TRACK 37 - Due morti Il figlio del signor D. ritornò al fronte come una furia. Aveva il cervello e tutti i muscoli del corpo colmi di rabbia, pronti ad esplodere verso Jon L.. Ma quest’ultimo non era uno sprovveduto. Non era rimasto nelle retrovie ad aspettare il ritorno del poliziotto, si era mischiato tra quelli delle prime linee e da lì combatteva contro gli ultimi Nascosti. L’aveva ucciso per niente. Di sicuro non aveva ottenuto il codice d’accesso. Ed era chiaro ora che quella era tutta una pagliacciata, che a Jon L. non interessava affatto della Biblioteca o come cavolo si chiamava quella stanza. Voleva solo vendicarsi e guadagnarci qualcosa nel farlo. E il guaio era che probabilmente c’avrebbe guadagnato molto. Non conosceva i termini dell’accordo col Presidente, ma era chiaro che non si era venduto per poco. Avrebbe voluto andar là, prenderlo dalla prima linea, trascinarlo in fondo e riempirlo di botte. Ma era impossibile. Fare quelle mosse in prima linea era praticamente un suicidio. Avrebbe dovuto aspettare la fine di tutto e poi gli avrebbe detto quello che pensava di lui. Sempre che non fosse morto prima. Solo ora capiva perché neppure i Nascosti l’avevano voluto più nei loro ranghi. Era strano - pensava, mentre la rabbia sbolliva - come era cambiata la sua opinione riguardo a quell’uomo in quei giorni. All’inizio, quando venne a fargli visita e quando gli mandò le e-mail, quasi lo ammirava, così deciso e sicuro di sé. Ora invece aveva rivelato il rovescio della medaglia, il suo lato oscuro. Era troppo sicuro di sé, troppo deciso, non sapeva darsi dei limiti. Visto che lì non poteva fare molto, ritornò sui suoi passi e, aiutato dagli altri due poliziotti, sistemò il corpo della vittima e la distese per terra. Pover’uomo, morire così. Per tutto il male che poteva aver fatto in vita, non meritava una fine così. Era covinto che ci volesse pietà per i colpevoli. Durezza sì, durezza inflessibile. Ma dopo di essa, pietà. Ed era davvero così sicuro che fosse colpevole di quelle atrocità di cui lo si accusava? Di volerci uccidere tutti per sovvertire l’ordine dello Stato? Un uomo così, pacifico, anziano? Quando l’avevano arrestato, si era addirittura scusato per il tempo che si prendeva a prepararsi una borsa con la roba da portare in carcere. Non gli era mai successo prima. E poi aveva aspettato in macchina, paziente, mentre loro perlustravano quella reggia, quel cumulo di pezzi pregiati, di antichità, di stile. Durante il viaggio fino al carcere, gli aveva raccontato della sua famiglia. Era un nobile, anche se la nobiltà non esisteva più da secoli, ormai. Ma ne era orgoglioso. Non se ne vantava, quello no, non era nel suo stile, ma se saltava fuori non si tirava indietro. E tutto il suo comportamento era ispirato agli ideali di virtù del tempo andato. Poteva un uomo del genere essere stato il mandante di quegli omicidi? No, gliel’aveva detto anche nell’interrogatorio. Era stato Jon L. il mandante, quello che aveva dato l’ordine. Era per questo che l’aveva ucciso di botte? Per farlo tacere? A che serviva, ormai, visto che la sua deposizione l’aveva fatta? Tutti l’avevano sentito. Era inutile ucciderlo ora. No, non era quello il motivo. Come non lo era il codice d’ingresso. Era solo la vendetta che aveva guidato le azioni di Jon L.. Pura e semplice vendetta, per essersi messo in mezzo, probabilmente per avergli infilato i bastoni tra le ruote. Chi erano questi Nascosti? Se avevano avuto il coraggio di buttare fuori uno come Jon L. non dovevano essere poi così male. Il suo Presidente, il suo tanto amato Presidente, non aveva avuto lo stesso coraggio. Il lavoro all’interno della Biblioteca proseguiva senza sosta e all’esterno Lash era riuscito a rifilare i volumi a varie famiglie di Nascosti di Superficie, tra i quali anche i genitori di Qersa, che avevano saputo della notizia della cattura di Boyter e sui quali era ormai stata tolta la sorveglianza. Intanto, il signor D. teneva costantemente d’occhio la porta e, aprendola lievemente di tanto in tanto dall’interno, la linea del fronte. Aveva già discusso del suo piano con Lash ed era stato approvato. Una volta chiusisi tutti dentro non sarebbe stato un problema finire di evacuare i libri e poi uscire loro stessi, lasciando la vecchia Biblioteca completamente vuota. Coi moderni mezzi della polizia, ci sarebbero voluti almeno alcuni giorni per riuscire a decifrare il codice ed entrare. Bisognava però stare attenti a scegliere il momento giusto e a non rischiare di ritrovarsi tutti i poliziotti dentro assieme a loro. Quando furono quasi pronti, il signor D. chiamò tutti attorno alla porta. Dovevano coprire con le armi la ritirata dei compagni. Tutto era pronto. Digitò il codice alfanumerico e la porta scattò. Poi, con l’aiuto di Lash, l’aprì lentamente. Erano a meno di 5 metri, ormai. Era giunto il momento di farli entrare. - Nascosti! Ritirata! Vi copriamo noi! - urlò Hite e i pochi superstiti iniziarono a correre, bassi, verso la porta della Biblioteca, protetti in parte dalle barricate che avevano eretto nelle ore precedenti. Contemporaneamente i Nascosti che già erano dentro iniziarono a sparare per coprirne la fuga, ma erano in netta inferiorità numerica rispetto agli avversari. Qualcuno dei poliziotti, capita la situazione, si staccò così dalla linea e corse anch’egli verso la porta, per impedire che si richiudesse: sarebbe significata non solo la fine di quelle ostilità ma anche la sconfitta per i governativi. Per loro non c’era un’alternativa rapida per penetrare nella Biblioteca e questo lo sapevano tutti. Lo svantaggio era di due-tre metri, ma uno dei Nascosti inciampò all’ultimo passo. Si rialzò subito, ma Jon L., che nel frattempo era stato tra i primi a lanciarsi all’inseguimento, l’aveva ormai raggiunto, superandolo e dirigendosi spedito verso la porta della Biblioteca, ancora aperta. Fu Max a metterglisi davanti, uscendo fuori, nel cunicolo, e puntandogli contro la pistola. - Fermo, lei non può entrare - il corpo di Jon L. copriva Max dagli eventuali spari dei poliziotti e, viceversa, quello di Max copriva Jon L. dai Nascosti. Era una questione tra loro due soli, il maestro e l’allievo, così uguali e insieme così diversi. Si guardarono negli occhi. Era la prima volta che si vedevano dopo che Jon L. aveva abbandonato la base. Ora vi era ritornato da traditore, anche se la base non era la stessa. Anche Jon L. alzò la pistola e la puntò contro Max, senza che quest’ultimo facesse nulla per impedirglielo. - Togliti di mezzo o ti uccido - gli disse - hai tre secondi di tempo, hai capito? Togliti di mezzo! - urlò, ma Max non si mosse di un passo. Stava lì, fermo e zitto. - Bene, vuoi fare il duro? Devi avere avuto un buon maestro... Uno... du... Max sparò. Jon L. non aveva fatto nemmeno in tempo ad arrivare a due e già la pallottola gli si era conficcata nel cervello. Il suo corpo cadde all’indietro, senza vita, e a tutti quelli che stavano guardando la scena parve che la forza di gravità per un momento si fosse annullata e il corpo scivolasse leggero come una piuma verso terra, quasi galleggiando. Una mano, da dietro, afferrò Max prima che i governativi avessero il tempo di riprendersi e sparargli e lo trascinò dentro. Il portone fu richiuso. Erano salvi. L’aveva fatto. Aveva ucciso il suo vecchio Capo, l’uomo che l’aveva mandato a compiere l’attentato, l’uomo che aveva dato gli ordini che avevano fatto morire Qersa. Fosse stato solo per quello, l’avrebbe perdonato. Ma era anche l’uomo che li aveva traditi tutti, che aveva portato la polizia e il Governo nel loro sancta sanctorum, nella loro casa, e aveva cercato di devastarla. Era l’uomo che aveva venduto i suoi amici al miglior offerente e non avrebbe esitato ad uccidere anche Max, se gliene avesse dato il tempo. No, non era felice di averlo ucciso. Gli avrebbe fatto piacere vederlo morto, sentire che le cose erano state messe in pari, ma non voleva essere lui a doverlo fare. Non gli piaceva più la morte, dopo che l’aveva vista in faccia nella fotografia di Qersa morta, che gli avevano mostrato qualche giorno prima, presa da internet. E quella era anche una morte bella, con un solo rivolo di sangue, col viso composto e i lineamenti puri. Quella di Jon L. era diversa. Gli aveva sparato in faccia. Non aveva visto che danni aveva provocato la pallottola, ma il colpo era diretto in mezzo agli occhi. Il dottor Lash prima e il signor D. poi cercarono di consolarlo, ma non aveva bisogno di parlare in quel momento. Voleva starsene da solo, a svolgere il suo compito, a portare libri fuori dalla Biblioteca. Sentivano, dall’interno, i tentativi per indovinare il codice o di farsi aprire dal Bibliotecario, ma sapevano anche che sarebbero andati tutti a vuoto. Lavorarono tutta la notte e la mattina successiva uscirono. La Biblioteca era stata svuotata. Ora non rimaneva altro che disperdersi per un po’, nascondere bene i libri nelle case e guardare il notiziario della mattina, per scoprire qual era la versione ufficiale del Governo rispetto a ciò che era successo nel sottosuolo. Il signor D. sfruttò il taxi chiamato dal dottor Lash, un uomo che aveva imparato ad apprezzare in quelle ore, e si fece portare a casa. Ormai il piede non gli faceva quasi più male, riusciva ad appoggiarlo e a camminare senza troppe difficoltà. Chiamò comunque l’ascensore e lo usò per andare al suo piano, il secondo. Era troppo vecchio per permettersi ancora certe manie. In casa vide molti segni di fango e di scarponi, ma stavolta ne conosceva gli autori, perché aveva fatto portare lì molti libri. Anche in quel caso i Nascosti avevano forzato la sua serratura, che ormai era un colabrodo, perché non aveva con sè la chiave elettronica da potergli dare. Mise il cambio di serratura in cima alle nuove spese da fare. Accese poi la tv sul primo notiziario che capitava. - Notizie dall’interno. Sembrano essere giunte a una svolta decisiva le indagini relative all’attentato di alcuni giorni fa in via Rok contro un ufficio del Governo. Negli ultimi due giorni sono infatti stati catturati gli esponenti di spicco dell’organizzazione cosiddetta dei Nascosti - tra cui il Capo Supremo, Rudi Boyter - che è ora allo sbando e decimata. Inoltre, in una sorta di rito collettivo che sembra abbia qualcosa a che vedere col satanismo, tutti gli arrestati si sono suicidati nella notte in carcere, probabilmente per non rivelare informazioni utili alla polizia. Nelle prossime edizioni vi aggiorneremo con ulteriori novità sull’argomanto. Ora passiamo allo sport... Il signor D. spense subito la tv. Tutti morti e la versione ufficiale era che si erano suicidati in carcere. Stette fermo per qualche minuto, seduto sul divano, con le braccia incrociate a tenersi la pancia. Boyter era stato sicuramente il suo primo amico dopo tanto tempo. Un’amicizia che non era durata nemmeno una settimana, ma sicuramente la settimana più intensa della sua vita. Un amico che se n’era andato perché era rimasto fedele a ciò in cui credeva. Pianse un po’, quella mattina, come gli era successo per sua madre. Ma stavolta pianse di più perché non c’erano stati tutti quegli anni a lenire i ricordi. L’immagine di Boyter era ancora vivissima nella sua mente, dentro alla macchina della polizia che gli lanciava occhiate attente, oppure nel suo salottino intento a ricopiare i suoi libri chino sullo scrittoio. E i suoi dialoghi con Atur, la storia della sua famiglia, la sua crema al whisky. I suoi discorsi su come funziona il mondo, sui diritti negati. Tutto gli ritornava alla mente come un fiume in piena, che non sapeva come frenare. Questi pensieri tristi furono interrotti dal suono del videofono. Andò a rispondere. - Ciao, caro, non ti disturbo più di tanto. Volevo solo ricordarti che oggi ritiri la pensione e che potresti anche andare a farmi quel versamento che mi devi, d’accordo? - Ciao Siro. Sì, d’accordo, lo farò - rispose con voce lenta. Era sua moglie. Per la prima volta era contento di sentirla, con la sua voce fastidiosa ma familiare e i suoi discorsi fuori luogo ma fatti al momento giusto. - Uh, ma che hai? Tutto bene? - Sì, sì, tutto bene. Stai tranquilla. - Va bene. Allora, ci sentiamo? - D’accordo. Ciao, Siro, grazie. - Ciao - era decisamente stupita da quella chiacchierata quasi amichevole col suo ex marito. Aveva ancora molto lavoro da fare, quel giorno, molti libri da sistemare, catalogare e nascondere. Ma prima aveva bisogno di un bel sonno, questa volta libero da donne morte. Neppure il CON sembrava fargli più male.