TRACK 31 - L’arresto Il signor D. stava ripassando mentalmente le parole che avrebbe detto al proprio figlio una volta entrato nella sala da dove controllava la casa di Petra. «Oh, ciao, ragazzo, passavo di qui e ho pensato di farti visita! Vuoi un hot-dog?». No, non andava, si capiva lontano un miglio che era una scusa, lui non si sarebbe mai comportato così. Doveva sembrare una cosa realistica, che non gli facesse nascere dei sospetti. Aveva pensato anche di sfruttare l’introduzione in casa sua di alcuni ignoti, scoperta tramite le macchie di fango lasciate dagli scarponi, ma poi pensò che era meglio lasciar perdere, perché poteva darsi benissimo che si trattasse di qualche Nascosto che era andato a cercarlo e non voleva rischiare di venir implicato nell’indagine sul terrorismo. No, ci voleva qualcosa di vero... Chissà, magari sfruttando il piede fasciato, la storta, avrebbe potuto buttarla sul patetico... Alle 6 e 20 minuti non aveva ancora deciso che tattica usare. Sì, quella del «qualcuno si è introdotto in casa mia» era forse l’unica realistica ed efficace, ma decisamente troppo rischiosa. E se poi i poliziotti avessero trovato il libro? O l’U-Disc di Boyter? O le bruciature sul tavolo dei due lettori che aveva rotto? Le 6 e 30 arrivarono e passarono, ma il cercapersone non vibrò. Poi furono le 6 e 40, poi le 6 e 50. S’impose d’aspettare fino alle 7, ma poi, preoccupato, chiamò un taxi e si recò all’indirizzo della ragazza, che Boyter gli aveva dato cautelativamente. La casa, bianca con gli infissi scuri, gli sembrava inviolata, come se nessuno l’avesse sfiorata da molto tempo. Quell’altra casa, sulla destra, doveva essere invece la casa della ragazza bionda dal nome strano, quella che non parlava mai. Suonò il campanello e gli venne ad aprire una ragazza, presumibilmente quella che cercava. - Petra? - le chiese - Sei tu Petra? - Sì, sono io. Lei chi è? - Sto cercando il signor Boyter - chiese lui, visibilmente agitato. Non doveva avere un bell’aspetto, con le stampelle, il fiato corto e quell’aria stravolta. - Chi? L’amico dei vicini? Guardi che forse è nella casa a fianco - fece lei, disorientata. - Ma come? Non è venuto qui, non è venuto a trovarla? - N-no, io... - fece lei, un po’ scossa. Aveva al massimo diciott’anni. Ritornò in taxi in tutta fretta e si fece portare in via Mersup, passando però da via Lassiter, dov’era l’entrata principale della villa di Boyter. Quando furono lì, disse al tassista di rallentare, e guardò bene fuori dal finestrino. Davanti alla villa erano ferme tre macchine della polizia e dentro una di esse c’era seduto Boyter, sul sedile posteriore, probabilmente ammanettato. Gli occhi del Capo dei Nascosti, ora non più vispi ma delusi e stanchi, lo videro e gli fecero un impercettibile segno, che se ne doveva andare, non certo fermarsi lì, che era troppo rischioso. Solo un paio di agenti erano in piedi lì, davanti alla macchina. Gli altri probabilmente erano in casa in cerca di qualcosa. Il signor D. non volle ubbidire al cenno di Boyter e fece accostare il taxi dall’altro lato della strada. Sceso, si diresse deciso verso i due agenti di guardia fuori, con il rapido movimento di stampelle che ormai gli stava diventando tipico. - Scusate - disse, mentre Boyter dalla macchina cercava disperatamente di convincerlo a desistere con fulminee occhiate - che è successo? - Oh, niente di che preoccuparsi, signore. Normale routine di polizia - gli rispose quello dei due che sembrava il più esperto. - Ah, capisco. C’è per caso mio figlio, lì dentro? Sono il signor D.. Credo sia della vostra squadra - stava esaminando i distintivi appesi alla divisa. - Certo, signore, suo figlio è il capo della nostra squadra. È dentro in casa. - Bene. Lo raggiungo dentro - disse il signor D., avviandosi verso il portone. - No, signore, aspetti - l’agente l’aveva ormai preso per la spalla, interrompendone la fuga - glielo chiamo io. Lei aspetti qui fuori. - D’accordo. Dopo pochi secondi, suo figlio usciva trafelato dal portone e gli si faceva incontro. - Papà, ma allora sei tu davvero! Che ci fai qui? E che hai fatto alla gamba? - Dovrei chiedertelo io che ci fai qui! - doveva stare attento a non tradirsi: ufficialmente non sapeva i turni del figlio e soprattutto non sapeva quand’era stato assegnato al turno di guardia della casa di Petra. - E comunque - riprese - alla gamba non mi sono fatto niente. È il piede che s’è preso una storta! - Mi dispiace tanto, papà, ma adesso sono impegnato col lavoro. Magari ci vieni a trovare uno di questi giorni e ti fermi a cena, ok? Anzi, no, facciamo tra una settimana, che non so se sarò a casa nei prossimi giorni. - E che avrai da fare? - chiese il padre, che ormai si stupiva di esser diventato così bravo a simulare. - Operazioni di polizia, papà. Chiaramente non posso parlartene, ma qualcosa di grosso. - Qualcosa che ha a che fare con questa casa? - Sì, anche. Ora, se non ti dispiace... - si stava spazientendo. - Sì, sì, non ti preoccupare, ti lascio lavorare. Posso venire a dare solo un’occhiata dentro? Mi pare così ricca... - No, dentro non puoi venirci. Continua la tua passeggiata e vattene a casa, a riposare. Niente da fare, era stato un buon tentativo, ma con suo figlio non c’era niente da fare. Scambiò un’altra occhiata con Boyter, che sembrava per la prima volta impotente, sconfitto. Avevano scoperto che era un Nascosto, evidentemente. Per quale altra accusa potevano metterlo dentro, per il possesso di robot? No, per quello c’era solo una multa e comunque non sarebbe stato così abbattuto. E anche suo figlio aveva ammesso che c’era dietro qualcosa di grosso, che non finiva certo quella sera. Si stavano dando da fare e lo sorprendeva che fossero arrivati così facilmente a Boyter, uno che gli pareva intoccabile e sicuro di sé. Come avevano fatto? Non aveva abbastanza esperienza per poterlo dire. Decise comunque che per il momento era meglio togliersi da lì. S’era fatto vedere troppo spesso lì attorno negli ultimi giorni e qualche vicino avrebbe potuto riconoscerlo. Si avviò, quindi, al taxi e risalì. Dove poteva andare, ora? A casa? A fare cosa? Boyter stava per finire in carcere, o peggio. Avrebbero fatto a lui quello che avevano fatto a sua madre? No, l’aveva arrestato suo figlio e suo figlio non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Stavolta il caso era stato affidato alla polizia, non ai servizi segreti. L’avrebbero interrogato, questo era certo. Gli avrebbero chiesto informazioni, di tradire gli altri Nascosti. Doveva preoccuparsi? Avrebbe potuto tradire anche lui? No, non era il tipo. Non avrebbe aperto bocca, ne era certo. Ma di sicuro avrebbero comunque trovato qualcosa di compromettente in quella casa. Forse non quel pomeriggio, forse il giorno dopo o quello dopo ancora. Ma prima o poi avrebbero scoperto lo scrittoio dove stava copiando la Bibbia e avrebbero trovato il passaggio per accedere ai cunicoli sotterranei. E magari ce n’erano più d’uno. Anche se serviva il riconoscimento delle impronte e della retina, non sarebbe stato un problema. Boyter era stato catturato. - Dove vuole andare, signore? - gli chiese il tassista. Il tassametro stava andando avanti e vista la sua situazione finanziaria era meglio decidersi in fretta. - Al pronto soccorso, per favore. Doveva cercare di trovare l’unico altro Nascosto di Superficie che conosceva, il dottor Lash, e avvertirlo di mettersi al riparo, finchè era in tempo. Lui aveva sicuramente più esperienza, conosceva il modo di scendere nel sottosuolo, mentre l’unica via d’accesso conosciuta dal signor D., il passaggio segreto in casa di Boyter, era ora inagibile. «Speriamo che sia di turno», disse tra sé. Altrimenti non sapeva proprio chi contattare, né come.