TRACK 27 - Il piano - Questa è la Sala Centrale. Ce n'è una in ogni zona del sottosuolo. Qui ci si ritrova, si discute e, soprattutto, si copia. Le parole di Boyter erano veritiere: decine di ragazzi erano infatti seduti attorno all'ampio tavolo, intenti a copiare i volumi dalle forme più disparate. E lungo la sala, in mobili di legno, pacchi di fogli, penne d'oca, inchiostro, qualche libro particolarmente grosso. Boyter notò ciò che il signor D. stava guardando. - Lì teniamo il materiale per la copiatura e alcuni libri di consultazione. Sono perlopiù vocabolari delle lingue antiche e della lingua contemporanea. Vocabolari completi, lì ci trova anche fratello. - Posso? - chiese il signor D., facendo il movimento per prenderne uno. - Sì, sì, si serva pure. Io intanto provo a vedere se trovo il ragazzo - il ragazzo, sì. Erano lì per quello, in effetti. Il signor D. aprì il grosso volume e iniziò a sfogliarlo. Migliaia di pagine colme di parole e spiegazioni: faceva una certa impressione. Si sedette su una sedia e iniziò a cercare la F. Era un po' arrugginito con l'ordine alfabetico, ma in breve riuscì a scovarla. Poi, con calma, fermandosi su molte altre parole che vedeva e lo interessavano, passò a fratello. Lesse la definizione - saltando alcuni simboli che non capiva - lasciandosela sfuggire a voce alta. - Uno, ciascuna delle persone di sesso maschile nate dallo stesso padre e dalla stessa madre. Parente di sesso maschile in linea collaterale di secondo grado - che voleva dire? Continuò. - Due, al plurale, i figli, maschi e femmine, di una stessa famiglia. Tre, chi ha in comune con altri un vincolo religioso, politico, sociale, ideale e simili. Quattro, frate, converso, specialmente in alcuni ordini cattolici, che veste l'abito, senza aver pronunziato i voti o avendone pronunziato solo parte. Seguivano una lunga sfilza di esempi. Sollevò la testa, già pensando a qualche altra parola di cui andare a verificare il significato, ma vide venirgli incontro Boyter accompagnato da quel Max. L'entusiasmo per quelle notizie e per la scoperta di un Vocabolario che confermava quanto gli raccontava Boyter scemò subito. Quel tipo gli stava antipatico, dopo quell'attentato ne provava repulsione. Sì, era sempre stato contrario alla violenza, ma in realtà non si era mai posto più di tanto il problema. Ora, invece, vedendo quel Max, gli ritornava alla mente il viso della ragazza bionda, con solo quel rivolo di sangue che le usciva dalla bocca e naturalmente era portato ad associarla all'immagine di sua madre, sgozzata. Tentò, per rispetto degli impegni preso con Boyter, di nascondere questo astio. Si spostarono in una stanzina più appartata, dove poterono parlare senza disturbare chi era al lavoro. Il ragazzo, quel Max, sembrava intimidito, quasi si sentisse in colpa per ciò che aveva fatto al signor D.. O forse era lo sguardo di rimprovero del vecchio, che non riusciva tanto facilmente a nascondere quello che pensava. - Il signor D. - iniziò Boyter - è venuto per conoscerti. È l'unico aggancio che abbiamo per farti parlare con Petra, l'amica di Qersa. Però voleva capire meglio quali erano le tue intenzioni... - anche Boyter era imbarazzato, una volta tanto non sapeva quali erano le parole da usare. - In che senso? - chiese Max, confuso. - Te lo spiego io - proruppe il signor D.. La sua finta benevolenza era già esaurita - Sono qui solo per fare un favore al tuo Capo. Non certo per te, che ti sei introdotto in casa mia di notte e prima ancora mi hai lasciato un libro per non so quali oscure macchinazioni! Fosse per me, non ci sarei mai venuto a darti una mano, sapendo poi dell'attentato... - Su, su, rimaniamo calmi - tentò di mediare Boyter, mentre il ragazzo si chiudeva nel mutismo. Poi si rivolse a Max: «Spiegagli come sono andate le cose, perché tu e Qersa l'avevate contattato e perché poi avete messo quell'autobomba». - Io l'ho fatto perchè me l'aveva ordinato Jon L., il mio Capo di allora. - Quello che è stato espulso - puntualizzò Boyter, rivolto al signor D.. - E che sei, cretino? Sei responsabile anche tu di quello che hai fatto, non puoi scaricare la colpa solo sugli altri! Non mi sembrava tu fossi obbligato con la pistola alla tempia - ribattè, sarcastico. - No, è vero. Ho obbedito perchè volevo obbedire. Avrei potuto dire di no, avrei potuto farmi da parte. Ho le stesse responsabilità di Jon L.. - Infatti - ed era per questo che non voleva aiutarlo. Almeno, però, aveva ammesso le sue colpe. - È per questo motivo che vorrei vedere Petra - continuò però il ragazzo - perché è l'unica a cui possa chiedere perdono. Alla famiglia non mi posso avvicinare, sarei subito catturato e forse nemmeno loro reagirebbero bene, vedendo l'attentatore che ha avuto la fortuna di salvarsi. Ma con Petra potrei parlare di Qersa, raccontarle e farmi raccontare. Parlava sottovoce, quasi sussurrando, perché quelle parole gli erano difficili da dire. Appena ebbe finito, Boyter alzò la testa verso il signor D. e gli lanciò uno sguardo colmo di significato. «Hai visto? Non vedi che è pentito? Che ha bisogno di quell'incontro e che ne avrà sicuramente bisogno anche questa Petra?». Il signor D., intanto, pensava. La sua idea riguardo a quella prospettiva stava cambiando rapidamente, ma allo stesso tempo rimanevano gli insormontabili problemi relativi alla realizzazione pratica di quel progetto. Riuscire a distrarre suo figlio durante un appostamento era sicuramente più facile a dirsi che a farsi. L'aveva proposto Boyter, giusto perché non conosceva quanto zelante e preciso fosse suo figlio nello svolgimento del suo lavoro. Una caratteristica che non aveva preso né da lui, né dalla madre. Si grattò la testa, pensieroso. Poi chiese a Boyter di poter parlare da solo con lui per un po', e il ragazzo fu mandato fuori dallo stanzino. - Allora, che ne pensa? - chiese Boyter. - Devo dire che il ragazzo ha detto proprio le parole giuste per ottenere quello che vuole - disse, dopo una pausa di qualche secondo - però ancora non so come si possa realizzare il suo piano. Non è di così facile attuazione come lei sembra ritenere. - Guardi, sarà invece una cosa semplicissima. La casa della famiglia di questa Petra, la vicina, è controllata con due sole telecamere, una nel salotto e una in camera della ragazza. Per il resto sono piazzati dei microfoni. L'attenzione maggiore, invece, è chiaramente concentrata sulla casa dei genitori di Qersa, la ragazza morta nell'attentato. Ci siamo fin qui? - Sì, però... - Aspetti - lo interruppe - prima finisco, poi farà le sue osservazioni - voleva evidentemente sfruttare la sua capacità oratoria per dimostrargli come fosse facile il suo piano e per spingerlo ad accettare. Il signor D. aveva ormai capito questa tattica, ma lo lasciò fare. - Tramite i miei informatori ho scoperto che suo figlio avrà il turno di sorveglianza della casa dei vicini dalle sei alle otto di questa sera. Della casa della famiglia di Qersa si occupano invece altri agenti. Io mi recherò a casa di Qersa, come già ho fatto nei giorni scorsi e chiederò ai suoi genitori come stanno, se si sentono bene, se il loro ricorso per poter celebrare il funerale è andato a buon fine. Poi m'informerò sull'amica di Qersa, Petra, e chiederò se l'ha presa bene. A quel punto dirò, ben chiaramente, che intendo far visita anche a lei. Questo dovrebbe prevenire i sospetti dei poliziotti. Dopodiché mi recherò nella casa di fianco e chiederò di parlare con Petra. È a quel punto che lei deve distrarre suo figlio. Basta anche un minuto soltanto. In una stanza dove non è piazzata alcuna telecamera io le passerò un messaggio audio e le dirò di ascoltarlo con le cuffie in una stanza dove non c'è la telecamera. In questo messaggio, che ho già preparato, ci sono le istruzioni per incontrarsi con Max e per seminare i poliziotti di sorveglianza senza farli insospettire. A quel punto, una volta che sarò riuscito a darle questo messaggio, continuerò la mia commedia ad uso e consumo della polizia, cercando di consolarla. E poi me ne andrò. Come vede, mi basta un minuto, un solo minuto. - Sì, ma - intervenne, agitando le mani - come saprei quando intervenire? Voglio dire, bisogna che io distragga mio figlio per un minuto, ma nel minuto giusto, non prima né dopo. - Ho pensato anche a questo - disse, tirando fuori di tasca due piccoli oggetti, simili a dei cercapersone - Io e lei avremo addosso uno di questi. Come vede, su ognuno dei due c'è un piccolo pulsante. Quando io premo il pulsante di uno, l'altro fa una piccola vibrazione e viceversa. Quando io sarò pronto a entrare in casa di Petra, premerò il pulsante, cosicchè lei saprà di dover intervenire a distrarre suo figlio. Quando riuscirà a fargli togliere le cuffie collegate ai microfoni della casa, allora premerà il suo pulsante, così da farmi capire che posso parlare e spiegare tutto alla ragazza. Quando avrò finito premerò di nuovo e lei sarà libero di andarsene. - E nel caso qualcosa andasse storto, nel caso mio figlio si infilasse di nuovo le cuffie? - Le basterebbe premere il pulsante e io saprei di dovermi zittire. Il signor D. lo guardò, pensieroso. Era un piano ben congegnato, non poteva negarlo, ma con alcune lacune abbastanza evidenti. Prima di tutto, non era affatto detto che sarebbe riuscito a farsi ammettere alla sala da dove controllavano le due case. Non c'aveva mai provato prima, ma poteva benissimo essere che i controlli fossero rigidi e nemmeno i parenti potessero passarli. Poi, conosceva abbastanza bene suo figlio da sapere che non avrebbe di certo mollato un incarico per stare a sentire lui. Per ultimo, anche se le cose fossero andate come previsto da Boyter, che scusa avrebbe usato per avere tutta quell'urgenza di parlare a suo figlio? No, era un bel piano, ma che non reggeva. - Allora, che ne pensa? - gli chiese Boyter. - Non credo proprio che possa funzionare. - Ma ci proverà? - gli chiese sorridendo. - Sì, ci proverò. In breve richiamarono dentro il ragazzo e Boyter gli comunicò la notizia. Non poteva assicurargli nulla, ma per ora era già qualcosa. - Grazie - disse Max a testa bassa, rivolto verso il signor D., e poi se ne andò. I due uomini, invece, ricominciarono a girare per quegli stretti corridoi, conversando di vocabolari, Bibbia e parole scomparse. - Venga, adesso voglio farle vedere una cosa - gli disse Boyter, conducendolo per cunicoli che sembravano sempre più sorvegliati. Quei ragazzi armati mettevano un po' d'ansia addosso al signor D., che muoveva le stampelle nervosamente. - Ecco, vede?, là in fondo c'è l'entrata alla nostra Biblioteca, il cuore di tutto il movimento dei Nascosti. Una squadra intera stava davanti all'entrata, ma si aprì come il mar Rosso al passaggio del Capo del Consiglio. Il signor D. gli era subito dietro, con il suo passo incespicante. Qualcosa gli era familiare, in quell'ambiente. Era in tutto simile ai corridoi che aveva percorso per tutta la mattina, ma mentre quelli gli risultavano completamente anonimi, quest'altro sembrava ispirargli fiducia e sicurezza. Non sapeva dire cosa ci fosse di diverso: i muri erano sempre umidi e scavati nella roccia, tanto che sembrava di vivere in una di quelle grotte sotterranee dove si sviluppano stalattiti e stalagmiti. Ma quei muri erano, in qualcosa che ora gli sfuggiva, particolari. - Allora, che dice? Entriamo a dare un'occhiata a questa Biblioteca?