TRACK 34 - L’interrogatorio di Boyter La porta della cella d’isolamento s’aprì all’improvviso, senza alcun rumore preliminare. «Almeno nei vecchi libri leggevi di secondini rumorosi che si avvicinavano col mazzo di chiavi in mano», pensava Boyter. Non c’era niente di romantico, in tutto ciò. Lo presero per un braccio e lo portarono direttamente in una stanza tutta bianca, con un piccolo tavolo e tre sedie attorno ad esso. In alto, appesa, una telecamera. Lo fecero sedere e uscirono. Anche qui: niente finestre. Boyter attese qualche minuto, pensando che era finalmente giunto il momento dell’interrogatorio. A chi sarebbe spettata l’incombenza? Polizia o servizi segreti? O, meglio, chi ne aveva avuto il privilegio? Magari, se fossero riusciti a farlo parlare, a fargli sputare un qualsiasi nome, avrebbero avuto la tanto agognata promozione e sarebbero saliti di un gradino nella scala gerarchica. E intanto lui era lì, seduto, con gli occhi che non si erano ancora abituati completamente alla luce. Ad un certo punto la porta si aprì ed entrarono tre uomini, tra i quali quello che era andato ad arrestarlo il giorno prima, il figlio del signor D.. Si poteva presumere, quindi, che fossero tutti poliziotti. Tra loro però non vedeva la faccia di Jon L., che forse stava guardando il tutto da una stanza più comoda, tramite la tv. «Meglio così - pensò - vederlo non mi avrebbe aiutato a mantenere la calma e a rispondere alle domande». L’interrogatorio cominciò quasi subito e a condurlo era il figlio del signor D.. - Lei è Rudi Boyter? - i poliziotti iniziavano a girargli attorno già da queste domande preliminari. - Sì, sono io. - È il capo dell’organizzazione sovversiva nota come i Nascosti? Andavano subito al sodo. Bene, gli piacevano le persone dirette, senza mezze parole e mille preliminari. Una domanda del genere richiedeva una risposta precisa, anche se difficile da dare e carica di conseguenze. - Sì, sono io. Sono il Capo dei Nascosti. - Ha ordinato lei l’attentato di via Rok contro l’ufficio governativo? - i poliziotti non avevano intenzione di perdere tempo a stupirsi per le risposte più nette e sconvolgenti. Sembrava avessero dannatamente fretta. - No, non l’ho ordinato io. - E chi è stato? - Jon L., un ex capobanda dei Nascosti. - Jon L.? - si lasciò sfuggire a voce alta il figlio del signor D.. Chissà se questo il Presidente lo sapeva, che era stato lui a preparare quel bell’attentato... e adesso si vendeva, passando tutte le informazioni dei suoi amici all’avversario. Un bel furbone. Però doveva rimanere concentrato sull’interrogatorio, non poteva permettersi di distrarsi nemmeno un attimo. Aveva di fronte il Capo dei Nascosti e con le sue informazioni miravano ad abbattere l’intera organizzazione. - Come siete ramificati? Chi sono gli altri membri del Consiglio? - Non ho nessuna intenzione di dirvelo - sbottò Boyter. - Senta, signor Boyter, non è in condizioni di negarci le risposte. Ci dica subito i nomi degli altri membri del Consiglio! - urlò il figlio del signor D.. - Altrimenti? - Altrimenti se ne torna in isolamento. - Molto bene. Portatemici. - Tenetelo fermo - disse il detective ai due poliziotti che erano con lui. Cosa volevano fargli, adesso, si chiedeva Boyter? Picchiarlo? - Chi è il capo noto col nome di Milo? Lo conosce? - riprese con l’interrogatorio - E Sor Q.? E Turos? Li conosce? Erano membri del Consiglio? Boyter non rispondeva, stava fermo e impassibile, tenuto sulla sedia dalle mani dei due energumeni attorno a lui. Il figlio del signor D. stava cominciando a stancarsi. Doveva ottenere dei risultati e ne aveva bisogno subito. - Guardi che se non parlerà con noi, dovremo cederla ai servizi segreti e le assicuro che loro non ci andranno leggeri come ci stiamo andando noi. - So meglio di lei come lavorano i servizi segreti e come conducono i loro interrogatori. - Ah sì? - rispose, colto sul fallo - Allora si decida e parli prima che sia troppo tardi. - Troppo tardi per cosa? - si era tradito e Boyter aveva intenzione di capire come mai c’era davvero tutta quella fretta. Forse volevano arrestarli prima che scappassero. Ma se ne avevano già i nomi, cos’altro volevano? Che confermasse le rivelazioni fatte da Jon L.? Era questo che volevano? O lo stavano portando da qualche altra parte, in realtà? Andarono avanti così per un po’, senza fare alcun passo significativo. Ogni tanto il figlio del signor D. dava un’occhiata alla telecamera, ma poi tornava a riconcentrarsi con nuovo vigore su Boyter. Gli pareva impossibile che un uomo così, raffinato e ricco, fosse in realtà un terrorista. Il giorno prima ne aveva visitato la casa e l’aveva percorsa da cima a fondo. Aveva trovato tutta una serie di prove che il Presidente aveva voluto vedere personalmente, per verificare le accuse contro quell’uomo. E alla fine aveva detto che le accuse erano più che giustificate, che quell’uomo era sicuramente colpevole. Certo, se avesse saputo che quel Jon L. era in realtà l’ideatore dell’attentato… Eppure aveva davanti un uomo che li aveva accolti in casa dicendo «Prego, accomodatevi» e non tentando la fuga. Che non imprecava nè bestemmiava mente lo portavano in carcere, che non piangeva dopo, quando faceva i conti con la dura realtà dell’isolamento. Un uomo tutto d’un pezzo, all’antica, con quella faccia magra e scavata di uno che ne ha viste molte più di te ed è sempre sopravvissuto. Il figlio del signor D., ad un certo punto, uscì dalla stanza e si recò dove l’interrogatorio veniva visto tramite televisione. Era presente Jon L., colui che aveva ordinato l’attentato. Nessun altro. - Qualche consiglio? - domandò. - Gli chieda direttamente il codice d’accesso della Biblioteca, che la facciamo finita. E sia più energico, passi a qualche sberla e a un pestaggio, se non parla. - Non sono questi gli ordini che ho ricevuto - rispose il poliziotto, sprezzante di quell’uomo che ora disprezzava. Colui che aveva ordinato quell’attentato stava lì, davanti a un monitor, a dare degli ordini a dei poliziotti, mentre quello che si professava, e probabilmente era, estraneo alla bomba veniva interrogato e tra poco sarebbe stato malmenato. - Li sta ricevendo adesso, no? Lei è sotto di me, ora. - Io non sono sotto di lei - gli sentenziò in faccia, con fare deciso e duro - Io obbedisco solo agli ordini del mio capo e del Presidente. - Va bene - Jon L. si stava alzando dalla poltroncina dov’era stato fino ad allora seduto - vorrà dire che dovrò arrangiarmi da solo. Stava passando davanti al figlio del signor D., guardandolo come se si trattasse di una sfida - ed in effetti lo era - tra loro due, una sfida molto personale, quando un ragazzo piombò nella stanza. - Mi scusi, signore. Un dispaccio urgente. Il figlio del signor D. si mise le cuffie che gli erano appena state portate ed ascoltò. - Stanno invadendo i cunicoli che portano alla... Biblio...? - Biblioteca? Chi li sta invadendo? - La polizia e l’esercito insieme. L’ha ordinato il Presidente - disse ancora, finendo di ascoltare il dispaccio. - Come? Senza di me? Senza di noi? Presto, si muova. Si prepari e prenda con sé qualche uomo e il prigioniero. Dobbiamo raggiungerli il prima possibile o resteremo tagliati fuori. Presto!