TRACK 38 - Dopo l’omicidio Erano passati alcuni giorni da quei fatti tragici. Aveva ucciso un uomo. La televisione aveva smesso di parlarne, il Presidente ora puntava su altre cose per aumentare i suoi consensi. Aveva ucciso un uomo. Erano riusciti, alla fine, a trovare il codice della Biblioteca, in cinque giorni. Quando riuscirono a entrarvi, la trovarono chiaramente vuota e loro si erano tutti dileguati da un pezzo. Aveva ucciso un uomo. Sì, non riusciva a toglierselo dalla testa: aveva ucciso un uomo. E non uno qualsiasi, ma quello che per anni era stato il suo modello, il suo Capo. Aveva ucciso Jon L., sparandogli un colpo dritto in fronte. Senza pietà, senza nessun inibitore che cercasse di frenare quel dito sul grilletto. Aveva ucciso un uomo. Si era sempre considerato un debole. Forse era per questo che non faceva altro che obbedire e imitare. Perché si considerava un debole. Ma lo era realmente? Era un comportamento da debole quello che aveva avuto là sotto, nel sottosuolo, difendendo la Biblioteca? Era stato freddo, impassibile, calcolatore. E nessuno glielo aveva ordinato. Cos’era stato che aveva fatto scattare quella molla? Gli rimbalzava nella testa l’immagine di Qersa, il suo viso, i suoi capelli biondi. Era bella, Qersa, ma non gliel’aveva mai detto. Non parlava mai, non era facile comunicare. In un certo senso, viveva in un mondo tutto suo. Nei libri. Forse non era vero che i libri erano sempre qualcosa di positivo, forse i libri potevano anche impedirti di comunicare, qualche volta. Comunicare con Qersa era una vera impresa. Parlava più con gli occhi che con la voce, con le mani, gli atteggiamenti. Col tempo, aveva imparato a decodificare questo linguaggio tutto suo. Non era stato facile, ma c’era riuscito. Subito dopo però lei era morta. Una scemenza, una stupidaggine. Era rimasta indietro perché aveva dovuto legarsi una scarpa. Sarebbe bastato che non se ne accorgesse e si sarebbe salvata. O che avesse portato scarpe diverse. Se, se... Non era bello ricordare una persona coi se. C’era un senso in quello che succedeva, nelle cose che accadevano? C’era stato un senso in quella scarpa slegata? Forse qualcuno ce lo poteva trovare. Se non fosse morta, non sarebbe iniziata la guerra contro i Nascosti. Se non fosse morta, non avrebbero ucciso anche Boyter. Forse Jon L. non sarebbe stato espulso. La Biblioteca sarebbe rimasta dov’era. Se, se... Tanti se che dicevano tutto e niente. Alla fine, ci avevano guadagnato? La morte di Qersa era servita a qualcosa? Aveva portato un miglioramento? O era morta per niente, inutilmente? Non era facile giudicare, non era per niente facile. Certe cose erano peggiorate, indubbiamente. Altre persone erano morte. Ma pareva che ci fosse un nuovo inizio, un nuovo entusiasmo, come non si era visto da tempo. Ma il gioco valeva la candela? Bisognava perdere la sua vita e quella di altri, per ottenere questo? Non c’era un’altra via? Dicono che non c’è gioia senza dolore. Max incontrò Petra, l’amica di Qersa, pochi giorni dopo quegli avvenimenti. Parlarono a lungo della ragazza dai capelli biondi, dei suoi silenzi, dei suoi pensieri. Petra la conosceva molto meglio di lui e gli fu utile confrontarsi. Le chiese scusa, le spiegò com’erano andate le cose. Poi lei lo portò dai genitori di Qersa e anche lì chiese scusa. Non era forse realmente responsabile, ma si sentiva in dovere di scusarsi. Non era forse stata tutta colpa sua, ma una parte nella vicenda l’aveva avuta. Ai genitori però risparmiò il supplizio relativo alla scarpa slacciata. Era solo un modo per rodersi il fegato, per non accettare la realtà. Era morta. Per una causa banale, stupida. La più banale che si potesse pensare. Ma cambiava qualcosa? Sarebbe stato diverso se una macchina l’avesse investita? O se avesse avuto un attacco di cuore? No, il risultato non cambiava. In ogni caso era morta. Con Petra si rivide ancora. Glielo aveva chiesto lui, ma lei sembrava non trovarsi male. Spesso lo andava a trovare nel sottosuolo, dove si nascondeva. Il suo identikit, infatti, era ancora in giro. Qui non era del tutto estranea. Presto la conobbero come l’amica di Qersa, anche se non tutti sapevano chi era Qersa, chi era stata. Max le insegnò a leggere e a scrivere e lei apprese in fretta. Come la sua amica più vecchia, anche lei prese una vera passione per le parole scritte, ma non tanto da richiudersi in se stessa. Era più estroversa, più disponibile al dialogo e al confronto.Non che Max rimproverasse in Qersa la chiusura. Anzi, era proprio quella chiusura che la rendeva speciale, quasi un angelo intoccabile, santo, inafferrabile. Petra era più umana, da questo punto di vista. Ammetteva il confronto, anche vivace. Ammetteva che qualcuno si affezionasse a lei e si lasciava andare. Sembrava, in certi momenti, che Qersa fosse stata davvero una specie di angelo, un essere apparso sulla Terra solo di passaggio. Con chi aveva stretto dei legami? Chi aveva amato, a parte i libri? I genitori e Petra. Max l’aveva amata da sé, senza che ci fosse reciprocità. Petra no, Petra era diversa. Era una ragazza che amava i legami e li disegnava anche quando non c’erano. Tra le mura umide del sottosuolo chiedeva aiuto, quando stava iniziando a leggere, e si faceva aiutare. Chiedeva consigli, discuteva, rassicurava. Dopo l’omicidio non era stato facile per Max tornare alla vita normale. Quella settimana intensa era stata un vero terremoto per il suo equilibrio. Aveva visto crollare tutto ciò che credeva di sapere, riguardo a sè e riguardo agli altri. Ora iniziava il periodo della ricostruzione e per fortuna aveva qualche base su cui partire. Una erano i Nascosti. Un’altra Petra, se voleva. Poi se stesso, le capacità che non credeva di avere, ma che erano uscite fuori, scoppiate nel momento del bisogno. Altro sarebbe arrivato, col tempo.