'esercito e delle Armi Speciali contro questi nuovi nemici. Staremo insieme, uniti... Cambiò canale. L'esercito. No, no, era meglio restarne fuori. Forse era meglio anche non farsi più vedere a casa di Boyter. Quell'uomo e la sua organizzazione avevano le ore contate, era un suicidio andarsi ad invischiare con loro. A parte che, a quell'età... Accese il computer e cercò le vecchie foto di famiglia. Ce n'era qualcuna anche con sua madre, ma poche e sempre in posa per certe occasioni ben precise. Nessun filmato, invece, quelli iniziavano solo dopo la sua morte. Perché? Non potevano non avere la telecamera anche prima, erano una famiglia benestante e la telecamera l'aveva chiunque. Perché non riusciva a trovare nemmeno un filmato? Forse però poteva ottenere le risposte che voleva anche senza andarle a chiedere a Boyter, anche senza rischiare di essere associato a quei Nascosti. La sua vecchia casa, la casa dov'era cresciuto, era ora abitata dalla sua ex moglie. Tutta colpa della comunione dei beni, che si era lasciato convincere a fare, e di una ingenua voglia di condivisione che l’aveva portato, negli anni dell’innamoramento, a cointestarle praticamente qualsiasi cosa, anche la casa. Sicuramente, nei vecchi file dell'archivio avrebbe potuto trovare qualcosa, qualche informazione. Qualcosa che lo aiutasse a capire meglio com'erano andate le cose. Di sicuro dovevano esserci le impronte digitali di chi entrò quel giorno, degli uomini che aveva visto assieme a suo padre, magari anche i loro nomi. Sicuramente l'orario d'entrata, l'orario d'uscita, in che stanze erano stati. E probabilmente anche il loro peso all'ingresso e quello all'uscita, per vedere se avevano portato via qualcosa. Chiese l'ora. Erano le 10 e 37. Andò al videofono. - Numero di Siro - disse. Il videofono suonò a lungo, senza che nessuno rispondesse. Bene, non era in casa. Probabilmente era in giro a spendere i 6.000 crediti che credeva di aver guadagnato. In realtà i 6.000 crediti non erano ancora passati sul suo conto. «Sarà meglio non rispondere alle chiamate di Siro nelle prossime ore», disse tra sé. Uscì, indossando nuovamente l'impermeabile. Aveva sempre avuto la fobia degli ascensori, fin da piccolo, e non gli era mai passata. Ma, mentre faceva uno scalino per volta, attaccandosi alla ringhiera, pensava che era proprio uno stupido. Non faceva una piega se si doveva infilare un cavo che gli mandava le informazioni direttamente nel cervello, ma l'ascensore non lo prendeva. Troppo pericoloso, metti un improvviso black-out... Appena in strada chiamò un taxi, visto che non aveva il tempo di farsela a piedi, anche se camminare gli faceva bene alla circolazione. Doveva fare tutto prima che Siro tornasse, altrimenti sarebbero stati guai. Sperava solo che non avesse cambiato il meccanismo di serratura, che le sue impronte e la sua retina fossero ancora nel database del programma, altrimenti non avrebbe avuto modo di entrare se non da una qualche finestra. In pochi minuti si trovò davanti alla casa dov'era cresciuto e dove aveva passato i primi anni di matrimonio. La casa che ora era della sua ex moglie. Prima che qualche vicino potesse individuarlo, si diresse deciso verso la porta. Inserì il pollice nel vano per le impronte digitali e gli occhi nella visiera. - Dati riconosciuti. Benvenuto signor D. - disse una voce metallica e il portone si aprì di scatto. Bene. Evidentemente era sicura che non ci sarebbe più voluto tornare, lì, e non si era presa la briga di sistemare l'impianto. Effettivamente era tanto che non metteva più piede in quelle stanze e tutto era cambiato. I mobili, il colore delle pareti, gli elettrodomestici. L'ubicazione del Vano di Controllo, però, era sempre la stessa. - Attivare Vano di Comando - disse, avvicinando la bocca al vano stesso. - Vano di Comando attivato - rispose. - Ricerca files d'archivio casa. Files trovati? - Trovati 23.702 files. 23.000 files e rotti. Uno per giorno, quanti anni erano? Dunque, 365 giorni all'anno, vuol dire 3.600 in dieci anni... Tre per sette, ventuno. Quasi settant'anni, anno più, anno meno. Sì, c'erano tutti. Ora bastava trovare quello relativo al giorno di morte della madre. Dunque, quand'era stato? Era stato in maggio, il 13 maggio, gli sembrava. Disse la data al Vano di Comando. - Impossibile ritrovare il file, file inesistente. - Come file inesistente? - rimase stupito. Riprovò col 14 maggio. - File trovato. Ascoltare file? Il 14 maggio c'era. Perchè non il 13? Provò col 12. - File trovato. Ascoltare file? Anche il file relativo al 12 maggio era nell'archivio. Allora mancava solo quello del 13, quello del giorno decisivo. Perchè era stato cancellato e da chi? Cosa c'era di tanto importante, in quel file, da impedirgli di ascoltarlo? Oppure stava solo diventando pazzo e iniziava a vedere complotti da tutte la parti. Forse si era solo deteriorato, accadeva spesso con i file così vecchi. Magari il 12 e il 14 s'erano salvati e il 13 s'era deteriorato per puro caso. Provò a chiamare i file di altri giorni: se anche altri giorni fossero stati deteriorati sarebbe stata la prova che si trattava solo di un caso. Chiamò l'11, il 10, il 9, l'8, il 7 e il 6 maggio. Poi passò al 15, il 16, il 17, il 18, il 19 e il 20 maggio. C'erano tutti, nessuno era deteriorato. Provò ancora. Chiamò tutti i file di quel maggio e poi passo ad aprile e a giugno. C'erano tutti. Mancava solo il 13 maggio. Perché? Richiuse il Vano di Comando, non avrebbe trovato nulla d'interessante lì. Scese invece in cantina, dove si ricordò che anni prima avevano sistemato i vecchi dischi dei suoi genitori. Di libri era sicuro di non averne mai visti, in quella casa, dopo i tredici anni, dopo la morte di sua madre. Ma rimanevano gli U-Disc e qualche vecchissimo PIC-Disc dei suoi nonni. Stava togliendo la polvere da alcune casse di quella roba, quando sentì la porta d'ingresso richiudersi, sbattendo. La sua ex moglie era già tornata, purtroppo. Si avvicinò alla porta di legno, sopra le scale della cantina, per origliare e sentire se era davvero lei. Dovette star così un po', perchè la persona non parlava. Ma ad un certo punto andò al videofono, non troppo distante da dov'era il signor D.. - Numero del mio ex marito - disse, con la sua voce inconfondibile. Era proprio lei e stava cercando di videofonargli a casa. - Ma non c'è mai quel cretino! - urlò lei, colma di rabbia. Il signor D. stava scendendo le scale, per ritornare agli scatoloni, ma la sentì bene e rise tra sé. Evidentemente s'era accorta che non le aveva fatto il versamento di 6.000 crediti. - Numero di cellulare del mio ex marito - disse poi lei. Il cellulare! Lo scordava sempre! Dove l'aveva lasciato? Doveva spegnerlo prima che il videofono della moglie finisse il numero, se no sarebbe stato scoperto. Mise le mani in tutte le tasche, ma non riuscì a trovarlo. Fece quindi le scale di corsa, cercando di mettersi il più lontano possibile dalla porta, in modo che il trillo non si sentisse da dentro la casa. E scendendo mise male un piede, procurandosi una dolorosa storta. Con una smorfia di dolore sul viso e un forte affanno, si fermò alla base delle scale e attese. Il cellulare non suonava. Per fortuna, doveva averlo lasciato a casa. La sua sbadataggine, per una volta, gli era tornata utile. Sentì la moglie sbraitare qualcosa in lontananza e decise di sedersi su una cassa. Aveva bisogno di riposare un attimo.