TRACK 25 - Riflessioni del signor D. Ancora una volta fu costretto a prendere l'ascensore, ma per fortuna assieme a Rees, l'inquilino del quarto piano. Il viaggio verso l'alto fu così affrontato con molta meno paura. La porta di casa, una volta tanto, era chiusa e non vedeva nuovi segni di impronte dopo le ultime che gli avevano riempito la casa. Chi era stato? Quel Max? Ma perché tornare lì, soprattutto ora che è ricercato e il suo viso è noto a qualsiasi poliziotto? Per mettere nei guai anche il signor D., forse? Oppure era stato qualcun altro? Le impronte gli sembravano diverse da quelle della volta precedente, ma non ci avrebbe scommesso sopra. Non si riteneva un grande esperto di quelle cose. Certo che se si fosse dotato di un Vano di Comando anche lui, come si usava nelle case normali, non avrebbe avuto tutti quei dubbi. Non fece in tempo, con molta difficoltà, a mettersi le ciabatte che subito sentì trillare il videofono. Rispose subito. - Pronto? - fece, mentre vedeva comparire l'immagine della sua ex moglie Siro. Il divano, certo, non gliel'aveva pagato. Chissà quante volte aveva provato a chiamare. - Pronto? Finalmente ti trovo! È tutta ieri che provo a chiamarti, sia a casa, sia sul cellulare! Ma che t'è successo, ti sei fatto male? - s'era accorta delle stampelle. - Sì, sono... caduto dalle scale - disse - È successo proprio ieri, per questo non mi trovavi visto che ero al pronto soccorso. - Ma sei proprio ottuso! Ancora ti ostini a non voler prendere l'ascensore? Alla tua età farsi le scale equivale a un tentato suicidio! - sbraitò la donna, gracchiando. Il signor D., intanto, pensava a quanto gli aveva detto Boyter sull'invecchiamento e sul CON: nonostante quello che diceva sua moglie, in un'altra epoca sessantun'anni non erano poi così tanti, anzi. Probabilmente c'era stato un tempo in cui quelli con la sua età facevano le scale saltellando. - Oggi l'ho preso, l'ascensore, e anche ieri sera. - Lo spero bene! Volevi farti le scale così? Non so io... - Senti, Siro, veniamo al dunque. Mi hai chiamato perchè non ti ho ancora versato i 6.000 crediti? - cercò di tagliare corto. - Bravo. Allora non è stato un errore della banca, ma tuo. Avevi detto che mi davi i miei 6.000 crediti! - E infatti te li darò - disse con voce calma - ma chiaramente non subito. Siamo quasi a fine mese e in tutta sincerità non ho i 6.000 crediti che vuoi, in questo momento. Dovrai pazientare ancora qualche giorno, finché non riceverò la pensione. - Ancora qualche giorno! - urlò lei all'altro capo della cornetta - E io cosa faccio nel frattempo? Firmo cambiali? - No, perché mai? - si appoggiò al muro - Mi risulta che tu abbia anche un tuo reddito, oltre ai soldi che mi spilli ogni tanto. - Io non ti spillo niente. Quelli sono soldi miei, guadagnati vendendoti quel maledetto divano che tieni in sala - il signor D. pensò di fare il sarcastico, ma lasciò perdere. La salutò assicurandola che la prima cosa che avrebbe fatto, una volta ricevuta la pensione, sarebbe stata farle il versamento. Poi riattaccò. Consultò anche l'elenco delle chiamate perse e sentì che la sua ex aveva chiamato ben sette volte al telefono di casa e dodici al cellulare. «Per fortuna che lo dimentico sempre a casa, altrimenti sarebbe stato un tormento continuo!», pensò. Si sedette sul divano, quello che doveva ancora pagare a Siro, e si mise a pensare a quello che aveva scoperto quella mattina, e non era poco. Sua madre, intanto. Capo dei Nascosti, prima donna a ricoprire quel ruolo e perdipiù ancora giovanissima. La cosa - doveva ammetterlo - lo inorgogliva. Aveva sempre pensato che sua madre fosse una donna speciale, ma non aveva mai avuto modo di averne una tale conferma. Il dolore per il modo in cui era stata uccisa era ora mitigato, filtrato dagli anni che erano passati. I ricordi, pur ancora presenti nella mente del signor D., erano ora meno vividi, non più sentiti come attuali. Evidentemente la riscoperta di quei dati nel suo cervello aveva dato loro nuovo vigore. O, più semplicemente, quella morte di cui era sotto sotto a conoscenza non era mai stata sofferta appieno e desiderava invece trovare la sua valvola di sfogo. Una volta passato il momento critico, era stata in un certo senso incamerata in uno schema di ricordi in qualche modo più semplice da accettare. Ma non c'era stato solo questo. L'antidoto - come lo chiamava Boyter - gli aveva fatto ritornare alla mente tutti i ricordi riguardanti la sua educazione privata alla lettura. Le lezioni di sua madre, l'imparare a leggere e scrivere - quanti anni aveva? sei, sette? - e i primi romanzi d'avventura, che sua madre aveva trovato nella Biblioteca. La Biblioteca. Ecco, ora iniziava ad emergere qualcosa di più definito nel marasma dei suoi ricordi, ma ancora non del tutto completo. E poi i pochi fogli trovati con grande difficoltà, le penne d'oca e le boccette d'inchiostro, la scrittura al computer, anche l'alfabeto muto. Erano quasi dei giochi e si ricordò quant'era brava sua madre a farlo divertire. Eppoi l'altra questione, più immediata, che - egoisticamente parlando - al momento lo interessava di più. Il fatto che il CON faceva morire. Ecco perché tutto quel prurito, quel fastidio, quel dolore alle tempie che si faceva passare immergendosi la testa in acqua. Tutta colpa del CON e dei lettori di U-Disc, fossero essi YNOS o sottomarche; non importava, l'importante è che fossero letali. Di certo non avrebbe più speso altri soldi per comprarsi una diavoleria del genere, per spingersi a finire nel Ricovero. Vent'anni in meno. Quante cose si potevano fare in vent'anni? Poi, dipendeva da come li si viveva, quei vent'anni. Se fossero stati vent'anni in quel corpo che aveva adesso, così fiacco, pesante, molle, forse c'avrebbe rinunciato. Per altri vent'anni nel corpo che aveva quand'era giovane, invece, c'avrebbe messo la firma. Atletico, aitante, ben guardato dalle ragazze. Altri tempi, tempi in cui non era solo come adesso, come in questa fase della sua vita. E pensava a quanti dovevano passarsela come lui. Anche Boyter, dopotutto, pur essendo il capo di un'organizzazione che contava centinaia di persone. Anche lui era solo, in quella casa immensa, bella, ma anche spettrale. Dove c'è così tanta luce, così tanto oro, fa impressione trovare il vuoto, i corridoi deserti, le stanze senza un suono. Almeno lui aveva Atur? Bah, non sapeva se un maggiordomo del genere potesse essere di molta compagnia. Non si riusciva nemmeno a capire se fosse un robot oppure no. Certo, i robot erano vietati da anni, però... E infine quella richiesta, di aiutarlo a far incontrare quei due ragazzi. Che neppure si conoscevano, gli aveva confessato mentre aspettava il taxi. Non si erano mai visti. Che senso aveva tutta quella fatica, quei rischi, per far incontrare due persone che forse si sarebbero odiate? Che senso aveva? Poteva darsi benissimo che lei lo incolpasse della morte della sua amica. Era comprensibile e forse anche vero. Perché avrebbe dovuto accettare di rivolgere la parola a un tizio del genere, così finto, così creato ad arte? Boyter però aveva insistito. «Lo faccia per me, come un favore personale», gli aveva chiesto. E ancora una volta non aveva saputo dir di no a quella sua tremenda gentilezza. Era riuscito solo a porre, in extremis, quella pregiudiziale, che voleva prima parlarci. E così sarebbe finito nel sottosuolo, alla base dei Nascosti Puri, vicino a questa fantomatica Biblioteca. «Il centro vitale dei Nascosti», l'aveva definita Boyter, prima di rientrare in casa, quando il taxi stava ormai accostando. Eppure c'era qualcosa, nella sua mente, che non gli tornava, relativamente a quel luogo. Anzi, un pensiero che gli ronzava di qua e di là ma ogni volta che cercava di afferrarlo gli sfuggiva. E ancora non aveva avuto una delle risposte più importanti. Perché lui? Perché solo ora, dopo tutti quegli anni? Perché dagli stessi che stavano preparando l'attentato? Aveva capito da tempo che Boyter conosceva le risposte a queste domande, ma ancora non l'aveva ritenuto pronto per dirgliele. Si capiva da come cambiava espressione, ogni volta che si sfiorava l'argomento. Non era per caso che l'avevano evitato, era per scelta precisa del Capo dei Nascosti. E questo preoccupava il signor D., che ancora non riusciva a capire la sua tattica e le sue ragioni. Accese un po' la tv, ma la spense dopo un paio di minuti, annoiato. Nessun programma sembrava dargli le emozioni che riusciva a rivivere nella sua testa, ripensando a quanto gli era successo in quei giorni e a quanto aveva riscoperto del proprio passato. Erano come dei sogni, i ricordi di sua madre prima della morte, dei bei sogni fatti però, finalmente, in piena coscienza, a occhi aperti. Si alzò dal divano, e decise di andare a sognare a letto.