TRACK 23 - Un favore La casa - o forse era meglio chiamarla villa - di Boyter era una sorta di pregiato mix tra l'aristocratico-barocco e il gusto liberty di inizio Novecento. Sulle scale, oltre ai classici marmi, statue di veneri e altre divinità greche e romane. Sui soffitti affreschi dorati, alle pareti arazzi e quadri di antenati. - Mi parli un po' della sua casata - lo stuzzicò il signor D. - voglio dire: siete ricchi di famiglia, come sembra da questi ritratti, oppure... - Vede, caro amico, la mia famiglia è di antichissime e nobili tradizioni, che risalgono fino al lontano medioevo. Nobiltà di spada, non di toga, sia chiaro. I miei avi erano gli antichi guerrieri delle imprese cavalleresche, i paladini, gli Orlando, gli Artù, i Lancillotto. Uomini valorosi e senza macchia. - Mi sorprende - intervenne il signor D., che ormai con Boyter si sentiva a suo agio - che una mente razionale come la sua si lasci prendere la mano da questi... voli. La credevo molto più diffidente, riguardo ai falsi storici. - No, no, non credo a quello che dico, non da un punto di vista storico, almeno. So bene anch'io che cavalieri così non ci furono mai e mai ce ne saranno. Ma la poesia li ha esaltati comunque, ha glorificato i loro ideali e le loro imprese, fossero esse vere oppure no. Molto meglio discendere da un Don Chisciotte che da un pavido politico di oggi, no? - Don Chisciotte? - Ah, amico mio, ho molti libri da prestarle e farle leggere! - disse, appoggiandogli una mano sulla spalla. - Lei segue il precetto - intervenne il signor D., dopo qualche secondo di silenzio - di trascrivere un libro al mese? Oppure i suoi impegni... - L'ho sempre fatto, da quando ho compiuto diciott'anni. Almeno un libro al mese. Poi, quand'ero giovane, quando si stava inattivi nascosti sottoterra, ne copiavo anche tre o quattro al mese. - Ma le piace o lo fa solo per, come dire, senso del dovere? - era curioso riguardo a questa cosa che per lui stava fuori dal mondo. La riproduzione, per il signor D., era sempre stata, fino ad allora, qualcosa di molto immediato: copiare un dischetto, una foto, un video, un file audio. Questione di pochi secondi, insomma, non di mesi. - No, no, mi piace. È bello perchè ti permette di assaporare ogni parola, ogni virgola di un testo. Gli U-Disc di oggi sono scritti così male... - Oh, non faccia l'antiquato - proruppe il suo interlocutore dalla sedia a motore, sicuro del valore dei suoi U-Disc del commissario Torgot - non è detto che tutto vada sempre verso il peggio, a questo mondo. Sarebbe una visione molto pessimistica. - Non voglio dire - lo corresse Boyter - che non ci siano anche oggi grandi narratori. Dico solo che lo strumento dell'U-Disc non aiuta il narratore stesso a fare un revisione della sua storia, a scegliere i termini migliori, a limare e cambiare dove necessario. Una volta, invece, specialmente quando gli scrittori erano mantenuti dai mecenati, allora sì che si aveva tutto il tempo di aggiustare la propria opera e perfezionarla fino al più piccolo particolare. Oggi tutti hanno fretta, chi usufruisce degli U-Disc e chi li registra. - Sì, questo può essere vero. Però, mi dica, cosa sta trascrivendo adesso? - Oh, un testo che la sorprenderà, non tanto in sé, ma perchè la versione originale, quella che sto trascrivendo io, è in certi punti ben differente da quella che lei ha sicuramente in casa, in U-Disc... - Cosa significa? Che l'hanno modificata riversandola su disco? - Sì, - confermò lui, introducendo l'ospite nella sontuosa camera da letto - la Commissione non vieta solamente, ma più spesso corregge e cambia. Dopo le mostrerò meglio cosa intendo. Cosa gliene pare, intanto, di questa camera? I due continuarono a conversare così, sempre più come amici di vecchia data, per tutte le stanze, sia del primo piano che del piano terra, divagando dalla politica alla filosofia, alle scienze. Per Boyter non c'era da stupirsene, la sua cultura, visti i tempi, era addirittura enciclopedica. La sorpresa, per entrambi gli uomini, fu invece il signor D.. Non si era mai interessato di questioni intellettuali, almeno non più di tanto. Le aveva sempre trovate un po' vuote, distanti dalla realtà, inutili. Ora invece, all'improvviso, sembrava scoprire in loro il punto di contatto tra una realtà che gli appariva nuova, diversa da come l'aveva sempre conosciuta, e una testa in subbuglio. Ed era come se i ricordi sbloccati riguardo a sua madre e alla sua educazione infantile ne avessero ravvivato l'intelligenza, riscoprendone il lato attivo e curioso proprio dell'infanzia. Era come se quella parte del suo carattere fosse stata ibernata per anni ed oggi ritornasse a galla, ancora vigorosa come se non fosse passato nemmeno un giorno da quel 13 maggio. Poi, visto che si era fatto tardi, Boyter offrì nuovamente al signor D. di fermarsi a pranzo, offerta che egli stavolta accettò. Mangiarono in una lunga sala da pranzo, ai due capi di un tavolo in legno massiccio. Il cibo era stato preparato da Atur in base all'antica cucina orientale. Il signor D. non aveva mai mangiato niente di simile, ma gradì molto. - Avrei un favore da chiederle, signor D. - intervenne Boyter, quando ormai erano arrivati al dolce. - Di che genere? - si sentiva sì a suo agio, in quella casa, ma ancora non del tutto fiducioso riguardo alle attività di questi Nascosti. Tanto più che doveva ancora scoprire come mai si erano rivolti a lui, come mai continuavano a trattarlo con tutto quel riguardo. Era sì il figlio di un ex Capo dei Nascosti, ma questo non cambiava niente: per cinquant'anni non l'avevano mai contattato, perchè cambiare adesso? - Ha presente il ragazzo che le ha consegnato il libro, quello che è stato poi coinvolto nell'attentato? Sì, l'aveva presente, e lo comunicò con un leggero segno della testa. La proposta non era iniziata bene, tirando in ballo quel tipo, implicato nell'esplosione di un'auto-bomba la notte stessa in cui si era introdotto in casa sua... e magari era stato ancora lui a lasciare quelle nuove macchie di fango sul suo pavimento, il giorno prima. - Be’ - riprese - quel ragazzo è molto giù di morale da quando è morta la ragazza che lavorava con lui, non so se ha presente, bionda, carina... - Sì, sì - lo interruppe - ho presente. - ...e avrebbe bisogno di parlare con un'amica della ragazza, sa, per confidarsi, confrontarsi, le solite cose - Boyter stava cercando di minimizzare la faccenda, sapendo benissimo che difficilmente il signor D. sarebbe stato disposto ad aiutare Max, di cui era chiaro che non si fidava. - E io che c'entro? - chiese, indispettito, il signor D.. - C'entra perchè la ragazza è sorvegliata dalla polizia, che pensa, a ragione, che Max possa mettersi in contatto con lei. - Ah, si chiama Max? - chiese retoricamente. Boyter doveva stare attento: la troppa confidenza col suo ospite rischiava di fargli scappare dalla bocca informazioni riservate. - Sì... e lei dovrebbe in qualche modo fare da tramite o comunque permettere alla ragazza di liberarsi per qualche ora dalla sorveglianza. - E come crede che possa fare? Mi sembra un'ipotesi semplicemente fantasiosa - il tono del signor D. s'era fatto sarcastico, anche perché non voleva proprio avere più niente a che fare con quel Max. - Basterebbe agire in squadra. Lei potrebbe distrarre suo figlio dalla sorveglianza della ragazza mentre io le passerei un foglio o un file audio con le istruzioni per incontrarsi in sicurezza con Max. - Sembra quasi una commedia rosa, tipo Romeo e Giulietta. Perché ha tanto a cuore i desideri di questo Max? Lo deve usare in qualche altro attentato? - la pazienza del signor D. era giunta al limite, ma si accorse subito di averla sparata grossa. - La prego di ricordarsi, signor D., - il tono di Boyter era ridiventato staccato e formale - che io non piazzo bombe e non pianifico attentati. Come le ho già spiegato, non fui io a dare quell'ordine. - E allora perché adesso vuole aiutare quel ragazzo, che altri non è che l'attentatore? - Perché è confuso e stravolto e non voglio che diventi un problema per l'organizzazione. Ecco perché - ribadì con forza il Capo dei Nascosti. Se le ultime parole di Boyter, riguardo all'utilità di evitare che qualcuno diventasse un problema, erano ampiamente condivise dal signor D., altrettanto non si poteva dire dell'immagine di Max che i due avevano. Per Boyter era infatti un ragazzo confuso e deluso, ma profondamente obbediente e devoto alla causa. Per il signor D., invece, era un semplice pazzoide esaltato, col gusto dell'immagine, la barbetta per darsi un tono e la bomba per sentirsi importante. Due visioni antitetiche e difficilmente conciliabili. - E se le chiedessi di farlo per la ragazza? - chiese Boyter. - Quale ragazza? - Entrambe - si corresse il padrone di casa - sia la biondina morta, Qersa, che la sua amica d'infanzia, Petra. Per loro, perché Qersa sia ricordata da qualcuno che le aveva voluto bene e perché Petra capisca come sono andate le cose e non rifaccia gli stessi errori dell'amica. «Boyter è un volpone», pensò il signor D.. Non appena aveva visto che l'argomento precedente, quello su Max, non funzionava, l'aveva cambiato, puntando sulle due ragazze, la morta e la viva, così indifese e deboli, sole e abbandonate agli eventi. Ma non era affatto sicuro che per la ragazza in vita, per Petra, fosse salutare incontrarsi con quel Max. Che ne sapeva di questo tipo? Avrebbe benissimo potuto chiederle di aiutarlo a preparare un altro attentato, in qualche altro ufficio della Commissione o magari direttamente alla YNOS. No, non poteva farlo, non basandosi solo sulla parola di Boyter. Aveva bisogno di qualche prova in più. Eppoi c'erano altri problemi. Prima di tutto, come avrebbe fatto a distrarre suo figlio, che non lo ascoltava nemmeno quando non aveva niente da fare? Figuriamoci durante un'operazione di polizia! Chiamandolo al videofono? Andando di persona dov'erano i monitor controllati e parlandogli del più e del meno o dei suoi acciacchi? No, non l'avrebbero lasciato passare, anche suo figlio, così ligio alle regole, l'avrebbe lasciato fuori. E la pigrizia era l'altro grosso problema. La pigrizia e la ricerca della tranquillità. Quanto tempo era passato da una giornata normale, senza scoperte, incubi o esplosioni? Aveva quasi scoperto tutto quello che voleva sapere. Non gli serviva altro, non doveva loro niente. - Allora, cosa mi risponde? - chiese Boyter - Me la vuole dare questa mano? - Voglio prima conoscere il ragazzo - disse il signor D. - poi si vedrà. Si era lasciato sfuggire un'affermazione che non concordava con la sua testa, col suo ragionamento, col suo istinto. Ma se l'era lasciata sfuggire per i modi di Boyter, a cui sembrava non essere capace di dire di no. E poi così avrebbe visto il sottosuolo, dove vivevano i Nascosti Puri. - D'accordo, domani andremo a trovarlo. Ora è di stanza a difesa della Biblioteca. La Biblioteca? Una serie d'immagini s'accavallarono in un secondo nella mente del signor D., prima che avesse il tempo di risistemarle e dare loro ordine. Gli sembrava di esserci già stato in una Biblioteca, con sua madre che ce l'aveva portato. Ma non ricordava libri, né il sottosuolo. Doveva essere molto piccolo, sei anni al massimo. Ma c'era qualcos'altro, nella sua mente, che ora gli sfuggiva. C'avrebbe pensato a casa, con calma. Ora non poteva rimanere lì un minuto di più. Aveva il timore che qualunque cosa Boyter gli avesse chiesto, quel giorno, lui l'avrebbe accettata. Voleva evitare assolutamente che gli chiedesse di diventare un Nascosto. Non poteva, non poteva dirgli di sì, ci doveva pensare, riflettere a lungo. Non era mai stato tipo dalle decisioni avventate, ma ora qualcosa in lui sembrava cambiato, ringiovanito. Tutto merito dell'antidoto? O dei ricordi e dell'immagine di sua madre? Aveva bisogno di calma e tempo, per riflettere anche su queste cose. Non l'aveva fatto abbastanza e gli avvenimenti sembrava prendessero il sopravvento sulla sua vita. Decise quindi di congedarsi e andarsene a casa.