I NASCOSTI di iadunps Inserire il disco e pronunciare play. Disco inserito. Programma d'identificazione disco avviato. Errore. Errore. Disco non riconosciuto. Avvio procedura di risoluzione del problema. Errore non riconosciuto. Possibili cause: Il disco non è provvisto del tagliando di approvazione della Commissione. Si prega di verificare l'integrità del disco. Contattare la divisione della Commissione più vicina. Iniziare comunque l'esecuzione del disco? Pronunciare sì per iniziare. TRACK 1 - Il signor D. Il signor D. girava già da qualche ora senza scopo per le strade della città, com’era solito fare ormai da qualche tempo, un po’ per riempirsi le giornate, un po’ perché il medico di turno continuava a dirgli che una sana passeggiata e qualche U-Disc rilassante erano tutto ciò di cui aveva bisogno per sentirsi un po’ meglio, per sentir passare quell’affanno che da qualche tempo lo tormentava. Tutto, fuori, era come al solito: sole tiepido e vagamente nascosto dalle nuvole grigiastre, negozi aperti con vetrine colorate e inutili, persone a testa bassa e con un cavo ficcato dietro l’orecchio. Era entrato anche nel negozio che, negli ultimi anni, l’aveva visto effettuare le maggiori spese, George’s, anche se, rispetto ad un classico adolescente in piena crisi ormonale, i soldi che aveva lasciato alle casse di quel posto erano di sicuro pochiri spese. Ci andava da quando era ragazzo, conosceva il figlio del padrone. Quel figlio poi che ne era diventato il proprietario, e per vari anni, ogni volta che andava a comprare un nuovo U-Disc, si era fermato a ricordare i bei tempi, quand'erano ragazzi. Ora anche il suo amico era andato in pensione, e aveva venduto tutto. I nuovi proprietari avevano però voluto mantenere il nome, George’s, perchè ormai in città era un'istituzione. Appariva anche la pubblicità in tv. «George’s, tutti gli U-Disc che vuoi», recitava il jingle. Ed in effetti il negozio era grande, disposto su due piani, con scaffali ordinati per genere. Appena entrati, sulla destra, c'erano le ultime novità degli editori più importanti. Bastava toccare la confezione del disco e una voce comunicava titolo, autore, e un breve riassunto della trama. Poi, sulla sinistra, si trovavano i gialli e i thriller, e poi ancora ci si addentrava nel negozio, passando dalla poesia alla tecnologia, all'attualità. Soprattutto qui, il signor D. era stato attratto da una gigantografia, con la faccia del Presidente. Il Presidente aveva appena finito di registrare un U-Disc. L'uscita era prevista a giorni, ma già era iniziata la campagna pubblicitaria. Come al solito, comunque, non aveva trovato nulla che lo interessasse. «Sempre i soliti dischi», pensava. E allora se n'era uscito, con quel suo passo strascicato e stanco. Aveva da poco compiuto 61 anni e gli acciacchi dell'età cominciavano a farsi sentire. Si fermò su una panchina, poco distante dalla piazza. Anche quel suo corpo, così voluminoso, non presentava più i vantaggi di un tempo. Una volta era atletico e con le spalle larghe, qualità che gli avevano sempre permesso di conquistare con una certa facilità i cuori delle ragazze. Ora invece si ritrovava con quel suo corpo rammollito, i capelli che ormai erano diventati bianchi, le membra stanche. Gli ultimi dischi che aveva comprato di recente trattavano di gente come lui. Gli piaceva ascoltare le storie di vecchi signori che però ancora se la cavavano, ancora davano del filo da torcere ai più giovani. C'era una serie di gialli con protagonista un commissario di polizia, il commissario Torgot. Ne erano usciti 5 dischi in tutto, di quella serie, e li aveva comprati e ascoltati tutti. Quello nuovo, da quanto diceva la tv, sarebbe uscito di lì a pochi mesi. Ma intanto non sapeva cosa ascoltare. La vita del pensionato, in generale, lo annoiava. Soprattutto da quando la moglie, la signora D., l'aveva lasciato. «Umpf - pensava - dovrei averci fatto l'abitudine, ormai». Erano passati 12 anni, da quando si era presa un appartamento in periferia, dove vivere da sola col loro figlio. Stranamente, il CON gli faceva molto prurito quella mattina. Era qualche mese che non funzionava alla perfezione, ma non aveva ancora avuto voglia di andare a farsi vedere da un tecnico. Eppoi sapeva già cosa gli avrebbe detto. «Il suo CON è un modello superato, signore, è normale che dopo un po' di anni non vada più bene. Dovrebbe farsi installare un modello più nuovo, più aggiornato». Aveva sentito dire che il modello che aveva, il CON-13, dava problemi di compatibilità con alcuni neuroni del cervello. Pareva che a suo tempo non l'avessero testato benissimo, o almeno non su un campione di soggetti attendibile. Ma cosa poteva farci? Quel CON era stato un regalo di suo figlio, sarebbe stato triste separarsene. Intanto, però, continuava a grattarsi dietro l'orecchio. Qualcosa accadde, mentre il signor D. stava seduto a guardare in aria e a pensare. Un ragazzo e una ragazza, giovani, vestiti alla moda, gli si affiancarono sulla panchina, uno da una parte e uno dall'altra. - Il signor D.? - gli chiesero. L'anziano e distinto signore iniziò a girare velocemente la faccia da un lato all'altro, guardando i suoi due interlocutori. La situazione era strana, ma i ragazzi sembravano innocui. Lo meravigliava solo che sapessero il suo nome. - Sono io. - Tenga - gli dissero porgendogli un pacchetto rettangolare. - Lo metta in tasca e lo guardi solo a casa. Mi ha capito? Solo a casa. E non usi nessun software di riconoscimento. Il signor D. era perplesso. Il ragazzo che gli aveva consegnato quel pacchetto poteva avere al massimo, quanti?, 20 anni. Pensò subito a uno scherzo, una specie di programma televisivo, ma subito i due ragazzi si alzarono e si avviarono, con passo deciso, verso la piazza, perdendosi tra la folla. Il signor D. rimase per qualche secondo con lo sguardo perso nella loro direzione, anche se non riusciva più a vederli: la sua mente infatti stava iniziando a rielaborare quanto era accaduto. Era sicuro di non aver mai visto prima quei due tizi. La ragazza, poi, non aveva aperto bocca. Ma nemmeno la voce di lui l'aveva mai sentita, neppure su un qualche U-Disc. Abbassò lo sguardo sul pacchetto. «Mah?!», pensò. Lo infilò in tasca e diede una rapida occhiata in giro. Nessuno lo stava guardando, tutti erano indaffarati nei loro impegni. Anche lui si lasciò andare, di nuovo, ai suoi pensieri, pensando che probabilmente era una nuova trovata pubblicitaria, e si abbandonò a quand'era giovane e quando dentro a George’s, lui e il suo amico... Tornò a casa con tutta calma. La vita del pensionato era noiosa, sì, però almeno concedeva di prendersi il tempo che si voleva. «Ma chi prendo in giro?», pensò subito dopo. Non era mai stato uno di quei tipi liberi e indipendenti, quelli che fanno come gli pare quando gli pare. A lui gli orari del lavoro, della vita matrimoniale, della vita sociale, piacevano. Davano ordine alla sua vita, la organizzavano. Tutto quel tempo libero, ora, gli creava più problemi che altro. Ad esempio, che cosa avrebbe fatto adesso? Tutto il pomeriggio davanti e niente da fa... No, un attimo. C'era quel pacchetto che gli avevano dato quegli strani ragazzi. La faccia di lei l'aveva già dimenticata, non era mai stato un grande fisionomista. Lui invece ce l'aveva bene in mente, perchè l'aveva colpito quella barbetta. Voleva darsi un'aria da trasandato, ma i vestiti lo tradivano. E, a guardarlo bene, si vedeva che non si era dimenticato di farsi la barba, ma semplicemente aveva regolato il rasoio solo per accorciarla. Riprese il soprabito, che appena entrato nell'appartamento aveva appeso all'attaccapanni, e ne tirò fuori il pacchetto. Mentre si sedeva sulla sedia del tavolo lo scartò, e si ritrovò davanti uno strano oggetto, rettangolare anch'esso, ma che si apriva. Al suo interno, tanti altri oggetti, tutti della stessa grandezza, tutti sporcati da piccoli segni neri. Non aveva mai visto niente di simile. «Bah, la solita pubblicità incomprensibile». E se ne andò in bagno. Passarono solo pochi secondi prima che la porta del bagno si spalancasse all'improvviso e il signor D. ricomparisse nel salottino, mentre si chiudeva i pantaloni. Ora il suo sguardo però non era più quello tranquillo e sonnolento che aveva esibito fino a poco prima, ma uno molto più nervoso e attento. Qualche autore horror avrebbe potuto dire che sembrava avesse appena visto un fantasma. Si sedette di nuovo sulla sedia in legno su cui si era seduto prima e riprese in mano quell'oggetto così strano. «No, non è vero. Io l'ho già vista una cosa così. Sono sicuro, l'ho già vista!». Iniziò a sentire improvvisamente delle vampate di caldo e qualche goccia di sudore gli si materializzò sulla fronte. Quel maledetto CON gli dava ancora fastidio. Si grattò con rabbia, prima di pensare che era meglio andarci piano, che, anche se vecchio, il CON è un oggetto delicato, che si può rompere facilmente. E se si dovesse rompere, come farebbe ad ascoltare il prossimo disco del commissario Torgot? Per non parlare di tutto il resto. Fissò ancora l'oggetto per qualche secondo, poi gli venne in mente di consultare il dizionario. «Chissà, magari là troverò una qualche definizione, che potrà chiarirmi le idee...». Gli sembrava di avere dei ricordi molto confusi. Riappoggiò l'oggetto sul lungo tavolo e si avviò verso la camera da letto, dove teneva ciò di cui aveva bisogno. Ora, d'improvviso, si sentiva più tranquillo, più rilassato. Tutto sembrava essere ritornato a una dimensione normale e il dizionario avrebbe chiarito quell'ansia così improvvisa. Passando per il corridoio si fermò un momento davanti allo specchio, cercando di guardare se dietro l'orecchio era arrossato, ma non gli riuscì. «Il solito fesso! Ci vogliono due specchi per vedersi dietro... Vabbè, lo farò dopo». Entrò invece nella sua stanza e guardò sopra alla mensola dove teneva una ventina di U-Disc. Toccò il primo contenitore. - Il commissario Torgot di Emile Lazz, edizioni Liber. La prima avventura del famoso commissario Torgot, ambientata nella Francia del diciannovesimo se... click Toccò il secondo. - La sacra Bibbia, edizioni CCRI. Il libro sacro del cristianesimo... click Passò al terzo. - Dizionario della lingua contemporanea, a cura di Georg Polluti, edizioni Greeti. Il più completo e venduto vocabolario della lingua contemporanea. 19° edizione, con l'aggiunta delle nuove parole quali 'juggutorie', 'baasdutri' e 'poilli'. - Finalmente! - esclamò il signor D. - dovrò decidermi a comprare quell'ordinatore vocale di U-Disc... Prese in mano il disco e si diresse verso la sala. A metà strada però, ripassando davanti allo specchio, si ricordò di doversi controllare il CON. Usando quello grande del corridoio e un piccolo specchio da bagno riuscì a vederlo, rovinato e invecchiato. Era tanto che non ci dava un'occhiata. «Qui un tecnico non solo mi suggerirebbe di cambiarlo, ma me lo cambierebbe a forza... Bof, tirerò avanti finchè dura!». Vicino al videofono prese il suo lettore portatile, si sedette e lo collegò al CON tramite il cavo che portava sempre con sè nel taschino della camicia. Dentro al lettore inserì l'U-Disc del vocabolario. - Bzz bzz... Dizionario della lingua contemporanea... bzz bzz... a cura del professor Georg Polluti, docente emerito all'università di Berlino... bzz bzz... edizioni Greeti, Berlino... bzz bzz... pronunciare vicino al microfono la parola da ricercare, prego... bzz bzz... in attesa della parola da ricercare... bzz bzz... Il signor D. si grattava, deluso, la fronte. Era sicuro che l'U-Disc avesse anche la funzione di scanning, si ricordava che suo figlio gli aveva mostrato anche come usarla. Ma non ne aveva mai avuto bisogno e se n'era dimenticato. Forse bisognava premere un qualche tasto nel lettore. - Ehm... funzioni - disse, indeciso. - Funzioni... bzz bzz... Sostantivo femminile plurale... click. Il signor D. lo fermò subito. Si avvicinò invece al microfono del lettore. - Funzioni lettore - riprovò. - bzz bzz... Benvenuti nelle funzioni del lettore U-Disc portatile YNOS 4322/k... bzz bzz... scegliere dal seguente menù... bzz bzz... Modifica impostazioni di base del lettore YNOS 4322/k... bzz bzz... Consultazione del manuale di istruzioni... bzz bzz... Consultazione delle opzioni dell'U-Disc inserito... bzz - Consultazione delle opzioni dell'U-Disc! - si affrettò a dire il signor D. - Opzioni dell'U-Disc inserito nel lettore... bzz bzz... Opzione filmato di presentazione... bzz bzz... Opzione fotografie e voci... bzz bzz... Opzione scanning… - Opzione scanning... uff, l'ho trovata! - Prego, dopo aver pronunciato la parola Avvio passare sotto il fascio di luce del lettore l'oggetto di cui si vuole fare lo scanning... bzz bzz Il signor D. sollevò il lettore portatile dal tavolo, lo posizionò sopra all'oggetto che i ragazzi gli avevano dato sulla panchina e disse «Avvio». Seguirono alcuni secondi durante i quali l'U-Disc e il lettore sembrarono andare in fibrillazione. La voce metallica di donna continuava a ripetere «Scanning avvenuto... attendere prego» nel cervello del signor D.. E il ronzio continuo dato da quello stramaledetto CON iniziava a dargli molto fastidio. Ancora, alcune gocce di sudore iniziavano a calargli dalla fronte, fermandosi sulle bianche e folte sopracciglia. Questa volta non era colpa sua, però, ma dell'elaborazione di quel dizionario, che sembrava più laboriosa del previsto. Non capiva. Quando suo figlio gli aveva mostrato come funzionava, tutto era andato più liscio e veloce. Certo, l'avevano testato su una sedia e lo scanning aveva riconosciuto subito l'oggetto. Questa volta invece si trattava di qualcosa di molto strano, ma che di sicuro esisteva. Il signor D. infatti era convinto di averlo già visto, solo non ricordava come e quando. Ma gli era stranamente familiare. - Errore errore... bzz bzz... l'oggetto non esiste... bzz bzz... errore errore... contattare il più vicino posto di polizia, errore, errore... l'oggetto non esiste... bzz bzz... errore errore. Il viso del signor D. stava diventando ormai paonazzo e fu costretto a strapparsi da dietro l'orecchio il cavo che collegava la sua testa al lettore U-Disc. Mentre tentava di rinfrescarsi la faccia agitando le mani, vide che il lettore continuava a surriscaldarsi, iniziando anche a fumare. Tentò di spegnerlo premendo il tasto apposito, ma ormai scottava e non sembrava obbedire ai comandi. Tentò con la voce: «Procedura di spegnimento. Avviare procedura di spegnimento», ma non servì a niente. Nel giro di dieci secondi il lettore scoppiò, un piccolo botto per un piccolo oggetto. «12.000 crediti andati». In bagno aprì l'acqua fresca e se la versò sulla faccia. Non gli era mai capitata una cosa simile prima, nessun lettore era impazzito in quel modo, neppure quelli più antiquati ed arcaici. Se gli fosse rimasto collegato, probabilmente avrebbe fatto la stessa fine. Gli avrebbe letteralmente fuso il cervello. Cos'era quella cosa che quei ragazzi gli avevano dato? Volevano forse ucciderlo? Fargli saltare in aria cervello e neuroni? O forse era colpa del suo CON, la sua presa di connessione che gli permetteva di collegare il cervello ai lettori? Magari era davvero così, magari quei ragazzi non c'entravano niente e l'incidente si era verificato solo per colpa della sua dotazione ormai superata. Ma d'altronde, neppure lui conosceva quell'oggetto, non l'aveva mai visto. Non negli ultimi 50 anni almeno. Si sarebbe ricordato di una cosa del genere. Ma allora perchè quell'aria così familiare, quella sensazione di deja vù? La testa gli doleva e pensò bene di riempire il lavandino e di immergerla nell'acqua fresca. Era l'unica cosa che gli dava un po' di sollievo dal mal di testa. Decise di lasciar perdere quell'oggetto così misterioso, almeno per il momento. Accese la tv pensando che magari ne avrebbe parlato a suo figlio, magari lui sapeva cosa fare. D'altronde, lo stesso lettore aveva detto di rivolgersi alla polizia e suo figlio era un poliziotto. Meglio lasciare a lui e ai suoi capi le cose di quel genere. Ormai il signor D. era vecchio, stanco, e la curiosità non faceva più parte del suo carattere. - Canale Informazioni - disse al televisore, che subito adattò la selezione alla richiesta del padrone di casa. Si trattava di un canale di notizie. Non che al signor D. interessasse poi così tanto tenersi informato, ma le voci gli facevano compagnia e davano un tono diverso alla casa. «Quelli del piano di sotto almeno, sentendo delle voci, non penseranno che sono sempre solo». Oltre che soffrirne, si vergognava di quella sua condizione non voluta. In breve, nel comodo divano posto di fronte alla tv, gli occhi gli si fecero pesanti. Le questioni del lettore, del CON malfunzionante, dell'oggetto misterioso, l'avevano spossato. Si addormentò, con la bocca aperta e mentre le notizie continuavano ad arrivare. TRACK 2 - Il sogno del signor D. Il signor D. non sognava spesso, o almeno, una volta sveglio, non se ne ricordava. In genere si ricordava di pensieri che faceva nel dormiveglia, e li raccontava al figlio o ai suoi amici che incontrava per strada, di tanto in tanto, spacciandoli per sogni. Ma sapeva benissimo che non erano veri e propri sogni, perchè quando li faceva era in uno stato di semi-coscienza e quindi li influenzava a proprio piacimento. Ma a volte, alcuni di questi erano simpatici ed era bello raccontarli, impressionare gli ascoltatori. Anche quel giorno, il signor D. fece un sogno di questo tipo. Non un vero e proprio sogno, quindi, ma una specie di via di mezzo tra sogno e fantasia cosciente. Le ultime notizie della tv gli diedero il via. Una donna era stata trovata morta in seguito a un incidente stradale, mentre stava portando il figlio piccolo a scuola. Il bambino si era salvato. Come vivrà, si chiedeva la giornalista, ora questo bambino, avendo visto la madre morirgli davanti agli occhi? Riuscirà il padre a tirar su il bambino da solo? Il Governo si stava interessando alla cosa e pareva che stesse prendendo in considerazione la possibilità di clonare la donna morta. Il Presidente avrebbe parlato quella sera in tv, spiegando la sua posizione. La clonazione era regolata da leggi inflessibili, ma davanti a un dramma del genere, diceva la giornalista... Il signor D. immaginò la sua vita se sua moglie fosse morta in un incidente stradale. «Vuole che la cloniamo, signor D.?». «No, con mio figlio mi arrangio da solo. La lasci morire in pace». Che bella vita sarebbe stata. Senza donna, ma anche adesso era senza donna. Ma con in più un figlio, il proprio figlio, che ti aiuta e ti riempie le giornate. Tutte le giornate. Un figlio con cui discutere delle partite di calcio, dell'ultimo U-Disc, di chi votare alle prossime elezioni. Un figlio da tutti i giorni. Ma a qualcuno sarebbe venuto qualche sospetto. «Perchè non vuole che sua moglie venga clonata, signor D.?». Sognava i giornali, con titoli offensivi verso di lui, l'opinione pubblica che gli si scagliava contro, e allora il Presidente, non quello di adesso, quello che c'era vent'anni fa, che ordinava un processo contro di lui e di clonare la moglie. «Ma no, non la rivogliamo». E il Presidente che diceva che le decisioni le prendeva il popolo e il popolo aveva deciso. E poi il processo, in una brutta e grigia aula di tribunale. Con un avvocato che lo incalzava. «Lei ha ucciso sua moglie, vero?». «No, chi gliel'ha detto? Io no. È morta in un incidente...». «Ma quale incidente?». E gli mostrava le foto di una donna sgozzata, che non assomigliava per niente a sua moglie, ma, nel sogno, non riusciva ad accorgersene. Gli dicevano che era sua moglie e il signor D. non negava, non gli veniva neppure in mente di negare. Ma aveva una faccia diversa, un corpo diverso. E sua moglie era morta in un incidente d'auto, chi poteva averla sgozzata? «È vero che lei voleva vostro figlio tutto per sè?». «Io? Beh, mi farebbe piacere vederlo ogni tanto, ma da qui a dire...». Il sogno si faceva sempre più confuso, ancora il sudore gli calava dalla fronte e si agitava nel divano in salotto. Gli clonavano la moglie, ma ancora non assomigliava alla sua vera moglie, sembrava un'attrice chiamata a interpretare un ruolo non suo. La interrogarono al processo e il clone disse che sì, era stato il signor D. ad ucciderla. «Ma come, sei un clone, come fa a saperlo?». Ma nessuno lo volle ascoltare e lo arrestarono, levandogli il figlio e dandolo al clone della moglie. Si svegliò di soprassalto, con una goccia che gli tracciava una fastidiosa linea lungo la guancia. La bocca era impastata di saliva e il male alle tempie non si era affatto attenuato. Si sfregò un po' gli occhi e meccanicamente si grattò ancora il CON. Appena fece per alzarsi, però, vide i due ragazzi che aveva incontrato solo qualche ora prima. Ora erano seduti al tavolo. Li aveva riconosciuti anche nella penombra della sera (quanto aveva dormito? Un'ora? Due?), dalla barbetta sfatta di lui. Si schiarì la voce. - Chi siete? Come siete entrati? - Signor D., le avevo detto di non usare software di riconoscimento... - Software di riconoscimento? Di cosa sta parlando? Io non ho usato software di riconoscimento... - E questo cos'è? - disse il ragazzo, sicuro di sè, alzando il lettore, ormai un ammasso di rottami, dal tavolo. - Ah, non avevo capito che intendevate quello... Cos'è, me lo volete ripagare? - disse il signor D., ancora confuso dal sonno agitato. - No, affatto. Questo è un omaggio gratuito che lei ha usato male. Le vogliamo solo dare un consiglio: non si rivolga alla polizia - il tono si stava facendo quasi minaccioso. - Perchè? Anche il lettore ha detto di... - Non importa - lo interruppe - cosa ha detto il lettore. Sa di che marca era il suo lettore? - Bof, mi pare YNOS o una cosa così. - Esattamente, YNOS. E sa chi è proprietario della YNOS? - Ma che c'entra chi è proprietario della YNOS? - C'entra, c'entra. La YNOS appartiene al signor Paulo Ortin, e lei sa di chi sto parlando. - Guardi - disse il signor D. alzandosi dal divano - non me ne intendo molto di finanza. È un regalo di mio figlio che... - Il signor Ortin è un membro della Commissione. È chiaro che vuole che lei si rivolga alla polizia. - La... Commissione? - Ora noi ce ne andiamo, signor D. - disse alzandosi dalla sedia e facendo un cenno col capo alla ragazza che era con lui - ma lei non si rivolga alla polizia. Lo dico per il suo bene. - Il mio bene? Ma... insomma, non mi ha ancora detto chi siete, cosa volete, come avete fatto a... I due però, con passo veloce, erano già usciti dall'appartamento prima che il signor D. riuscisse a finire la frase. Fece un passo per andargli dietro, ma si accorse subito che non ce l'avrebbe fatta. Tanto valeva risedersi sul divano. I suoi pensieri vagarono brevemente tra l'idea della polizia, del clone di sua moglie morta e della Commissione. Gli sembrava di averne già sentito parlare, ma non ricordava dove. E si riaddormentò. TRACK 3 - Un pranzo saltato Il mattino dopo il signor D. si svegliò ancora seduto sul divano, con la tv accesa sulle notizie. «Uuhh, altrochè compagnia! I vicini penseranno che organizzo vere e proprie feste notturne». La posizione scomoda gli aveva lasciato in eredità un bel torcicollo, che si andava a sommare a tutti gli altri dolorini che sentiva in quei giorni. Stranamente però il CON non gli dava fastidio, quella mattina, e questo lo mise di buon umore. La luce del sole filtrava attraverso la finestra, e penetrava ad illuminare il salotto. Della notte, ricordava solo due strane cose, due sogni. Il primo, l'omicidio di sua moglie, il clone e tutto il resto. Il secondo, con i due ragazzi incontrati il pomeriggio prima. Due sogni così strani e così diversi. Andò a farsi una doccia in bagno e poi a lavarsi i denti. Quel gusto raffermo in bocca e quel sudaticcio addosso ai vestiti gli davano fastidio, ma non per questo era meno felice. A pranzo era infatti ospite da suo figlio e consorte. Era la prima volta dopo 2 anni. Non l'avevano più invitato dopo che se ne era uscito con certi commenti poco felici sul Presidente. Suo figlio, invece, gli era, come dire, molto affezionato. Si era arruolato in polizia durante il primo mandato dell'attuale Presidente e due anni fa, in piena campagna elettorale, sperava fortemente in una sua rielezione. Il signor D. invece non aveva simpatia per il Presidente, ma nemmeno per i suoi avversari. In realtà, non è che la politica gli interessasse poi molto, preferiva non doverci pensare, ma quel giorno pensava di potere incamerare una conversazione interessante col figlio e aveva accentuato le sue posizioni politiche, per il gusto del dibattito. Il figlio non l'aveva presa affatto bene. E così non l'avevano più invitato. Certo, non avevano smesso di vedersi, ogni tanto lui andava a trovarli, ogni tanto loro venivano a trovare lui. Il signor D. pensava che fosse soprattutto merito di Kori, sua nuora, e perciò le era immensamente grato. Ma tutto sommato nemmeno il figlio si doveva trovare poi così male con lui. Non avevano avuto ancora un figlio. Erano sposati da 3 anni e il signor D. credeva che i tentativi ci fossero stati, perchè entrambi lo volevano, ma il figlio non era arrivato. Il figlio del signor D., una volta, si lasciò scappare che eventualmente, se non si riusciva, ci si poteva rivolgere all'Ufficio Cloni, ma Kori non ne voleva sentir parlare. La ragazza voleva un figlio suo, non di altri. Il signor D. non aveva un'opinione precisa sui cloni, ma c'erano molte idee diverse che si combattevano, in quegli anni, nell'arena politica. Il Presidente, ad esempio, era un convinto sostenitore dell'utilità della clonazione, per regolare la popolazione mondiale ma anche per venire incontro alle disgrazie delle famiglie più sfortunate. Grazie a questi argomenti era infatti riuscito a vincere le elezioni, quelle che avevano portato al litigio il signor D. e suo figlio. L'Opposizione invece voleva limitare l'utilizzo dei Cloni solo alla cosiddetta Regolazione dell'Equilibrio. Cioè solo per mantenere costante la popolazione mondiale. C'erano poi un gruppo molto più sparuto di forze politiche che si opponevano in toto alla clonazione e un altro che invece la voleva vedere liberalizzata per chiunque potesse permetterselo. Quella volta che litigò col figlio, il signor D. sostenne che la clonazione andava vietata, che non era corretta eticamente. Suo figlio gli rispose che era un estremista, ma non capì che il giudizio del vecchio era dettato dal sogno - ricorrente - della moglie morta in un incidente e poi, disgraziatamente, clonata. «Me ne basta una di così, ma coi cloni non mi libererei mai di lei». Dopo la doccia ed essersi lavato i denti, il signor D. si sentiva meglio. Anche il collo non gli doleva quasi più e in camera scelse dall'armadio i vestiti che gli sembravano più adatti. Non voleva sfigurare, voleva che tutto, quel giorno, fosse perfetto. Si sentiva solo e sapeva che si stava avvicinando l'età del Ricovero Potenziale. Doveva trovare qualcuno che potesse garantire per lui, che potesse evitargli di essere messo in uno di quegli ospedaloni asfittici, tutto il giorno a guardare la tv e a giocare a scacchi contro il computer. In sala, sopra al tavolo di legno, rivide lo strano oggetto con cui aveva avuto a che fare il giorno prima, e notò che l'esplosione aveva rovinato la superficie del tavolo. «Vabbè, tanto era vecchio e non ho mai ospiti». «Contattare il più vicino posto di polizia», si ripeteva. Ma poi quel sogno coi due ragazzi che gli dicono di non farlo. Cosa voleva dire? Forse il suo subconscio gli suggeriva di lasciar stare, di non tediare suo figlio con domande stupide. Certo, doveva essere proprio così. Non c'era bisogno di procurargli impicci inutili. Tutto quel giorno doveva andare liscio, niente doveva turbare l'equilibrio. - Ora? - disse, dopo aver avvicinato il polso alla bocca. - Sono le ore 9 e 47 minuti - rispose il braccialetto che teneva a sinistra. Era presto. Il sonno sul divano aveva sconquassato i suoi orari. Decise di dare un'ulteriore occhiata a quell'oggetto che, ormai aveva deciso, non avrebbe comunque mostrato al figlio. Appena lo prese in mano, però, gli ritornò quella strana sensazione, come se avesse già tenuto in mano qualcosa di simile, come se una volta avesse saputo di cosa si trattava. Ma, più ci pensava, più quell'idea sembrava sfuggirgli, irraggiungibile. Lo esaminò più a fondo. L'esterno era rigido, resistente, mentre l'interno più morbido, pieghevole. All'esterno era verde, mentre all'interno bianco con dei minuti e costanti segni neri. Ma, a guardarli bene, non sembravano segni o macchie fatte a caso. C'era, come dire, una certa simmetria, un ordine che pervadeva quelle cose bianche. Certi segni si ripetevano uguali, in parti diverse dell'oggetto; certi erano più grandi, altri più piccoli. Forse si trattava di una specie di gioco, un quiz televisivo. «Se ne inventano sempre una nuova!», si ripeteva, quasi a volersi convincere. Ma non ci riusciva. Quell'oggetto aveva qualcosa di inquietante. La serenità con cui si era svegliato stava pian piano scomparendo, lasciando il posto all'inquietudine per questo oggetto. Cos'era? E perchè gliel'avevano dato? Perchè lo scanning non aveva funzionato? Perchè aveva sognato ancora quei due tizi, sempre ammesso che fosse un sogno e non la realtà? Era inutile, non c'era niente da fare. Le domande rimanevano senza risposte e gli facevano solo crescere il mal di testa. Lanciò l'oggetto sul tavolo e si fermò, in piedi, in mezzo alla stanza. Guardò la tv, pensando che avrebbe potuto accenderla e vedere un po' di notiziari, ma non ne aveva nessuna voglia. Sentì invece, all'improvviso, una certa fame, e si ricordò di non aver fatto colazione e non aver neppure cenato la sera prima. Si avviò quindi verso la cucina. «Come ho fatto a dormire così tanto?», si chiedeva. Non gli succedeva spesso di addormentarsi sul divano, e comunque mai per così tante ore. In genere la scomodità lo faceva svegliare e lo costringeva, almeno, a trasferirsi in camera da letto. Quella notte invece era andata diversamente, ma forse tutto era legato a quella specie di corto circuito del lettore. Chissà, magari gli aveva portato, tramite il CON, qualche scompenso. Mentre si preparava un caffè bollente e un toast, sentì squillare il videofono. Spense tutto e corse a rispondere. - Pronto? - nel video comparì la faccia di Kori, la moglie di suo figlio. - Pronto? Salve signor D.. Come andiamo? - era una bella donna, mora, capelli lunghi, sempre sorridente. E con lui era sempre stata molto gentile. - Oh, si tira avanti. Voi, tutto bene? - le disse, mentre la sua mente pensava al possibile motivo di quella chiamata. Forse non era per annullare tutto, forse volevano semplicemente assicurarsi che si fosse svegliato, volevano confermare l'ora, o qualcosa del genere. - Sì, sì, bene, grazie. Senta, purtroppo c'è un problema. - Ah... - Ecco, suo figlio è stato richiamato in servizio stamattina, pare che ci sia stato un attentato o qualcosa del genere verso un ufficio pubblico e tutta la polizia è stata mobilitata... - Capisco... - Ma non si preoccupi, abbiamo solo rimandato! Che ne dice di venire domani sera, invece? Se vuole la veniamo a prendere noi in macchina e poi alla fine la riportiamo anche a casa... - Oh, beh, grazie. Sempre se non disturbo... - la nuova offerta gli aveva dato un'enorme sollievo e faticava a nasconderlo. - Macchè disturbo, si figuri. Siamo felicissimi di averla a cena da noi. Allora, va bene per domani sera? - Sì, credo di essere libero - chiaramente, era libero tutte le sere, ma questo non era obbligatorio dirlo. - Allora d'accordo. Magari ci sentiamo di nuovo domani, così le dico l'ora in cui passiamo a prenderla, ok? - Va bene. Grazie. Ciao. - Arrivederci signor D.. L'immagine di Kori scomparve dal videofono. «Scampato pericolo», pensò. Per qualche attimo aveva temuto di aver fatto qualcosa di male o che suo figlio si fosse ricordato che non lo sopportava. Invece era solo questione di aver pazienza, di aspettare solo 36 ore in più. Ritornò in cucina, mangiò il toast, ormai un po' freddo, e bevve il caffè, che invece si era mantenuto abbastanza caldo. Uscendo dalla cucina abbassò lo sguardo sul bel vestito che aveva addosso - camicia, cravatta e un bel completo grigio, in contrasto con le ciabatte che portava ai piedi - e decise che era meglio toglierlo prima di sporcarlo, che tanto gli sarebbe servito il giorno dopo. Ritornò in sala in un vestito più comodo e accese la tv. Scoprì facilmente dov'era stato l'attentato di cui gli aveva parlato Kori, e decise di andare a darci un'occhiata. Era curioso di vedere suo figlio al lavoro, ma si ripromise di stare attento a non farsi vedere da lui. Non voleva stuzzicarlo o provocarlo. Davanti alla porta di casa si levò le ciabatte e infilò i mocassini neri. Mentre, chinato, compiva quest'operazione, notò nel corridoio alcune macchie di fango. «Che strano, in genere me le levo sempre appena entrato, le scarpe... Bah, pulirò dopo». E uscì. TRACK 4 - L'attentato La città, in settembre, gli piaceva molto. Quell'odore triste nell'aria, il ritorno alle abitudini e alla monotonia di sempre dopo la pausa estiva. Per lui, che viveva la tristezza e la solitudine come condizioni normali, era un po' come sentirsi a casa, meno solo. Qualcuno si sentiva come lui e il fatto che questo qualcuno fosse addirittura una stagione lo tirava un po' su di morale. «Dunque... via Rok, dev'essere di là...», si disse sottovoce. Viveva in quella città da anni, ma quel quartiere gli era quasi del tutto estraneo. Pensò che forse avrebbe fatto meglio a portarsi dietro l'U-Disc con la piantina. Girato l'ultimo angolo vide la calca, ammassata davanti a un grande e grigio edificio, eretto chissà quanti anni prima. Nonostante la sua stazza notevole, il lungo impermeabile faceva sì che non spiccasse tra quell'ammasso di gente. Si avvicinò alla zona transennata, sentendo i commenti della gente. - Sì, sembra un attentato... - Era da tanto che non se ne vedevano... - Saranno state le nove, le nove e dieci... - No, io non ero qui, ma ho sentito il botto da lontano... - Boh, io dei terroristi ne ho sentito parlare solo a scuola... Io dei terroristi ne ho sentito parlare solo a scuola. Era tanto, infatti, che nella Nazione non si verificavano episodi di terrorismo. Nessun attentato, nessuna strage. Era stato un secolo di grande tranquillità. La pacificazione portata dal nuovo Sistema Parlamentare. Tutti felici, tutti contenti, tutti in pace. Evidentemente non tutti. La gente, però, spingeva, e il signor D. si ricordò di non avere più la prestanza di una volta. Dovette chiedere più volte permesso, cedere il passo a qualche donna voluminosa e dallo sguardo torvo, ma infine riuscì ad avvicinarsi e a vedere la scena. Doveva essere scoppiata lì, davanti all'edificio. Forse era in un'auto parcheggiata. Ma di che edificio si trattava? Kori aveva parlato di un edificio pubblico, ma sicuramente non era uno dei più noti. «Che strano... Fosse stato per me l'avrei messa sotto il municipio o sotto un palazzo governativo». Invece era un grigio palazzo di periferia, e la targa che ne indicava la funzione era stata spazzata via insieme alle vetrate dell'ingresso. Avesse avuto ancora il lettore portatile avrebbe potuto farne uno scanning e scoprire di che cosa si trattava. Ma il lettore era fuso e già iniziava a cadere qualche timida goccia di pioggia. «Settembre», pensò. Stette ancora davanti alle transenne per qualche minuto, poi all'improvviso si accorse che suo figlio stava uscendo insieme ad altri poliziotti dalla zona. Cercò di ritornare indietro, di rimischiarsi tra la folla. Non voleva che lo sorprendesse lì, avrebbe capito che vi si era recato dopo la videofonata di Kori. Non voleva fare la figura del padre apprensivo, che gli mette il fiato sul collo. Velocemente, s'infilò in un bar. - Salve - gli fece il barista. Il locale era praticamente vuoto, c'era solo un uomo, con la barba sfatta e i capelli arruffati, seduto in fondo, da solo. - Salve - rispose il signor D.. - Cosa le servo? - Un bicchiere di tè freddo al limone, perfavore - disse, sedendosi al bancone. Questa faccenda dell'attentato non lo lasciava tranquillo. Non che si preoccupasse di sè, non aveva timore per la propria sorte, almeno non direttamente. Si preoccupava per il figlio. Sicuramente, se fosse iniziata una nuova stagione del terrorismo, termine usato solo dai dischi di storia, suo figlio sarebbe stato nel mezzo della mischia. In prima linea, un bersaglio facile. No, era meglio non pensarci. Cosa avrebbe fatto senza suo figlio, l'unica piccola parte della famiglia che ancora gli rivolgeva la parola? Era triste vivere così, solo, con lo spettro di finire in Ricovero Anziani. - Ecco il suo tè - gli disse il barman, porgendogli un bicchiere appannato. - Grazie... Dica un po', ha sentito lo scoppio, stamattina? - Uh, certo che l'ho sentito... a momenti faceva saltare i vetri anche a me - disse, evidentemente desideroso di scambiare quattro chiacchiere sull'accaduto. Era magro, e il grembiule e l'asciugamano bianchi ne esaltavano lo slancio verso l'alto. - Ma che edificio è quello lì? - Mah, un condominio. C'è qualche ufficio statale, ma perlopiù sono appartamenti... - Gente importante? - In un quartiere così? Chi vuole che ci venga a vivere, qui? - Eh, già... - disse il signor D., con rassegnazione. Era proprio vero, la natura umana è sempre incline alla lamentazione. - Eh, la vorrei io una casa in centro... L'uomo col soprabito sorseggiò avidamente il suo tè. La lunga camminata gli aveva messo sete e l'aria era stranamente afosa. - Speriamo che piova - riprese il barista. - Sì, prima ho sentito un paio di gocce. - Magari porterà via anche lo sporco... - La polvere? - chiese il signor D., che non aveva capito. - No, il sangue... - Sangue? - disse, con una vena di paura nella voce - Ci sono state delle vittime? - Una, che io sappia. Una ragazza. - Dove? - Uh, sul marciapiede, vede - disse indicando - là dove ci sono tutti quei poliziotti in cerchio. Mentre il signor D. guardava fuori dalla vetrata, a bocca aperta (uno dei poliziotti in cerchio era proprio suo figlio), il barista andò a riempire un altro bicchiere di whisky all'avventore in fondo al locale. - Pare anche che fosse giovane. - disse, ritornando dietro il bancone - Io non l'ho vista ma mi hanno detto sui vent'anni. - Poveretta... a quell'età... - concluse il signor D., non staccando gli occhi da quell'immagine, da quegli agenti che coprivano il corpo della morta - Quant'è? La pioggia scendeva incerta, qualche goccia adesso, qualche goccia dopo. L'afa, invece, era rimasta e non accennava ad andarsene. Il signor D. aveva preferito non riavvicinarsi alla scena dell'attentato, non adesso che c'era anche suo figlio a presidiarla. Sicuramente ci sarebbe stato un notiziario con più di qualche servizio sull'accaduto, sicuramente quella sera il Presidente avrebbe parlato in tv. Forse anche la cena della sera successiva sarebbe saltata. Il signor D. capì, infatti, che il figlio non l'avrebbe presa sottogamba, come non prendeva sottogamba niente nel suo lavoro. Il signor D. invece non era così, non lo era mai stato. Per sua fortuna, aveva sempre saputo valutare le cose con leggerezza, non dar loro mai più importanza di quanta non ne meritassero e questo gli aveva permesso di vivere tranquillo a lungo. Tranquillo e solo. Con il suo solito passo lento e trascinato si era quindi avviato verso casa, e, fatte le scale, era rientrato nell'appartamento al secondo piano. Subito si tolse le scarpe e vedendo il fango sul pavimento si ricordò che doveva dare una ripulita. «Dopo. Prima vediamo se il notiziario dice qualcosa». Accese la tv e disse: «Canale Informazioni». La presentatrice, da studio, parlava proprio dell'attentato. - Questa mattina, nel quartiere di Potilki, e più precisamente in via Rok, si è verificato un clamoroso attentato, davanti a un edificio dove hanno sede alcuni uffici del governo. Un'autobomba è infatti esplosa alle ore 9.06, provocando danni non gravi alla facciata dell'edificio, ma provocando una vittima, sembra una giovane passante. Ecco la foto. Alla giovane donna è stato fatto l'esame delle impronte digitali che ne ha rivelato le generalità agli agenti, generalità che per ora ci rimangono sconosciute... La foto presentava una bella ragazza, bionda, sui venti, morta, distesa sul marciapiede. Dalla bocca le usciva un filo di sangue, raggrumato. Il viso era bluastro, ma non presentava i segni dell'esplosione, che l'aveva probabilmente colta alle spalle. La cosa che inquietò maggiormente il signor D., però, era che la ragazza era la stessa che il giorno prima gli aveva dato quello strano oggetto che ora si trovava sulla sua tavola. Sentì improvvisamente che il CON aveva ricominciato a fargli male. TRACK 5 - I Nascosti In una stanza buia, quattro mura strette, senza finestre, illuminata solo da una vecchia lampadina che scendeva dal soffitto, Jon L. stava seduto, le gambe appoggiate sulla scrivania. In bocca aveva un chewing-gum, che masticava nervosamente. Lo sguardo invece era fisso sul muro disadorno. Ad un certo punto bussarono alla porta di legno. - Avanti - disse, con voce quasi impercettibile. Entrò un ragazzo, con al braccio un fucile. - Max è qui, capo. - Fallo passare - disse, accompagnando le parole con un gesto della mano. Max entrò a capo chino, lentamente. Prima che il ragazzo di guardia richiudesse la porta, Jon L. gli ordinò di portare un'altra sedia. - Allora? - chiese, senza nemmeno abbassare le gambe dalla scrivania. - Beh, avrai visto la tv... - Sì, l'ho vista. Tu, cos'hai da dirmi? - Io - disse, prendendo la sedia che il ragazzo di guardia stava passandogli - non so cosa sia andato storto. Avevamo preparato tutto seguendo le istruzioni di Rurik, ma... - Ma...? - E' scoppiata troppo presto. - Stavate venendo via? - Sì. - E l'obiettivo? - Completamente mancato. Jon L. sbuffò. Non gli importava tanto della perdita di uno dei suoi, ma l'obiettivo non andava mancato. Era l'occasione che aspettava da mesi per... Tolse lo sguardo dal muro e lo rivolse verso Max, che se ne stava seduto, senza il coraggio - o la forza - di guardarlo in faccia. Il ragazzo era sconvolto, non era abituato a cose del genere. - In guerra si muore, ragazzo... è normale. - Lo so Jon. - Perchè noi siamo in guerra, lo sai questo, vero? - Certo, Jon - riaffermò Max, senza troppa convinzione. - Bene - fece il capo con fare conclusivo - ora vai a dormire. Te ne starai a riposo per un po'. - D'accordo - rispose il ragazzo dalla corta barba bionda, alzandosi dalla sedia e avviandosi verso la porta. - Ah - lo fermò con la voce Jon L., come se gli fosse venuta in mente una cosa all'ultimo minuto - e con quel tizio, com'è andata? - Ah, il signor D., intendi? Jon L. fece di sì con la testa. - Siamo andati a casa sua questa notte, prima di andare a preparare la macchina... Abbiamo visto che aveva tentato di fare uno scanning sull'oggetto, ma il lettore gli è andato in fumo. - Che lettore aveva? - Un YNOS 4322/k. Ho controllato, è un modello vecchio di sette anni. Non ha dispositivi di rintracciamento satellitari ma solo un messaggio preregistrato che dice di rivolgersi alla polizia. - Bene, meglio così. Quanto tempo pensi che ci possa mettere a capire di che si tratta? - Non saprei. Dipende da quanto tempo dedica alla cosa e da quanto forti sono i ricordi della sua infanzia. Jon L. fece un segno d'assenso con la testa e lasciò andare il ragazzo, che richiuse la porta dietro di sè. Ancora gli rodeva il fegato questa storia dell'obiettivo mancato. Probabilmente aveva fatto male a fidarsi di due ragazzi alla prima missione importante, probabilmente avrebbe fatto meglio ad arrangiarsi da solo, a verificare di persona il procedere delle operazioni. Aveva capito già da molto tempo che aveva bisogno di altri, di molti altri per portare a termine il suo progetto, ma anche che non poteva completamente fidarsi di loro. Il suo addestramento impartito in tre soli mesi non bastava a renderli dei combattenti, almeno non dei combattenti efficaci. E poi c'era tutta la storia della copiatura obbligatoria. Ne avrebbe parlato nel Consiglio del giorno dopo, avrebbe proposto l'abolizione di quella regola stupida e inutile. Aveva dalla sua parte altri tre capibanda. Sarebbe bastato convincere almeno uno dei Nascosti di Superficie e avrebbe avuto la maggioranza. Aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori un oggetto rettangolare, in tutto simile a quello che aveva fatto consegnare al signor D.. Lo aprì e lo guardò a lungo, pensoso. Poi urlò verso la porta, chiamando la guardia. - Sì, signore? - Portami il mio materiale per la copiatura, ragazzo - gli disse Jon L., senza voltare lo sguardo verso di lui. - Subito. Il ragazzo di guardia si avviò lungo un corridoio ancora più scuro della stanza di Jon L., illuminato da torce appese lungo i muri. Qua e là gruppetti di ragazzi conversavano e l'argomento principale erano, chiaramente, i fatti di via Rok. Erano tutti giovani, ventitré anni al massimo. Entrato in una sala più grande, dove al centro c'era un largo tavolo, la guardia prese una borsa posta nell'angolo sulla destra e ritornò sui suoi passi, portandola verso lo stanzino. Prima di uscirsene, però, gettò uno sguardo a Max, seduto su una panchina appoggiata al muro. Lo conosceva solo di vista, ma sapeva che era uno dei prediletti dal capo, uno di quelli della prima ora. Jon L. l'aveva arruolato ancora adolescente, l'aveva istruito sulle tecniche, l'aveva fatto diventare uno dei Nascosti. Mentre ritornava per il corridoio delle torce, pensò anche alla ragazza che stava con lui. Non ne conosceva il nome, non parlava mai. Era bella, bionda, con un viso e una pelle così puri e incontaminati. Non aveva visto la televisione, quel giorno. Gli era proibito vederla perchè era ancora nella fase del Noviziato, ma gli avevano raccontato che almeno il suo volto non era stato sfigurato dall'esplosione. Li aveva colpiti alle spalle, ma lei era rimasta indietro rispetto a Max. Pareva che il ragazzo non avesse nemmeno potuto soccorrerla perchè Jon L., in casi del genere, aveva insegnato a non fermarsi mai, che in guerra la morte è normale. Passarono alcune ore prima che Jon L. uscisse dallo stanzino. Aveva lavorato a lungo, aveva fatto ciò che un Nascosto doveva fare, per legge. Non una legge dello stato, ma la legge dei Nascosti. Era stanco, le palpebre gli pesavano, ma non doveva darlo a vedere ai suoi uomini. Erano ragazzi che avevano bisogno dell'immagine di un uomo forte, di un uomo che cade sempre in piedi, in ogni avversità e circostanza. Chiuse la porta dello stanzino a chiave e mandò la guardia fuori servizio. Un'altra avrebbe preso posto, di lì a pochi minuti, davanti alla sua camera. Prendendo un corridoio più stretto sulla destra, infatti, si evitava quello delle torce e, proseguendo, si iniziavano a vedere una serie di porte sui due lati del camminamento. I ragazzi dormivano in camerate da dieci uomini almeno, ma a Jon L. era riservata una stanza apposita, anche se vicina a quella degli altri. Era il loro capo e quindi doveva stare da solo e avere la scorta, ma i combattenti dovevano sentirlo uno di loro, altrimenti avrebbero smesso di obbedirgli. Pensò ancora al Consiglio che lo attendeva il giorno dopo in superficie, nella casa del capo Boyter. Ripassò mentalmente il discorso che aveva intenzione di fare, un discorso che si preparava ormai da giorni. «Signori, è giunto il momento di dare una sterzata alla nostra opera. Di fare un salto di qualità. Non possiamo più permetterci di acquisire adepti uno alla volta, uno per uno. Il tempo non ci aspetta, i nostri nemici non ci aspettano. Abbiamo dei doveri verso i nostri giovani e verso noi stessi. Dobbiamo smascherare la menzogna e farlo subito, con ogni mezzo a nostra disposizione. Anche con la guerra!». Un bel discorso, retorico quanto bastava, per convincere anche gli indecisi, i titubanti. Sapeva che avrebbe trovato una forte opposizione, soprattutto nei Nascosti di Superficie, anche nello stesso Boyter, il padrone di casa. Ma sapeva anche come giocare le sue carte. Avrebbe detto che loro, quelli di Superficie, non si rendevano conto di come andavano realmente le cose. Non vivevano veramente da Nascosti, non potevano capire. Erano invece le bande, quella di Jon L. e degli altri Nascosti Puri, che portavano il peso dell'organizzazione, del proselitismo, e perciò dovevano condurre alla loro maniera l'opera. «Sì, sì, un bel discorso», si ripeteva mentre si sdraiava sulla brandina. «E se dovesse andare male? E se non raggiungessi la maggioranza?». Era possibile. Sapeva che Boyter non era uno stupido, sapeva e capiva. Ma per fortuna, anche Jon L. aveva un piano di riserva. TRACK 6 - Il secondo sogno del signor D. Il signor D. era alquanto sconvolto, quella sera. Aveva passato tutto il pomeriggio a guardare i programmi televisivi d'attualità, cercando di scoprire qualcosa riguardo a quella ragazza trovata morta, uccisa dalla bomba. Niente, nessuno riusciva a sapere niente. Nè il nome, nè l'età, nè cosa ci facesse lì alle 9 del mattino. Mostravano invece sempre e solo quella foto, col viso morbido e il fiotto di sangue che le scendeva dalla bocca e gli occhi spalancati, a guardare il cielo. Ripensò a lungo anche a quando l'aveva vista. Non aveva mai parlato, a parlare era invece sempre il ragazzo che stava con lei, quello con la barbetta da rivoluzionario. Anche quando li aveva sognati, sempre ammesso che fosse stato un sogno. «Non si rivolga alla polizia, lo dico per il suo bene». Dicevano di evitare la polizia e poi una muore in un attentato. E come erano entrati in casa? No, no, si doveva trattare per forza di un sogno, quella notte era stata molto agitata, non... Ma avevano parlato anche di quel tizio, come si chiamava?, il padrone della YNOS. Come poteva essere un sogno? Il signor D. non sapeva chi fosse il padrone della YNOS, nè cosa fosse questa fantomatica Commissione. Oppure, forse ne aveva sentito parlare da qualche parte e il suo subconscio aveva fatto il resto. Sì, probabilmente era andata così. Probabilmente non c'erano mai entrati in quella casa, e come avrebbero potuto? Come avrebbero potuto sapere dove abitava? «Ma che dico, bastava guardare sull'elenco...». Sì, bastava guardare sull'elenco, che tanto il nome avevano già dimostrato di conoscerlo. Ma se lo conoscevano già voleva dire che l'oggetto gli era stato dato per un motivo, per uno scopo che non capiva. Se avesse avuto il file degli Accessi nella Casa funzionante, avrebbe potuto controllare e scoprire se qualcuno era entrato in casa sua, quella notte. Invece erano mesi che era rotto e non s'era imposto di farlo riparare. «Che mal di testa», pensò alzandosi dal divano ma lasciando la televisione accesa. Poteva sempre darsi che scoprissero qualcosa. Si diresse verso la cucina, per prendere un bicchier d'acqua. Il prurito al CON era tornato ancora, da qualche ora, e non se n'era andato. Ormai iniziava a non sorprendersene più, a sentirlo parte di sè. Solo, gli dava fastidio quella discontinuità, che andasse e venisse. Gli impediva di abituarcisi. Comunque, andando in cucina passò davanti alla porta d'ingresso, e ancora vide le macchie di fango che campeggiavano all'entrata. Ancora non si ricordava come poteva averle fatte, ma mentre beveva il suo bicchier d'acqua gli venne in mente una cosa. Ritornò in fretta in corridoio e guardò meglio queste macchie, quante erano e che percorso facevano. Non c'erano dubbi, erano di due persone diverse e andavano a finire in sala, esattamente al tavolo dove c'erano l'oggetto e il lettore rotto. Dove cioè aveva visto i due ragazzi, in sogno. Evidentemente non era stato un sogno, questo ne era la prova definitiva. Si sedette al tavolo e ricominciò a maneggiare l'oggetto, sperando che la sua natura gli diventasse chiara all'improvviso, come per illuminazione. Ma era convinto di conoscere quella cosa e più ci pensava, più il cervello gli doleva. Non aveva nemmeno più un lettore per lanciare nei suoi neuroni l'ultima avventura del commissario Torgot. Come si sarebbe comportato lui al suo posto? Mah, Torgot in realtà andava in giro ad interrogare, era un vero detective, cercava le prove sul posto. A lui queste cose erano proibite, non era un poliziotto e non aveva libero accesso a testimoni e prove. Non aveva nemmeno l'età - e la voglia - per indagare all'esterno abusivamente: già le domande fatte al barista l'avevano messo in imbarazzo. Non gli rimaneva nient'altro da fare che analizzare l'unica cosa che aveva in mano, l'unico punto di contatto tra se stesso e l'attentato, cioè quello strano oggetto verde fuori e bianco e nero dentro. Guardò più attentamente le macchie che lo riempivano e cercò di capire secondo quale astruso schema si ripetevano. Si concentrò su una macchia in particolare, una specie di cerchietto che ritornava abbastanza spesso, ma man mano che si addentrava nell'oggetto vedeva che lo schema variava ogni volta, che non c'era una reale simmetria tra le sue parti. Provò con altri segni. Notò che alcuni erano più grandi e altri più piccoli, ma spesso tra di loro simili - anche se non tutti. La mente gli rimaneva confusa, ma soprattutto non riusciva a capire quale potesse essere lo scopo di un oggetto del genere, perchè qualcuno dovesse darsi la pena di costruire una cosa fatta solo di piccole macchie disuguali. Un oggetto che non esisteva, almeno secondo il Dizionario della lingua contemporanea. Però rimaneva il fatto che lui ce l'aveva in mano, lo poteva toccare e guardare. Era difficile ammettere che non esistesse. Lo riappoggiò sul tavolo e si alzò dalla sedia, come a sgranchirsi le ossa indolenzite. La tv era ancora accesa su un canale di notiziari, ma sulla ragazza morta non erano venute a galla nuove informazioni. Spense la tv, controllò che la porta d'ingresso di casa fosse ben chiusa e si avviò a letto. Ancora una volta, il sonno riflesse l'agitazione di quei giorni. Nel suo solito stato di semi-coscienza, l'unico che gli consentiva di ricordare i sogni che faceva, rivide ancora la morte di sua moglie, il processo, le testimonianze, la proposta del Presidente di farne un clone. Ma qualcosa era cambiato. Al processo gli mostrarono la foto della moglie morta, ma in realtà non si trattava di sua moglie. La foto che gli mostravano era infatti quella della ragazza morta nell'attentato. Il pubblico ministero gli chiedeva perchè l'avesse sgozzata, perchè le avesse sfregiato il viso, ma il signor D. insisteva a ripetere che la donna della foto non era sua moglie e non aveva il viso sfregiato. Tutti, a quel punto, nel tribunale, lo guardavano come se fosse colpevole, come se volesse cercare di negare l'evidenza. Cercava di rivolgersi al giudice, di mostrare anche a lui la foto, ma nessuno la voleva vedere, nessuno voleva vedere l'orrore che quell'imputato aveva provocato sulla propria moglie. Anche suo figlio, dalla prima fila, lo guardava con disprezzo. Kori invece, sua moglie, abbassava lo sguardo, come imbarazzata per quell'uomo, per quel suo parente acquisito. Allora il signor D., sentendosi solo e perso, tirava fuori tutto, confessava tutto, anche se non era lui il colpevole. «Sì, sono stato io - iniziava a dire - ho messo io quella bomba per uccidere Paulo Ortin, il presidente della YNOS». - Ah - lo interrompeva il pubblico ministero - ed ha agito da solo? - No, non da solo. Insieme a me c'era mia moglie. Avevamo programmato l'attentato insieme. - Perchè, signor D., perchè volevate uccidere un cittadino rispettabile come il signor Ortin? - Perchè fa parte della Commissione - disse il signor D., e tutto il tribunale si zittì improvvisamente. Il giudice lo guardò, dall'alto della sua scrivania, con occhi preoccupati. Nessuno più ora lo disprezzava, ma era diventato temuto, un testimone importante. Il figlio lo fissava a bocca aperta. - Ci dica, signor D., perchè allora è morta sua moglie invece del signor Ortin? - Perchè chi dovrebbe morire sopravvive sempre - rispose il signor D., stupendosi in cuor suo di queste parole. «Massì, è un sogno, tra un po' mi sveglierò e tutto sarà a posto, non ci saranno conseguenze per queste bugie», continuava a ripetersi. Ma non ne era convinto. Non ne era affatto convinto. - La bomba - riprese il signor D., a voce alta - è scoppiata troppo presto, qualcosa nel meccanismo non ha funzionato. - Cosa? - incalzò l'accusa. - Non lo so, non l'avevo preparata io la bomba. - Ah no? Il tono dell'avvocato era ridiventato sarcastico. Gli umori della giuria, del pubblico e di tutti quanti i presenti nell'aula variavano come foglie al vento e il signor D. cercava in tutti i modi di catturarne la simpatia. - Allora - riprese l'accusatore - che mi dice di quest'altra fotografia? Era una foto in bianco e nero che rappresentava il momento in cui i due ragazzi avevano passato l'oggetto al signor D.. - Qui non sta forse consegnando a questi due ragazzi un oggetto rettangolare e più precisamente la bomba usata nell'attentato contro il signor Ortin? - Cosa? No, no. Non ero io che stavo passando l'oggetto a loro, ma loro a me! - gridò il signor D., preso alla sprovvista e preoccupato per quella prova che sembrava inattaccabile. - E perchè mai dovremmo crederle? Lei non è morto in quell'attentato, la ragazza sì. - Sì, è vero, ma quella non era una bomba - cercò di spiegare. - Non era una bomba? A chi vuole darla a bere? Non è forse vero che quell'oggetto rettangolare le ha fatto saltare in aria il lettore U-Disc? - Ma lei come lo sa questo? - Io so tutto, signor D., io so tutto... Era una bomba, quindi, ce lo conferma? - No, assolutamente no. - Allora ci spieghi, signor D.. Di cosa si trattava? Il signor D. si guardò in giro, prima la giuria, poi il pubblico e tra il pubblico suo figlio. Infine il suo avvocato difensore, il suo vecchio amico del negozio George’s, quello che vendeva gli U-Disc. - Lei lo sa, vero, di cosa si trattava? Perchè non ce lo vuole dire, perchè non vuole ammetterlo? Ha forse paura? - No, non ho paura - affermò, facendosi coraggio - so benissimo cos'è quell'oggetto. In quel momento si svegliò, in un bagno di sudore. - Ora? - chiese, avvicinandosi il polso alla bocca. - Sono le ore 4 e 24 minuti. Si alzò da letto, infilò le ciabatte e si diresse verso la sala, accendendo le luci. Si sedette al tavolo e prese in mano l'oggetto. Si era ricordato cos'era. TRACK 7 - Il Consiglio Jon L. camminava solo lungo una via del centro. Non aveva voluto la scorta, non perchè non ce ne fosse bisogno, ma perchè in due si rischiava di dare di più nell'occhio. Mentre proseguiva col suo passo veloce lungo il viale alberato che conduceva alla casa di Boyter, ripassava ancora una volta mentalmente il discorso. Non tanto le parole che avrebbe dovuto usare, ma l'ordine in cui usarle, la struttura. Era un momento decisivo, per sé, per la sua banda, per tutti i Nascosti. E lui avrebbe preso le redini, non si sarebbe lasciato sfuggire quest'occasione. Passò davanti alla casa di Boyter e proseguì. Non era saggio entrare per l'ingresso principale, che poteva essere sotto controllo, e quindi ci si era accordati per un'entrata sotterranea che portava direttamente nel salotto dove si tenevano le riunioni del Consiglio. Scese infatti nella vicina stazione della metropolitana e da qui, dopo un riconoscimento delle impronte digitali e della retina, ebbe accesso alla navetta che l'avrebbe portato a destinazione. - Ora? - disse, avvicinandosi il polso al viso. - Sono le ore 10 e 02 minuti. Era lievemente in ritardo, ma sapeva bene che le precauzioni, in casi del genere, non erano mai troppe. Il salottino privato di casa Boyter manifestava tutto il gusto aristocratico e ancien regime del suo padrone. Al centro, un grande tappeto circolare era sovrastato da un tavolo rotondo in legno scuro e pesante, sopra al quale si stagliava un finissimo lampadario di cristallo. Boyter era uno dei principali finanziatori delle attività dei Nascosti, anche delle bande sotterranee. Questo gli aveva conferito enorme potere e prestigio tra gli adepti, anche se lui non ne aveva mai particolarmente fatto uso. Attorno alla piccola stanza, poltroncine dal gusto retrò ed immensi specchi contornati d'oro conferivano al quadretto un'immagine d'opulenza mal celata. A Jon L. sembrò un paradosso che una riunione così segreta si tenesse in una stanza così luccicante di luce e ori. Attorno al tavolo erano già seduti gli altri nove membri del Consiglio. La sedia libera, quella riservata a Jon L., era proprio di fronte a Boyter. Evidentemente, tutti sapevano che sarebbe stata una riunione burrascosa, e la tempesta la portava Jon L.. Si sedette e salutò. Alla sua sinistra e alla sua destra stavano due dei suoi più fedeli alleati, di cui già si era assicurato il voto favorevole. Erano Sor Q., capo di una banda sotterranea del nord della città, e Milo, che, con pochissimi uomini scelti, presidiava la zona sud-est. Poi, più in là, il colonnello Turos, ex ufficiale dell'esercito poi convertito agli ideali dei Nascosti. Anche lui gli aveva assicurato il suo voto. Insieme al proprio ne bastava solo uno per mettere in minoranza Boyter. Ma gli altri cinque erano tutti Nascosti di Superficie. Si diede inizio alla riunione, con tutti i crismi formali che erano necessari per legge, la Legge dei Nascosti nei confronti della quale Jon L. era tanto insofferente. Il capo Rottrisch fece da verbalizzante. Si entrò subito nel vivo. - Penso che tutti voi abbiate visto la televisione tra ieri ed oggi - esordì Boyter, un uomo magro e anziano, ma con gli occhi vispi e le sopracciglia bianche e arruffate. Gli uomini attorno al tavolo fecero segni di assenso col viso. - Avete quindi avuto notizia dell'attentato, dell'autobomba fatta esplodere davanti a uno degli uffici della Commissione... - ancora segni d'assenso, soprattutto da parte dei Nascosti di Superficie. - Bene - riprese Boyter - a quanto mi risulta, la ragazza trovata morta, l'unica vittima dell'attentato, era una di noi, una Nascosta. E più precisamente apparteneva alla sua banda, Jon L. - concluse, rivolgendo le ultime parole direttamente all'uomo che gli stava seduto di fronte. Jon L. stette zitto. Voleva vedere quali mosse avrebbe fatto Boyter, cosa avrebbe detto, per poi agire di conseguenza. Doveva stare attento a non andare troppo in là, a non scattare, a non rovinare tutto. - Questo fa supporre - riprese il padrone di casa - che la ragazza fosse in qualche modo implicata nell'attentato contro la Commissione e che poi, per un qualche disguido tecnico, qualcosa non sia andato nella maniera prevista... dico bene? Tutti stavano in silenzio, neppure i Nascosti di Superficie facevano più segni d'assenso. Si stava per arrivare al momento decisivo. - La mia domanda allora è: come mai una Nascosta è stata implicata in un attentato? Non sapeva che la Legge dei Nascosti vieta categoricamente azioni violente? - fece una pausa, come a voler pesare bene le proprie parole - E poi, ha agito da sola o insieme ad altri? Dai miei informatori, pare che sia stata vista spesso con un ragazzo, noto come Max, anche lui parte della sua banda, Jon L.. Il capobanda rimase in silenzio, fissando con durezza negli occhi il Capo del Consiglio. Boyter gli stava sferrando il suo attacco, un attacco dovuto e che si aspettava. Tra poco sarebbe toccato a lui rispondere per le rime a quel vigliacco di Superficie, che viveva nel lusso più sfrenato. - Il sospetto che nasce, Jon L., è che lei possa essere implicato nell'organizzazione di questo attentato e questa sarebbe una cosa grave, molto grave. Vuole chiarirci allora qual è la sua posizione? Ecco, era il suo momento. In quel momento, proprio mentre Jon L. stava iniziando a parlare, bussarono alla porta. - Scusate - disse Boyter rivolto ai membri del Consiglio. Era una persona che teneva molto al bon ton. - Avanti. - Mi scusi signor Boyter - disse, entrando, il maggiordomo, anch'egli un Nascosto - ma c'è il Presidente che sta parlando in televisione dell'attentato di ieri e pensavo potesse interessarvi. - Grazie, Atur - rispose Boyter. Prese dal tavolo lo stanzacomando e, avvicinatolo alla bocca, disse: «Televisore». Dalla parete dov'era appeso il grande specchio dorato si aprì un vano, da cui lentamente entrò nel salottino un televisore di grandi dimensioni. - Canale Presidenziale - aggiunse Boyter, e il televisore si accese proprio sulla faccia del Presidente nel suo studio. Aveva preferito apparire in video con un abbigliamento molto casual, senza il trucco e con l'aria stanca e affaticata. Le sue parole avvaloravano questa impressione visiva. - Cittadini. Come avrete sicuramente appreso dai molti notiziari che si sono susseguiti in queste ore su tutti i canali televisivi mondiali, ieri mattina la nostra Nazione è stata scossa da un attentato. Erano molti anni che la nostra società civile non subiva un affronto del genere. Nemmeno i nostri nonni... scusate - andava a braccio e cercava di mostrare, in maniera esagerata, la sua partecipazione emotiva ai fatti, arrivando addirittura a commuoversi - Lo Stato, cittadini, non starà a guardare. Abbiamo messo in campo fin da ieri le nostre migliori forze investigative e siamo già in grado di comunicarvi i primi risultati. La foto della donna che avete visto ieri in televisione non è quella di una semplice vittima, ma è la foto dell'attentatrice, della responsabile di questo attacco. Assieme a lei pare ci fosse un giovane, di cui abbiamo un identikit che ora la regia vi manderà in onda. Questo giovane è tuttora ricercato in tutto il mondo. Ma non basta, cari cittadini. Ci siamo chiesti anche il perchè di un gesto tanto assurdo e sconsiderato. Ebbene, nel palazzo davanti al quale è scoppiata l'autobomba si trovava un ufficio governativo secondario, di minore importanza e perciò sprovvisto di guardia armata. Gli attentatori l'hanno scelto perchè facile da attaccare ma anche e soprattutto perchè simbolo degli organi costituzionali dello Stato. È un attacco alla nostra democrazia, signori, un attacco ad un Governo e a tutto un Parlamento liberamente scelti dalla popolazione. E non è un attacco portato da due sole persone, ma da un'intera organizzazione con ramificazioni in tutto il mondo. Già da tempo i nostri servizi segreti avevano raccolto informazioni su questi pericolosi terroristi, ma ora è giunto il momento di dare una decisiva sterzata, di fare il salto di qualità. Questi terroristi si fanno chiamare i Nascosti, signori, e vivono qui, nelle nostre stesse città, nell'appartamento vicino al vostro, nella villetta in fondo alla strada. Vivono tra noi e attentano contro di noi, contro la nostra vita e contro le nostre libertà. Questi Nascosti, signori, sono la più grande minaccia del nostro secolo e noi abbiamo ferma intenzione di debellarla. - Televisore off - disse Boyter. Il televisore si spense e rientrò da solo nel vano, che si richiuse dietro di esso. Tutti si rigirarono, riprendendo posto attorno al tavolo. Cambiava qualcosa? Jon L. passò qualche secondo a pensare se questo messaggio del Presidente lo danneggiava o inficiava in qualche modo il discorso che si era preparato. No, era la guerra che voleva e il Presidente non aveva fatto altro che dichiarargliela. Aveva fatto esattamente quello che si aspettava facesse. Solo, non credeva che sarebbero risaliti così in fretta agli autori dell'attentato. D'altronde, la morte della ragazza aveva facilitato molto le cose agli investigatori. Prese la parola. - Signori, è guerra. L'avete sentito con le vostre orecchie. Il Governo ci ha dichiarato guerra ed ora è giunto il momento di difenderci. Poco importa se sapessi o meno dell'attentato, ora è la nostra integrità, la base stessa della nostra organizzazione che è minacciata. O ci difenderemo con la forza, o saremo spazzati via. Uccisi, perchè sapete meglio di me che non ci sarà concesso di parlare in un tribunale, che portiamo troppi segreti con noi. L'unico modo di sopravvivere e far sopravvivere la nostra gente è quello di prendere le armi e combattere. Noi bande del sottosuolo, i Nascosti Puri, ci prepariamo da molto tempo a questa eventualità. I nostri ragazzi sono pronti, ben addestrati e volenterosi. Ora dipende da voi, Nascosti di Superficie. Tocca a voi scegliere se morire o combattere. Sì, probabilmente il discorso del Presidente era stata una carta a favore di Jon L.. Ora dovevano scegliere, o di qua o di là. Non era più possibile mediare, aspettare, proporre tecniche pacifiche. Il silenzio fu interrotto da Boyter, che prese la parola.- Jon L., io prima le ho fatto una domanda. È lei il responsabile di quell'attentato? Risponda, prego... - Sì - disse, sicuro della sua forza - sì, l'ho ordinato io. E non me ne pento: siamo giunti alla resa dei conti, è il momento di uscire fuori, allo scoperto, e di vincere la nostra battaglia. - Sì, sì - fece Boyter per zittirlo. Poi riprese: - Propongo venga messa ai voti l'espulsione di Jon L. dai Nascosti, in base alla violazione della Legge, che vieta qualsiasi azione di violenza. - Cosa? - proruppe il capobanda. Non era quella la cosa su cui votare, bisognava fare la guerra, bisognava passare al contrattacco. Boyter fu più veloce di lui. - Prego, chi è favorevole? Alzarono la mano in cinque, i cinque Nascosti di Superficie. - Jon L., lei è espulso dall'organizzazione dei Nascosti, le vengono immediatamente tolti la carica e il potere di capobanda. Il Consiglio si riunirà nuovamente nei giorni seguenti per trovare un sostituto adeguato. - No, no, no. Io non ho nessuna intenzione di farmi da parte. Io sono un Nascosto di diritto, ho l'esperienza che vi serve e le capacità di cui avete bisogno in questo momento. Io... - Vedremo di cavarcela da soli. - lo interruppe Boyter - Prego, conducetelo fuori e poi date comunicazione al suo secondo di prendere il comando ad interim. - No - continuava a dire Jon L. mentre due dei Nascosti Puri, Sor Q. e Turos, lo prendevano per le braccia - non potete. Siamo in guerra. Non potete fare a meno di me. - Certo che possiamo, e lo stiamo facendo. Questa guerra, come la chiama lei, è solo colpa sua e del suo gesto sconsiderato e suicida. Il movimento che lei vorrebbe creare è un movimento di pazzi sanguinari, che uccide la gente per strada. Questa non è la via dei Nascosti, non è la via di nessuno di noi. Io, personalmente, mi sarei comportato esattamente come il Presidente, in un caso simile: se vengo attaccato, mi difendo. No, la colpa è solo sua. Lo trascinarono fuori della stanza di peso. Il suo sguardo si era fatto febbrile, i movimenti scattosi. Come poteva essere finita così? Tutti quegli anni, quella gavetta, quelle ore di copiatura, non era servito a nulla? Ora ritornava per strada, uno come gli altri, solo? Il suo comando, il suo potere, tutto perso? - Amici, aspettate! - tentò di rivolgersi ai due che lo stavano portando fuori, due che fino a qualche minuto prima lo appoggiavano - Insistiamo, facciamo leva su Bullio, è l'anello debole dei Nascosti di Superficie, cerchiamo di convincerlo... - Hai perso. - lo zittì Turos - Sei stato messo in minoranza. Io accetto gli ordini del Consiglio e obbedisco alla volontà della maggioranza della mia gente. Vedi di impararlo. E detto questo, lo misero nella navetta di collegamento e lo rimandarono indietro, verso l'entrata nella metropolitana. TRACK 8 - L'oggetto misterioso Il signor D. si risvegliò al suono del videofono. Si doveva essere addormentato sul divano, ancora una volta, dopo che aveva passato alcune ore notturne ad esaminare l'oggetto. Andò a rispondere. - Pronto? - disse, vedendosi comparire la faccia del figlio nel video. - Ciao, papà, sono io. - Uh, ciao - che avesse scoperto qualcosa? - Senti, purtroppo non potrò esserci nemmeno stasera a casa... - Ah - no, non aveva scoperto niente. - Sai, con questa faccenda dell'attentato siamo in servizio praticamente ventinquattr'ore su ventiquattro. Comunque, io e Kori pensavamo che tu potresti venire lo stesso, stasera a cena. Così le tieni compagnia e non si sente sola. Che ne dici? - Uh, beh - s'immaginava che il figlio sarebbe stato impegnato ma non s'immaginava affatto una proposta del genere. - Sempre che tu ne abbia voglia - puntualizzò, vedendolo un po' titubante. - No, no, certo che ne ho voglia. Sarò onoratissimo. A che ora devo venire? - Ti passo a prendere io alle 7, prima d'andare al lavoro. Poi per tornare chiamerai un taxi, d'accordo? - Benissimo. - A stasera allora. - Sì, ciao. Kori. Non l'aveva mai conosciuta più di tanto. Lei e suo figlio si erano messi assieme nel periodo più brutto, quando lui non gli rivolgeva per niente la parola, ma probabilmente era stata lei ad indurre in lui un cambiamento. «D'altronde, quindici anni d'influenza di sua madre non si possono cancellare tanto facilmente, ci vuole tempo». Sarebbe stata la prima volta che si trovava da solo con sua nuora. Avrebbero potuto parlare del figlio, confrontarsi, vedere di capirlo un po' di più, insieme. Era contento, veramente, di quella proposta. Andò in bagno e si diede una rassettata. L'umore era alto. Era anche riuscito a capire che cosa diavolo fosse quella roba e pian piano, durante la nottata, i ricordi gli erano tornati alla mente. Ricordi che riguardavano soprattutto sua madre. Ora, anche i sogni degli ultimi due giorni gli si disegnavano più chiaramente in testa. Aveva sempre pensato che il subconscio fosse sopravvalutato, che in realtà non ci potesse essere niente di seppellito in profondità e che quindi i sogni non servissero a granché. L'odio per sua moglie, ad esempio, era una cosa che conosceva bene e se sognava di vederla morta non c'era da stupirsi. Non era una rivelazione sconvolgente. La storia di sua madre, invece, e dell'oggetto, quelle sì che erano storie sepolte. Sua madre morì quando il signor D. aveva solo tredici anni, in un incidente d'auto, o almeno questo era quanto gli avevano detto. Si ricordava ancora benissimo quel giorno. Era tornato a casa da scuola a piedi, come faceva spesso perchè passeggiare gli era sempre piaciuto. Ma in casa non c'era nessuno. Era una bella casa, quella in cui viveva coi suoi genitori, di lusso, con tutti gli accessori. Non come quel buco di appartamento dove viveva ora. Adesso, in quella casa, ci abitava la sua ex moglie. Comunque, si ricordava di aver interrogato il file degli accessi della casa, in quella tarda mattinata di primavera, e che era venuto fuori che i suoi genitori erano usciti entrambi. Si ricordava di aver pensato che era strano che non l'avessero avvertito, loro che lo facevano sempre, ma aveva lasciato perdere. Aveva mangiato da solo e passato varie ore davanti alla tv. Ma quando suo padre tornò a casa - doveva essere già pomeriggio inoltrato - non era solo. Assieme a lui c'erano degli uomini. Molti uomini. Il signor D. aveva sempre pensato che si trattasse di psichiatri e psicologi, per aiutarlo ad affrontare la situazione, ma adesso non ne era più tanto convinto. Gli dissero che sua madre era morta, andò al funerale e visse da solo con suo padre. Un uomo sempre un po' assente, ma buono. Come aveva fatto a dimenticarsene? Quell'oggetto che era stato così importante per lui e per sua madre, fino ai 13 anni. Come aveva potuto non riconoscerlo? C'era qualcosa di strano in tutta quella faccenda. Ritornò in sala e prese in mano l'oggetto. «Un libro - pensò - uno stramaledettissimo libro. Non ne vedevo uno da quasi 50 anni!». Sua madre gliene leggeva spesso e gli aveva anche insegnato a leggerli da sè, oltre che a scrivere. A scuola quelle cose non si imparavano, non le insegnavano proprio. Vietate. Il perché, il signor D. non riusciva a ricordarlo. Ricordava solo che anche sua madre gli aveva detto di mantenere il segreto, che era pericoloso andare in giro a dire di saper leggere e scrivere. E lui si era sempre attenuto a quella regola basilare. Ma poi, a tredici anni, con la sua morte, tutti i libri erano spariti dalla casa e lui non se n'era nemmeno reso conto. Non lesse più, da quel giorno, né ebbe mai l'impulso di scrivere qualcosa. A ripensarci adesso non poteva esserne sicuro, ma aveva come l'impressione che quel giorno avesse dimenticato tutto ciò che sua madre gli aveva insegnato. Solo ora riemergeva qualcosa, ma era ancora solo la punta di un iceberg. Rigirò il libro tra le mani. Copertina verde, rigida, e all'interno tante pagine - ecco com'è che si chiamavano - e tante lettere. Solo che non le riconosceva più. Vedeva questi segni neri sulla carta, ma non ricordava a quale suono andavano associati. E le lettere erano molte, non facili da decifrare. «Magari usando il computer...». Lo accese e caricò il programma di disegno integrato nel sistema operativo. Aveva in mente di disegnare le lettere e associare ad esse un suono, andando per tentativi, finchè non riusciva a formare parole di senso compiuto. Mangiò al tavolo del pc e non si scostò dal dispositivo fino alle sei e mezza della sera. A quel punto doveva andare a prepararsi e poi scendere giù in strada, dove sarebbe passato suo figlio a prenderlo. Salvò tutto il lavoro e si cambiò d'abito, mettendosi il completo che aveva tirato fuori il giorno prima. Non smise nemmeno un momento, però, di pensare al libro. Non era riuscito a decifrare nemmeno una lettera, ancora, ma sapeva bene che bisognava andare a tentativi e i tentativi potevano essere molti. Ma una volta trovata la chiave, sarebbe stato tutto molto semplice. Ancora lo angosciava il pensiero di quei due ragazzi e l'immagine di lei morta, col sangue che le usciva dalla bocca, gli dava un brivido alla base della schiena. Come sapevano che lui era un soggetto adatto? Come sapevano che lui, un tempo, sapeva scrivere e leggere? Era un segreto, un segreto di cui nemmeno lui si ricordava. Come potevano saperlo due ragazzi di vent'anni appena? Perché dovevano per forza saperlo: perché scegliere lui, altrimenti? Quella era l’unica cosa che lo rendeva speciale, l’unico collegamento possibile tra lui e l’oggetto verde. E potevano trovare il materiale per preparare un'autobomba? Ma era davvero un attentato contro quel tale, Ortin, di cui gli avevano parlato? Perchè nel sogno gli era uscito quel nome? Magari adesso, chiedendo al figlio, poteva sapere di chi sospettavano, contro chi era diretto l'attentato. Sicuramente lui lo sapeva. Scese in tutta fretta le scale, badando bene di aver chiuso la porta. Ora che aveva un libro in casa, un oggetto che realmente non esisteva, forse proibito, era meglio stare attenti. Il figlio non tardò molto. Arrivò con la sua macchina blu nuova nuova e lo fece salire. - Ciao - gli disse. - Ciao, tutto bene? - Certo. Dai, che ho fretta. - Sì, sì - non era molto agile e soprattutto non montava in una macchina da molti mesi, quindi ci mise un po' a compiere quest'operazione. - Allora... - disse, cercando di far conversazione - come vanno le indagini? Il figlio lo guardò con un'occhiata dubbiosa. Probabilmente pensava che il signor D. volesse usare il primo argomento a portata di mano per chiacchierare un po'. Lo accontentò. - Mah, abbastanza bene. Sappiamo come sono andati i fatti... - Davvero? E... chi sospettate? - la voce si era fatta un po' timorosa, ma controllata. - Come chi sospettiamo? Non hai visto la televisione, oggi? - No, oggi no. - Ma sei l'unico in tutta la città! C'è stato il messaggio del Presidente! - gli brillavano perfino gli occhi. - Il Presidente? Ma... sull'attentato? - Certo. Ha presentato i risultati delle nostre indagini. - Beh, ma allora avete risolto il caso - disse il signor D., con un chiaro linguaggio degno del commissario Torgot. - Sì, abbiamo capito come hanno fatto, ma adesso c'è un'intera organizzazione da sgominare. Pare che siano in centinaia in ogni città, pronti a colpire con atti terroristici. - Centinaia di terroristi? - fece, con tono preoccupato, per dare soddisfazione al figlio. Un'organizzazione? Che la ragazza fosse coinvolta? Che ci fosse qualcosa di più grande dietro a quel libro? - Ma - riprese il signor D. - la ragazza trovata morta... - Era una di loro, una Nascosta! - Nascosta? - Sì, si fanno chiamare così. I Nascosti. Ne ha parlato il Presidente. Anzi, guarda, adesso che vai su da Kori, fatti accendere la tv che di sicuro lo faranno rivedere da qualche parte, così te lo ascolti anche tu. - Certo, certo. M'interessa... - C'è sempre da imparare quando parla il Presidente... Eccoci arrivati. La macchina accostò vicino al marciapiede. Il quartiere era residenziale e la strada percorsa da eleganti villette. Quella del figlio del signor D. stava sopra una piccola collinetta, con l'erba del prato tagliata corta e delle mattonelle che disegnavano una specie di percorso per arrivare fino all'ingresso. - Ora vado, papà. Ci sentiamo nei prossimi giorni, ok? - Non entri un attimo? - No, sono già in ritardo. Salutami tu Kori, ok? Ciao. E sgommò via a tutta velocità. Il signor D., con in mano una bottiglia di vino che aveva trovato in frigorifero, si avviò lungo il vialetto di mattonelle, e suonò alla porta. Kori indossava un bell'abito blu scuro, e sembrava ancora più giovane. Era contento per suo figlio ed era felice di averci parlato un po'. Raccontare quegli avvenimenti lo esaltava. - Ciao Kori. Mio figlio ha detto che devo guardarmi il discorso del Presidente in tv. - Ah, beh, se non ne ha voglia possiamo fare a meno e dirgli che l'abbiamo visto lo stesso. - No, no, grazie. Stavolta m'interessa. TRACK 9 - Un invito importante Il ritorno a casa del signor D. fu segnato da dubbi e incertezza. Mentre il taxi lo scortava lungo le strade percorse da una nuova e fine pioggia, il suo pensiero rincorreva le immagini di quei due ragazzi. Dunque erano stati loro due gli esecutori dell'attentato. Quella sera in cui credeva di averli sognati, in realtà gli avevano parlato del presidente della YNOS e di quella Commissione contro cui avevano preparato un attentato. Chissà se avevano dormito, quella notte, o se erano andati direttamente incontro al loro destino, la ragazza specialmente, così silenziosa e bella. Ma perchè quel libro? E soprattutto, perchè a lui? Ora le cose si facevano complesse, sicuramente fuori dalla sua portata. Magari qualcuno li aveva visti mentre gli consegnavano quel libro, magari i vicini li avevano visti entrare in casa sua quella notte. Magari su quel libro c'erano le loro impronte digitali e la polizia non c'avrebbe messo molto a fare due più due. Quel libro era il punto di contatto tra lui e i due attentatori. Il che voleva dire tra lui e questi Nascosti di cui non aveva mai sentito parlare prima. Il Presidente era stato durissimo, in tv. Non avrebbe avuto pietà di quei tizi. Forse, se avesse portato il libro alla polizia, magari parlandone prima con suo figlio. Forse avrebbero capito, gli avrebbero lasciato il tempo di spiegarsi. Forse, o forse no. Probabilmente era meglio disfarsi del libro, distruggerlo e finirla lì. Non era il suo genere di cose, né sfidare la polizia, né diventare il grande accusatore. Voleva starsene solo al suo posto, in disparte. Non era fatto per i rischi inutili. Pagò il tassista e salì le scale del suo condominio. Alla sera le gambe erano sempre più pesanti, anche se si erano passate molte ore seduti al computer. Lentamente e faticosamente giunse al suo pianerottolo e preparò il dito per il riconoscimento delle impronte, ma la porta era socchiusa. Era sicuro di averla chiusa bene, prima di uscire. Qualcuno era stato nel suo appartamento mentre non c'era, quindi, e forse era ancora lì dentro. Cosa doveva fare, ora? Se c'era la polizia, l'avrebbero sicuramente arrestato per possesso di materiale vietato. Aveva lasciato tutto in bella vista e pure il computer acceso con le lettere disegnate sullo schermo. Ma se fosse stato scoperto dalla polizia perchè aspettarlo lì, a casa propria? Perchè non andare direttamente a prenderlo a casa di suo figlio? Forse per non turbare Kori... D'altronde, poteva essere ancora quel ragazzo, quel Nascosto, l'attentatore. Poteva essere pericoloso, armato, magari in cerca di un rifugio dove nascondersi. Non lo voleva in casa sua, voleva solo stare fuori da tutta quella faccenda. Voleva solo che lo lasciassero in pace. Passarono così alcuni lunghissimi secondi. Non sapeva che fare. Poteva andarsene via, fuori, e ritornare tra un'ora o due. «Sì, certo, è la soluzione migliore. Facciano quello che vogliono, basta che mi lascino un letto dove dormire». Non fece nemmeno in tempo a girarsi verso le scale, però, che la porta si aprì. - Il signor D., suppongo. Il signor D. rimase paralizzato. Non aveva mai visto quell'uomo prima d'allora. Vestito in borghese, era difficile che si trattasse di un poliziotto. Non si muovono mai da soli. Che fosse un altro di quei tizi, di quei Nascosti? - Prego, entri, non rimanga lì fuori - gli disse, accompagnando la richiesta con un gesto della mano. Il signor D. entrò, titubante, nella sua stessa casa. Non si tolse le scarpe, non gli sembrava il caso. «Almeno se domani troverò fango saprò già a chi dare la colpa», pensò tra sè. - Chi è lei? - scoppiò all'improvviso, rompendo il silenzio. - Io sono una specie di ambasciatore. Le porto alcuni messaggi. - Come ha fatto ad entrare? - Primo messaggio: - proseguì l'uomo, sui trenta, capelli ricci e neri, sguardo sicuro - si ricordi, quando esce, di nascondere il libro e di spegnere il computer. Libro. Conosceva la parola libro. Sicuramente non era uno della polizia. Suo figlio non aveva la minima idea di cosa potesse essere un libro, di questo era certo. Però poteva benissimo essere un agente speciale, o qualcosa del genere. Qualcuno, nel Governo, doveva sapere che esistevano questi libri, altrimenti come renderli proibiti? - Secondo messaggio: è invitato domani mattina a presentarsi a questo indirizzo - gli porse un biglietto vocale - e di non farne parola con nessuno, ha capito?, nessuno, tantomeno suo figlio. - Che c'entra mio figlio? - avevano forse scoperto che era un poliziotto? Questo lo metteva a rischio della vita? Erano questi i Nascosti, i terroristi che tutti cercavano? - Venga domani e capirà molte cose. Arrivederci - e se ne uscì con passo veloce, come già avevano fatto i due ragazzi qualche notte prima. «Maledizione! Tutta la faccenda si fa sempre più complicata!», pensò. E chiudendo la porta si chiese se anche quell'uomo riccioluto stava andando a compiere un attentato. Comunque, i consigli che gli aveva dato non erano cattivi consigli. Protesse con una password vocale l'accesso al file che aveva creato e spense il computer. Il libro invece lo nascose in un vano segreto della sua camera, che lui stesso aveva creato per nasconderci qualche risparmio. Poi ascoltò l'indirizzo sul biglietto. «Rudi Boyter, via Lassiter 14. Si prega di entrare dal retro, via Mersup». TRACK 10 - A casa di Boyter La mattina dopo il cielo era incerto, come ormai gran parte dei giorni di settembre. Il signor D. uscì dal portone del suo condominio con addosso il consueto soprabito grigio, lo stesso che aveva due mattine prima, quando si era recato in cerca di informazioni su quell'attentato. Gli sembrava impossibile come la sua vita stesse cambiando così rapidamente. Solo qualche giorno prima nemmeno si ricordava cosa fosse un libro e viveva tranquillo con le sue passeggiate. Certo, ora cominciava a ricordarsi cose che aveva da troppo tempo sepolte nella mente e che gli mancavano. Probabilmente aveva sognato anche quella notte, ma stavolta non si ricordava niente. Passando davanti a un negozio di elettrodomestici si fece tentare dal Registratore di Sogni, un particolare meccanismo che permette di registrare e poi rivedere, da svegli, i propri sogni. Era stato creato per gli psichiatri, ma da un paio d'anni era stato commercializzato anche nei negozi. Il costo però era per lui proibitivo. E doveva comprarsi un nuovo lettore. Era vietato stare senza lettore per più di 3 giorni lavorativi, si rischiava una multa di migliaia di crediti. Il Governo ci teneva che i suoi cittadini potessero acquisire mentalmente le nuove leggi emanate in U-Disc ogni fine settimana. In genere il signor D. metteva il suo lettore in play di notte, così da non perdere tempo prezioso ad ascoltare quelle scemenze. Tanto, anche nel sonno le informazioni venivano passate al suo cervello tramite il CON. Anche il suo CON aveva bisogno di essere cambiato. Ce n'era qualcuno anche nella vetrina del negozio, ma per quelli serviva una particolare operazione presso l'ospedale. Niente di grave, comunque, poche ore: non serviva nemmeno il ricovero. Ma sia i CON più moderni che i lettori erano tutti YNOS e quella marca gli faceva un po' impressione, in quel momento. Proseguì la sua passeggiata con le mani infilate nelle tasche del soprabito. Era stato indeciso se portarsi dietro o no il libro quella mattina, ma poi aveva pensato che era molto più sicuro lasciarlo ben nascosto. Farselo trovare addosso sarebbe equivalso a una condanna per gli attentati. E d’altronde lo stesso uomo che gli aveva recapitato l’invito gli aveva anche caldamente consigliato di nasconderlo per bene. In breve arrivò a via Lassiter e passò davanti al numero 14, una bella villa antica, restaurata e tenuta bene. Non si fermò però a guardarla, per non dare nell'occhio, e, giunto al primo incrocio, girò l'angolo. Rientrò nella via parallela a via Lassiter, via Mersup, un piccolo vicolo senza passanti, e giunse sul retro della villa. Il cancello di ferro battuto era aperto e così anche la porta. - Permesso? - chiese, entrando in quella che era con ogni probabilità la cucina della casa. - Avanti, avanti. - gli fece Atur, il maggiordomo - Il signor D.? - Sì, sono io. - Bene, il signor Boyter la sta aspettando. Mi segua, prego. Il maggiordomo, in perfetto completo nero, si mosse veloce tra i corridoi della villa. Il signor D. gli stava dietro, ma si distraeva facilmente a guardare gli arazzi, i tappeti, i quadri, il marmo delle scale. L'esterno non manifestava tutto quel lusso o almeno non aveva avuto il tempo di esaminarlo a fondo. Non aveva mai visto una casa del genere. Perfino gli oggetti tecnologici, evidentemente costruiti su progetti appositi, si sposavano alla perfezione col lusso e con lo stile dell'abitazione. Il maggiordomo bussò infine a una porta di legno intarsiato, mentre il signor D., col fiatone, lo raggiungeva dopo qualche secondo. Si sentì una voce, dall'interno, che diede l'avanti. - Prego - disse Atur, aprendogli la porta. - Grazie. - Ehm - lo interruppe però il maggiordomo - se vuole darmi l'impermeabile... - Certo, certo. Grazie. Il piccolo salotto dove quel Boyter lo stava ricevendo presentava gli stessi pregi del resto della casa. Un lusso raffinato unito alla perfezione dei più moderni ritrovati scientifici. Quello che presumibilmente era l'ospite stava seduto su una poltroncina, sul lato sinistro della camera, collegato col CON a un lettore di U-Disc. Quando aveva visto aprirsi la porta aveva subito fermato il disco ed ora si stava togliendo il cavo da dietro l'orecchio. - Prego, prego - disse alzandosi e andandogli incontro con la mano pronta per stringere la sua - si accomodi. Addosso aveva una vestaglia di seta. Il signor D. ne aveva viste prima solo nei film in costume. - Bella casa - disse il signor D., per rompere il ghiaccio. - Oh, grazie. Ha avuto difficoltà a trovarla? - No, non particolarmente - i convenevoli sembravano esauriti, era il momento di passare alle cose serie. - Sarò franco con lei. - disse Boyter, prendendo l'iniziativa - Io sono il capo di quei Nascosti di cui lei avrà sicuramente sentito parlare in tv in queste ore. La franchezza del suo ricco ospite sorprese il signor D.. Finalmente uno che gli spiegava le cose come realmente stavano, dopo tutti quei silenzi. - Però l'immagine che di noi è stata data non è del tutto veritiera. Lei è un elettore del Presidente? - No, non l'ho votato. Però non vedo come questo... - Dell'Opposizione? - Sì, ho votato per loro alle ultime elezioni ma... - Ma non è un tipo molto politicizzato, vero? - Sì, non m'è mai interessato molto. Non ci voglio entrare, in quelle faccende. - Sì, capisco... - fece con tono accondiscendente Boyter. Si alzò dalla poltroncina e si avviò verso il lato opposto della stanza - posso offrirle da bere? La gola era secca e si sentiva anche un po' teso. Decise di accettare. - Un po' d'acqua, grazie. - Niente alcolici? - No, solo acqua. - Beato lei, che si mantiene su bevande così salutari. Bar! - disse, rivolgendo quest'ultima parola alla stessa parete. Da essa, sotto un bel ritratto di famiglia, si aprì un piccolo vano, da cui uscirono una collezione di bicchieri di cristallo e bottiglie pregiate - Io prenderò invece un po' di crema al whisky, se non le dispiace. So che di mattina presto non mi fa affatto bene, ma cosa vuole, sono tempi difficili... Si versò un po' del liquido cremoso nel bicchiere, poi passò a riempirne un altro d'acqua. Prese i due bicchieri in mano e ordinò, sempre rivolto al muro, «Bar off!». Poi ritornò verso la poltroncina. - Ecco a lei. - Grazie - rispose il signor D., che sorseggiò subito un po' d'acqua ghiacciata. Era un po' troppo fredda per i suoi gusti, ma pensò non fosse educato farlo notare al suo ospite. - Dunque - riprese Boyter - di che stavamo parlando? - Politica. - Uh, sì, beh, anch'io non sono molto politicizzato. - No? - avrebbe detto il contrario, visto l'attentato e quanto diceva il Presidente. - Sì, non mi sono mai ritrovato in nessuno dei partiti, né al Governo, né all'Opposizione. Certo, con qualcuno ho qualche punto di contatto, e vado a votare, ma nessuno mi convince appieno. - Ah, in questo senso. Non le piace la politica... - disse il signor D., come a confermarsi di aver trovato un movente per l'atto criminoso e anti-democratico, come lo definiva il Presidente. - Anch'io sono come lei e come molti, credo, della vecchia guardia. La politica la lascio fare agli altri, io mi occupo d'altro. - Di cosa? - Io mi occupo di libri. Il silenzio cadde nuovamente nella stanza. Era stata pronunciata una delle parole proibite. Il signor D. sorseggiò ancora un po' d'acqua. - Mi dicono che lei sa cosa sono i libri - riprese il padrone di casa. - Chi gliel'ha detto? - lo sorprendeva e preoccupava che la notizia si fosse diffusa. - Be’, l'uomo che è venuto a invitarla da parte mia ieri sera. Ha detto che c'era un libro in bella vista, sul tavolo. - Ah, sì, giusto... non sono molto esperto di... tecniche di spionaggio e simili. - Oh - fece Boyter, trattenendo a stento una risata - tecniche di spionaggio... bella definizione! Be’, noi Nascosti non facciamo politica, noi ci occupiamo di libri. - Mi scusi - proruppe, irritato, il signor D. - ma come fa a dire che non fate politica, non le interessa la politica, e poi fate attentati che a me sembrano solo politici? - Io non faccio attentati, signor D. - Boyter si era fatto improvvisamente cupo e serio. - Non siete stati voi? - È stata opera di un gruppo di Nascosti, il cui capo è stato espulso ieri mattina dall'organizzazione. - Allora aveva ragione il Presidente, siete un'organizzazione vera e propria. - Sì - bevve l'ultimo sorso di crema al whisky - aveva ragione il Presidente. Per la prima volta sono stato quasi completamente d'accordo con il suo discorso. Non si può mai dire, nella vita... Comunque, le interessa sapere chi sono questi Nascosti? Chi siamo? - Sì, devo ammettere che tutti questi intrighi mi hanno messo un po' di curiosità. - Bene, questo mi fa piacere. Ma devo anche avvisarla di una cosa. So che lei ha un figlio poliziotto. Il signor D. fece di sì con la testa. - Un poliziotto, perdipiù, molto fedele ai dettami del Presidente, mi dicono. Che non capirebbe mai le nostre ragioni. - Non è detto che le capisca nemmeno io - sbottò il signor D.. - Nemmeno se le dicessi che sua madre è stata uno dei capi dei Nascosti? Il signor D. si fermò a bocca aperta e occhi spalancati. Poi guardò il bicchiere, bevve l'ultimo sorso d'acqua e lo porse a Boyter. - Adesso mi può versare un po' di whisky, per favore. Liscio. TRACK 11 – Don’t worry about the government Il signor D. bevve il suo whisky tutto d'un fiato. Per qualche secondo sognò di potersene andare, di salutare Boyter, la sua casa extra-lusso e di tornarsene in strada, a passeggiare e a guardare le vetrine dei negozi. Sognò di potergli riportare indietro il suo libro, di potergli dire «arrangiatevi, affari vostri, io non c'entro». Ma purtroppo c'entrava e da quando aveva scoperto che di mezzo c'era anche sua madre, voleva entrarci. Ebbe un flash, un'immagine veloce che gli passò per la mente e poi volò via. Il sogno, il sogno ricorrente che aveva fatto per anni, quello in cui sua moglie moriva in un incidente stradale, quello in cui poi veniva processato e veniva fuori che non era stato un incidente a ucciderla, ma che era stata ammazzata, sgozzata. Gli mostravano una foto e lui ammetteva che si trattava di sua moglie, ma in realtà la foto non corrispondeva. Ora invece riconosceva quella donna della foto. Sua madre. - Io le racconterò tutto ciò che vuole sapere, signor D., ma lei in cambio mi deve promettere il silenzio più assoluto. Una volta ascoltato quanto ho da dirle lei potrà liberamente scegliere se diventare un Nascosto oppure no, ma dovrà comunque mantenere per sé quello che le dirò. - Altrimenti? - fece il signor D., sempre più combattuto. - Altrimenti niente. Non sono un uomo violento, né un boss della malavita. Non avrei nessun modo di impedirle di parlare, se lo volesse. Potrebbe denunciarmi anche appena uscito di qui. Ma so che lei è un uomo giusto e corretto, e spero che non lo farà. Ma prima di mettere a repentaglio la sopravvivenza anche degli altri, voglio la sua parola che non rivelerà niente di quanto le spiegherò. - D'accordo, ha la mia parola - doveva sapere, non poteva dir di no adesso. Non poteva far finta di niente e tornarsene a casa, alla sua solita vita. Qualcosa era successo a sua madre, quarantotto anni prima, e adesso doveva sapere cosa e doveva sapere chi era sua madre. - Bene. Partiamo dall'inizio. Alcuni secoli fa esistevano molti, moltissimi libri. La gente li comprava, li leggeva, li scriveva. Esistevano negozi appositi, chiamati librerie, e luoghi pubblici in cui questi libri venivano prestati ai cittadini, chiamati biblioteche. Il mercato dei libri e della cultura scritta era molto prolifico e la gente - magari non tutta, ma una buona parte - leggeva, si documentava, studiava. La cultura e la conoscenza passavano attraverso la parola scritta. E non costava nulla scrivere: col computer, a mano, con quelle macchine prodigiose per quei tempi che si chiamavano macchine da scrivere. Ogni mezzo era buono per comunicare, scambiarsi opinioni, scoprire cose nuove. Poi, a un certo punto, nuovi mezzi tecnici hanno iniziato a soppiantare la scrittura vera e propria. La macchina da scrivere di cui parlavo prima fece diminuire sensibilmente l'uso delle penne, dei piccoli strumenti usati per scrivere a mano. Alcuni anni dopo, l'introduzione del computer ridusse ancora di più la scrittura manuale e la trasformò in scrittura digitale. La gente, nel corso di non molte generazioni, disimparò progressivamente a scrivere, a causa anche di una ottusa cecità delle scuole. Ma almeno le parole venivano ancora messe su carta. Poi, però, il perfezionamento dei dispositivi di riconoscimento vocale rese inutili anche le parole scritte, sostituite dai suoni e dalle immagini. La televisione e il videofono furono pompati al massimo dalle autorità, che avevano fiutato l'occasione d'oro per garantirsi un potere duraturo. - Un... potere duraturo? - Sì, lo so, sto correndo troppo. Tra poco però tutto le sarà chiaro. I primi supporti di registrazione audio su disco erano diffusissimi, poi pian piano, coi modelli successivi, i costi aumentarono e lo Stato Unico che si stava formando in quegli anni li mantenne di proposito alti. Con l'avvento del PIC-Disc, il primo disco in grado di riprodurre i contenuti tramite ologrammi, lo Stato assunse il monopolio della produzione. E contemporaneamente, con una serie di leggi minori, passate in sordina, vietò la produzione, la vendita e il possesso di tutto ciò che fosse in qualche modo legato alla scrittura. Nessuno si scandalizzò di questa legge, perchè nessuno più scriveva. Vennero bruciati milioni di libri, le biblioteche vennero chiuse, le librerie si convertirono a negozi di dischi. Le fabbriche di penne, che erano già in forte crisi, chiusero del tutto, i computer tolsero dalle periferiche in dotazione la tastiera, che era il mezzo per scrivere a video, e la carta divenne rarissima da trovare. Nemmeno gli architetti avevano più bisogno di questi mezzi, dato che lavoravano al computer grazie al mouse. Nessuno più aveva bisogno della scrittura. - Uhm, capisco... ma perché vietarla? Tanto era già caduta in disuso - la faccenda incuriosiva molto il signor D., che non aveva mai sentito parlare di tutti quei fantasiosi oggetti. - Perché la scrittura era il mezzo più economico ed efficace per diffondere le proprie idee. Come può esprimere, oggi, una persona qualsiasi, quello che pensa? O va in giro per le strade e inizia ad urlarlo al mondo, ma avrà per forza di cose pochi ascoltatori, o registra un U-Disc. Lei conosce qualcuno che possiede l'impianto per registrare un U-Disc? - No. - Credo abbia notato che sono un uomo facoltoso, no? Il signor D. fece un sorriso di assenso. «Facoltoso è un eufemismo», pensò. - Beh, nemmeno io possiedo un impianto di registrazione di U-Disc, né potrei possederlo. Gli impianti di U-Disc non sono in vendita a privati, neppure sul mercato nero, neppure in Africa o in Asia. I controlli in questo campo sono severissimi, nemmeno il possesso di armi nucleari è punito con la stessa severità. Capisce cosa voglio dire? - Forse... Tutte quelle parole gli stavano dando molto da pensare e stavano arrivando troppo velocemente, una dietro l'altra. Un mondo che sapeva leggere e scrivere e che pian piano l'ha dimenticato. Un progresso che ha permesso l'affermazione di un monopolio e la fine della libera espressione delle idee. Era questo quello che voleva dire? Era questo ciò di cui stava parlando? - Ma, non capisco: - disse il signor D. - i negozi di dischi sono pieni di U-Disc di tutti i generi, religiosi e anti-religiosi, a favore del Presidente e contro il Presidente. C'è pluralismo, non può dire che viene registrato solo ciò che fa piacere al potere. - E invece dico proprio questo. Vuole qualcos'altro, da bere? - No, no, sono a posto così. - Beh, io prendo un altro bicchierino, ho la gola un po' secca - disse Boyter, dirigendosi nuovamente verso la parete del bar. Il signor D., intanto, giocherellava nervosamente col suo bicchiere. Poi, pensando al valore che poteva avere quel cristallo pregiato, si alzò e lo ripose sul tavolo al centro della tavola. Intanto Boyter stava già bevendo la sua crema al whisky. - Dov'ero arrivato? - Eravamo al pluralismo. - Ecco, sì. Non c'è pluralismo e sa perché? - Non ne ho proprio idea - disse uno sconsolato signor D.. - Perchè esiste la Commissione. La Commissione. Quell'ufficio statale dove lavorava il padrone della YNOS, quel Paulo Ortin. Quell'ufficio che i due ragazzi volevano attaccare con l'autobomba. - L'obiettivo dell'attentato! - si lasciò sfuggire, sovrapensiero, il signor D.. - Esattamente. Ma di quello parleremo dopo. La Commissione è l'organo che decide cosa va registrato e cosa no e i suoi giudizi sono inappellabili. Ne fanno parte i cosiddetti poteri forti di questo nostro Stato Unico. Un delegato del Presidente, un delegato dell'Opposizione, i presidenti delle più importanti aziende mondiali. - Come Ortin della YNOS! - Vedo che mi segue. Bene, crede che loro registrino tutto quello che viene loro proposto? - La domanda è retorica, immagino - disse con un sorriso il signor D.. - Infatti. Solo quello che giudicano non realmente dannoso per il loro equilibrio viene registrato. La lotta politica tra i due partiti non è dannosa ed è ammessa. Così come una innocua critica agli stessi poteri forti. Se venissero vietate queste cose, capisce bene che la mancanza di pluralismo sarebbe cosa evidente... Invece sono più subdoli, permettono una certa innocua diversità di opinioni, ma non troppa, così che tutti siano convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili. - E invece...? - E invece non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ci sono migliaia di libri che non sono mai stati tradotti in U-Disc e altri invece che sono stati modificati e plagiati. La gente crede di vivere nella libertà, che se volesse potrebbe benissimo dissentire, andare contro chi è al potere, ma non è così. Nessuno può dissentire, nessuno può dire cose contrarie al volere della Commissione. Questa, signore, si chiama dittatura. Mentre Boyter faceva una pausa, bevendo le ultime gocce di liquore del suo bicchiere, il signor D. si piegò in avanti, tenendosi la testa fra le mani. Dittatura. Si studiava a scuola quando si parlava del passato, di governi totalitari che toglievano le libertà, soprattutto quelle d'opinione e di parola. Boyter parlava bene, sapeva essere convincente. Ma le cose stavano davvero così come lui voleva presentargliele? Gli sembrava impossibile. Non si era mai interessato di politica, era vero, però, se avesse voluto... C'erano anche forze politiche contrarie alla clonazione, c'erano periodi di forti critiche e contestazioni verso il Governo. Qualche anno fa la gente scendeva spesso in piazza, a manifestare e protestare. Questo non era pluralismo? Non era libertà? Certo che era libertà, ma quanta ne era concessa ad ognuno? C'era un limite, oltre il quale la libertà cessava e iniziava il condizionamento, il divieto? Si sentiva come un ramo spostato dal vento, in balia di un susseguirsi inarrestabile di notizie che non riusciva a governare. Era come se il mondo, tutto il mondo nel quale era vissuto per sessantuno anni, stesse improvvisamente crollando, si stesse disfacendo. Per un giorno si era sentito un fuorilegge, con quel libro in casa, ma non aveva neppure lontanamente pensato che fosse colpa dello Stato. Pensava fosse colpa sua e che se l'avessero arrestato sarebbe stato giusto metterlo in prigione. Non gli era nemmeno passato per l'anticamera del cervello di aver ragione a tenere un libro in casa. - E allora? - disse il signor D., rompendo il silenzio riflessivo di quei momenti - Voi che fate? Come vi comportate? - Proprio qui volevo arrivare. Quello che le ho raccontato è successo molto tempo fa e la situazione si è stabilizzata da circa 120 anni. A questo punto sono nati i Nascosti. - 120 anni fa? - Sì, più o meno. 120 anni fa è stata fissata la Legge dei Nascosti, il nostro regolamento di vita. I nostri padri fondatori decisero che i Nascosti dovevano organizzarsi segretamente e contribuire con ogni mezzo alla diffusione dei libri che non vedevano la luce nel mondo. - Per questo io ho ricevuto un libro? È così che funziona? - Il suo contatto, a dire la verità, è stato un po' particolare. Ma anche su questo torneremo più tardi. Ogni Nascosto ha il compito di copiare, a mano o in altra maniera, un libro al mese, o di scriverne uno di suo pugno nello stesso tempo. Ha poi il compito di fare proselitismo e quindi di introdurre persone fidate ai libri, insegnando loro a leggere e scrivere, e di obbedire alle decisioni prese dal Consiglio, l'organismo che sovrintende a tutti i Nascosti. - E lei è il capo del Consiglio, dico bene? - Esattamente. - Quindi io ora sto parlando al capo di tutti i Nascosti? - Be’, il Consiglio è un organo collegiale che decide a maggioranza... - Ma lei ne è comunque il capo, il membro più influente. Perchè tutto questo riguardo per una persona qualsiasi, come me? Non ho potere, non so nemmeno più leggere... Perchè ha voluto vedermi di persona? - Una cosa per volta, mio caro amico, una cosa per volta. Bussarono alla porta. - Avanti - urlò Boyter. Era il maggiordomo, che lo avvertì che lo volevano al videofono. - Voglia scusarmi un attimo - disse, rivolto al signor D. nel suo modo così cerimonioso. Ed uscì dalla stanza, lasciandolo solo coi suoi pensieri. TRACK 12 - Addio alla base Jon L. percorreva, ora senza scorta, il lungo corridoio sotterraneo delle lampade. Addosso aveva un paio di jeans, una giacchetta fuori moda e un chewing-gum in bocca, che masticava con calma e assuefazione. Faceva finta di non vedere gli sguardi dei giovani Nascosti, quelli che fino al giorno prima erano i suoi ragazzi. Ora qualcuno, i più delusi, abbassava lo sguardo, altri lo fissavano invece e ridacchiavano con gli amici. Non aveva più nulla da spartire con loro. Quello che aveva da fare lo avrebbe fatto da solo, basandosi solo sulle proprie forze, le uniche di cui si poteva fidare ciecamente. E comunque quell'organizzazione, ora, gli era andata talmente in antipatia. C'era entrato da giovane, appena sedicenne, e lì aveva ricevuto, nel sottosuolo, il primo addestramento di tipo militare. A diciott'anni era diventato un Nascosto Puro: sapeva leggere e scrivere e conosceva perfettamente una delle molte lingue del passato. Aveva appreso le tecniche ufficiali di proselitismo e quelle di mascheramento in superficie. Conosceva a menadito il codice segreto per comunicare con altri Nascosti nel caso si fosse spiati. Insomma, il Nascosto Puro perfetto, come lo volevano quelli come Boyter. E, pian piano, era salito nella scala gerarchica, fino ad essere nominato capo di un corpo speciale formato esclusivamente da giovani sotto i 23 anni. Lui era l'unica eccezione a questa regola. Doveva sfruttare il loro entusiasmo, incanalarlo, e farne dei Nascosti provetti. Invece, man mano che invecchiava, il suo insegnamento si discostava sempre di più dai canoni tradizionali. A dire il vero, il motivo era che aveva perso interesse nei libri, gli sembrava non avessero più niente da dirgli. Quello che gli serviva l'aveva già letto e appreso. Ne aveva scelti sei che portava sempre con sè: «I sei libri che ti cambiano la vita», così li chiamava. E non riusciva, non voleva più leggerne altri. Così, per non venire meno pubblicamente alla Legge dei Nascosti, si era adattato a copiare sempre gli stessi, giocando su una sorta di cavillo, dato che nella Legge non si specificava che i libri copiati dovessero essere tra loro diversi. E così Jon L. viveva di e con quei sei libri, che ormai conosceva quasi a memoria. Una volta ne aveva anche scritto uno, di libro, dato che ai capi era stato prescritto, ma in realtà non si trattava di altro che di un condensato degli altri sei. «Tecniche di lotta urbana», s'intitolava. Ne aveva resa obbligatoria la lettura ai membri della sua banda, ma il Consiglio fu costretto a delegittimare questa sua norma che aveva autonomamente stabilito. Era ormai arrivato nella sua stanza e in una borsa trovata nell'armadio stava infilando tutti gli oggetti personali. Gli avevano prescritto di abbandonare la base entro mezzogiorno e non voleva lasciare niente dietro di sè. E comunque non aveva molta roba in quel buco: era sempre stato un uomo pratico, di pochi vizi e pochi oggetti. Qualche vestito, una foto di sua madre, i suoi sei libri più quello scritto da lui e il manoscritto di un secondo che non aveva mai finito, lo spazzolino, il rasoio. Diede un'ultima occhiata veloce alla camera, per vedere se aveva dimenticato niente. Sì, il set di copiatura l'avrebbe lasciato lì, tanto dove andava non avrebbe avuto più libri da copiare, né gente a cui farli leggere. Fece per uscire, ma sulla porta trovò Max, il ragazzo che aveva mandato a preparare l'attentato, uno dei migliori. - Salve, Jon L. - gli disse, appoggiato sullo stipite, a testa bassa. - Ciao Max. Come va? - non che gli interessasse veramente, ma sembrava non potesse andarsene dalla stanza senza affrontare quella conversazione. - Insomma, penso spesso a Qersa. - Qersa? - lo guardò con fare interrogativo. - La ragazza che era con me, quella morta nell'attentato. - Si chiamava Qersa? Non lo sapevo... - Sì, non parlava molto. Jon L. voleva andarsene da quel luogo in cui si sentiva ora così estraneo, ma quel ragazzo gli sbarrava la strada e non sembrava disposto a lasciarlo andare tanto facilmente. - Cosa vuoi, Max? - cercò di spronarlo ad entrare nel vivo. - Cosa farà, ora? Diventerà uno come gli altri? - Ti sembro uno come gli altri? Ti pare possibile che Jon L. diventi un anonimo omuncolo di superficie? - No, non la vedo proprio in giacca e cravatta - disse, lasciandosi sfuggire un sorriso. - Tirerò avanti in qualche modo e continuerò a lottare, come ho fatto sempre - ancora non riusciva a spogliarsi della retorica con cui pesava le parole quand'era in carica. - Posso venire con lei? - la domanda di Max lo sorprese. «Ah, era questo dunque», pensò. Riteneva ormai di essere stato rinnegato da tutti. Invece c'era ancora qualcuno che nonostante tutto vedeva in lui il proprio capo, indipendentemente da quanto stabilisse il Consiglio. La cosa gli dava piacere, soddisfazione, ma non voleva quel ragazzo con sé. D'ora in poi, qualunque scelta avesse fatto l'avrebbe fatta da solo, senza avere altri di cui essere responsabile. - No, Max, tu rimarrai qui - gli disse, spostandolo con la mano dalla porta, per passare. Era un gesto che non ammetteva repliche. Max non aggiunse una parola. Tutto sommato, si aspettava una risposta del genere e sapeva che quando Jon L. prendeva una decisione - giusta o sbagliata che fosse - non la cambiava mai. Ma aveva dovuto provarci, aveva dovuto dimostrargli che gli era ancora fedele. Jon L., dal canto suo, non sapeva che farsene di quella fedeltà. Certo, stava lì a dimostrargli che aveva lavorato bene, che quegli anni non erano stati del tutto inutili, che aveva plasmato qualcuno. Aveva ancora quella carica attrattiva che era necessaria ai leader, ma Max era ormai un peso morto. E se non fosse stato per il fatto che era morta la sua amica, la biondina di cui non ricordava già più il nome, gliel'avrebbe anche detto in faccia. Se l'attentato fosse andato a buon fine, se fossero riusciti a far fuori Ortin, non si sarebbe trovato in quella situazione. Se avesse potuto esibire al Consiglio le prove dell'efficacia dei suoi metodi, forse oggi sarebbe lui il nuovo Capo dei Nascosti. Ma non era andata così ed era anche per colpa sua. No, no grazie. Quello che voleva, d'ora in poi, l'avrebbe agguantato da solo. - Arrivederci capo - gli disse Max, alle spalle, mentre Jon L. si stava avviando con passo deciso verso l'uscita. - Addio, Max. Il giovane rimase ancora per qualche istante lì, sulla porta della stanza che era stata di Jon L.. Guardava per terra, il pavimento sporco e umido, e non riusciva a rassegnarsi all'idea che tutto fosse finito così. Quello che aveva fatto, l'attentato, la morte di Qersa, tutto sembrava inutile ora. Anzi, sembrava aver procurato solo guai. Forse era stato meglio così, forse era stato un bene per entrambi che Jon L. gli avesse detto di no, pochi istanti prima. Erano fatti di due paste diverse: Jon L. era fatto per comandare, impartire ordini ed eventualmente venir sollevato dall'incarico. Lui invece era fatto per obbedire, per eseguirli, gli ordini. Per questo non avrebbe potuto lasciare i Nascosti. Non era stato espulso, com'era invece successo a Jon L.. Il suo compito era rimanere lì, combattere nei modi che gli sarebbero stati indicati. E non era detto che non fossero migliori di quelli di Jon L.. Aveva accettato a malincuore, infatti, di preparare quell'attentato. L'idea di uccidere non gli piaceva e ancor meno piaceva a Qersa, anche se non lo diceva. Ma quelli erano stati gli ordini e a quelli si era attenuto. Gli ordini non si discutono, si eseguono, a questo l'avevano educato. Allora perché si era precipitato lì, non appena aveva saputo che Jon L. era passato a riprendersi la sua roba? Perché gli aveva chiesto di andare con lui? Forse perché accettare la filosofia di Jon L. era l'unico modo per rendere Qersa un'eroina. Non la vittima di un errore, com'era considerata adesso, ma la martire di un mondo nuovo dove i Nascosti avrebbero avuto più peso, avrebbero dominato. Erano queste le parole che diceva Jon L. nei suoi discorsi agli uomini migliori del reparto. «I Nascosti sono i più intelligenti, i più preparati, possiedono la cultura più completa. Ed è per questo che sono fatti per guidare le sorti di questo nostro mondo martoriato. Specialmente i Nascosti Puri». Nel suo libro quelle parole non le aveva scritte, diceva che non era ancora il momento, che gli altri Nascosti, quelli di Superficie, non erano ancora pronti per accettarle. Non ci sarebbe più stato un momento per quelle parole. Richiuse la porta dietro di sé e si avviò verso la propria stanza. TRACK 13 - Divano o lettore? Boyter rientrò nel salottino in tutta fretta, sistemandosi la vestaglia che nella foga della camminata gli si era spostata. Nel suo viso si scorgeva senza difficoltà una vena di preoccupazione. - Sono desolato, signor D., ma mi devo congedare... - Oh, non si preoccupi - rispose lui, alzandosi con lentezza e fatica dal divanetto. - Purtroppo la polizia si sta rivelando più zelante del solito con queste indagini, e le nostre risposte devono essere pronte e istantanee. - Risposte? - chiese il signor D., che per un attimo s'era vista balenare nella mente l'immagine del figlio impegnato proprio in quelle indagini. - Oh, niente di grave, non si preoccupi. Noi le chiamiamo tecniche di mascheramento. Ma di questo avremo modo di discutere meglio la prossima volta che verrà a trovarmi. Che ne dice di domattina? - No, guardi - rispose, agitando le mani e accennando un sorriso compiacente - ho già abbastanza roba su cui riflettere. Quando sarò pronto verrò a trovarla, d'accordo? - D'accordo. Ma non si accontenti di quello che già sa: c'è ancora molto da scoprire sui Nascosti e la loro filosofia di vita - lo redarguì amichevolmente Boyter, porgendogli la mano per la stretta. - Lo terrò presente - rispose. I due si avviarono verso la porta della stanza, dove li attendeva Atur, il maggiordomo. - Ah, un'ultima cosa - disse il signor D., prendendo per il braccio il proprio ospite. - Dica pure... - Non è che avrebbe qualcosa per insegnarmi a leggere? Non so, tipo un programmino o qualcosa che spieghi che suono corrisponde a ogni lettera? Sa, è tanto che... - Oh, non si preoccupi. Abbiamo preparato già da molto tempo degli U-Disc a questo scopo. - U-Disc? Credevo rifiutaste queste cose... - Non rifiutiamo niente a priori, signor D. - rispose, risoluto. - Ma come avete fatto a registrarli? Mi avete appena detto che gli impianti di produzione sono tutti in mano allo Stato? - Abbiamo i nostri infiltrati. Non potranno riuscire a produrre e a diffondere i libri proibiti, ma di certo riescono a registrare alcune copie abusive del nostro lavoro. Atur, prima di congedare il signore ricordati di dargliene uno. - Certo, signore. - E ora, caro signor D. - concluse Boyter, rivolgendosi nuovamente al proprio ospite - la devo proprio salutare. Uscito nuovamente su via Mersup, il signor D. si chiuse l'impermeabile e diede un'occhiata al cielo. «S'inizia a badare così tanto al tempo - pensò - o perchè si vive in campagna o perchè si è vecchi e non si ha altro da fare che pensare ai propri acciacchi». In realtà, di cose a cui pensare il signor D. adesso ne aveva molte. E molti altri dubbi rimanevano ancora senza risposte. Non erano riusciti a parlare di sua madre. Di sicuro Boyter sapeva qualcosa della sua morte, avrebbe potuto chiarirgli quel sogno ricorrente. Alla fine, tutti quei discorsi sulla libertà, sul diritto di parola, sui libri, avevano poco senso per lui. Quello che gli interessava era sapere di sua madre. Tanto non avrebbe mai letto i libri impegnati che la Commissione vietava. A lui bastava il suo commissario Torgot - che sicuramente nessuno si sognava di vietare - e poco altro. La letteratura d'evasione non sarebbe stata colpita. Ancora non gli era chiaro, nemmeno, perchè lo avessero contattato, perchè avessero scelto lui. Boyter, in questo, era stato evasivo, aveva detto che ne avrebbero parlato dopo. Mentre camminava verso casa, il signor D. pensò che aveva fatto male a rifiutare l'invito per il giorno successivo. Che era vero che aveva già molto da riflettere con quello che gli era stato detto, ma che comunque quelle cose lo toccavano solo di striscio. Voleva il succo e il succo erano le notizie riguardanti se stesso e la sua famiglia. Forse sarebbe potuto tornarci lo stesso la mattina dopo. Arrivò a casa e si preparò il pranzo. Per gran parte della camminata aveva tenuto le mani infilate in tasca e la destra a toccare l'U-Disc, come a verificare continuamente che fosse ancora dove l'aveva riposto, ma, giunto nell'appartamento, si era ricordato che il suo lettore era rotto. Avrebbe potuto andare a un negozio automatico, ma non aveva voglia di uscire subito, di nuovo. Negli ultimi giorni i suoi orari erano stati molto più disordinati del solito e oggi voleva solo pranzare alla sua solita ora, mezzogiorno e mezzo. Ad ogni modo, tolse l'U-Disc dalla tasca e lo nascose - anche se era camuffato con una copertina anonima - dove aveva messo anche il libro. Pranzò, solo come al solito e con la televisione spenta. Non aveva nessuna voglia di sentirsi l'ennesima replica del discorso del Presidente contro i Nascosti, i «pericolosi terroristi». Boyter gli sembrava tutto tranne un pericoloso terrorista. «Ma non si può mai dire». Appena finito, mentre stava caricando la lavastoviglie, suonò il videofono. - Pronto? - dall'altra parte vide la sua ex moglie. Una visione che avrebbe volentieri preferito evitare. - Pronto? Sono io. - Lo vedo - sospirò il signor D. - che vuoi? - Uh, mamma, che accoglienza. «Come va, Siro? Gli affari? La salute? Le amiche?». - Umpf, d'accordo. Come va, Siro? Gli affari? La salute? Le amiche? - fece il signor D., con un tono di voce stanco e annoiato. - Bene, tutto benissimo, grazie. Te invece ti vedo sempre più decrepito! - aveva conservato, pensò il signor D., quella sua fastidiosa voce lamentosa. - Cosa vuoi, l'età... - Sì, ma anche andando avanti con gli anni c'è chi si mantiene in forma - disse la donna, mentre con la mano indicava il proprio viso ancora spoglio da rughe. - Dipende da quanti soldi uno ha a disposizione per gli interventi di chirurgia plastica, no? - Sempre acido, vedo. Veniamo al sodo. - È meglio - acconsentì lui. - Sei in ritardo col pagamento di quei mobili che ti ho venduto. - Quali mobili? - che cosa si stava inventando, stavolta, per spillargli altri soldi? - Il tuo bel divano, caro mio. Da chi l'hai avuto? - Ma se stavi per buttarlo via?! - Ma che credevi, che fosse un regalo? - fece lei, iniziando a ridere sguaiatamente. L'antipatia del signor D. verso di lei cresceva di secondo in secondo. Bisognava tagliar corto quella chiamata, prima che la conversazione degenerasse nel solito litigio. - Vabbè, non ci eravamo capiti. Dimmi quant'è e ti faccio avere i soldi... - Mah, quant'è, quant'è... sempre a voler quantificare tutto tu. Non so, ci sono legata, a quel divano. Tanti ricordi... - Senti, Siro, non ho proprio tempo da perdere. O mi dici un prezzo ragionevole, e allora sono anche disposto a pagartelo, oppure te lo rimando indietro e te lo tieni, così puoi abbracciartelo ogni volta che vuoi! - gli aveva proprio fatto perdere la pazienza quella sua aria strafottente. E perdipiù era convinta di essere spiritosa. - Che musone che sei! Santo cielo, una non può scherzare due minuti che... - Siro! - disse, per spingerla a tagliar corto. La faccia del signor D., all'altro capo del videofono, doveva apparire abbastanza minacciosa. - D'accordo, d'accordo. Facciamo... 12.000 crediti? - 12.000 crediti? Ma è quasi più vecchio di nostro figlio, quel divano! - 12.000 crediti? Perchè quella cifra gli risultava così familiare? - Vabbè, dai, facciamo 6.000, ok? - Ok, vada per 6.000 - era un furto, ma pur di levarsela di torno... - Mi versi tutto nel mio conto, come al solito, vero? - Certo. Ora, se non ti dispiace... - Oh, aspetta. M'ha detto Kori che sei andato a casa loro ieri sera... - Kori era una gran brava ragazza, ma non sapeva nascondere nulla, soprattutto con la suocera. - Sì - la voce roca del signor D. denotava che il limite era vicino e la sua ex moglie Siro lo sapeva. Non si vive insieme a una persona per anni senza imparare queste piccole cose, a meno che non le si voglia proprio imparare. - Oh, be’, sono contenta che abbiate ripreso a vedervi. A quel ragazzo serve un padre. - Va bene, Siro. Ciao - tagliò corto. - Sì, sì, ciao. Ricordati il versamento - fece lei, mentre il signor D. riappendeva la cornetta. 6.000 crediti. E avrebbe dovuto versarli quel giorno stesso, altrimenti ventiquattr'ore dopo si sarebbe dovuto sorbire un'altra identica videofonata. E ne voleva addirittura 12.000. Avida, lo era stata sempre. All'improvviso gli venne in mente come mai la cifra di 12.000 crediti gli era così familiare. Era il prezzo medio di un lettore U-Disc. E per le sue tasche non era poco. In tutto, tra divano e nuovo lettore, avrebbe dovuto spendere 18.000 crediti in un pomeriggio. Accese il computer e si fece leggere dalla voce meccanica il suo estratto conto. Niente da fare, non aveva tutti quei soldi. Avrebbe potuto fare il versamento a Siro e aspettare il pagamento della pensione per comprare il lettore. Di prestiti e rate era meglio non parlarne: con la sua età, in quella società, era ormai un vecchio decrepito sulla cui sopravvivenza nessuno avrebbe scommesso troppo. Chissà, pensò, se una volta, quando si leggevano i libri, le cose erano diverse. Gli avevano sempre insegnato, a scuola, che si moriva molto prima, che le condizioni di vita erano peggiori, che il progresso aveva portato quell'epoca, la sua epoca, a diventare una vera e propria età dell'oro se paragonata alle precedenti. Ma era davvero così? Chi glielo garantiva? Dato che gli U-Disc che uscivano erano solo quelli voluti dal Governo, poteva benissimo darsi che una volta si stesse meglio. Che i servizi fossero migliori, che la vita media fosse più lunga. Chi gli garantiva che non era così? Si sentiva impotente, in mezzo alle onde del mare in piena. Dov'era la giusta direzione, qual era il criterio - se esisteva - per capire cos'era vero e cosa falso, cos'era accaduto realmente e cosa invece era solo un'invenzione per tenerli buoni. «Solo leggendo - si disse - potrò capirci qualcosa». Non ne era affatto sicuro, ma la sua mente si riempì d'entusiasmo e di voglia di sfogliare quel libro che aveva nascosto in camera da letto. Si precipitò giù dalle scale, al più vicino distributore automatico, e comprò un nuovo lettore, di una sottomarca, pagandolo solo 10.500 crediti. Della YNOS non si fidava più. La sua ex moglie si sarebbe infuriata, ma tanto era già antipatica anche quando era di buon umore. E perdipiù in omaggio c'era l'U-Disc del dizionario. TRACK 14 – Fratelli di sangue L'ascolto e l'immissione nel cervello dei dati dell'U-Disc fu abbastanza rapida. Certo, si dovette superare tutta una serie di formalità, ben esplicate all'interno della confezione U-Disc con un file audio eseguibile a voce. Si spiegava che nessun lettore in commercio avrebbe riconosciuto il disco come approvato dalla Commissione e quindi non l'avrebbe letto. Per legge, ogni lettore era dotato di questo dispositivo. Ma c'era un modo per escluderlo e per far sì che vi si potesse ascoltare qualsiasi U-Disc. «È libertà anche questa», concludeva la voce preregistrata, all'apice della retorica. Armato di un vecchio e sano cacciavite, il signor D. individuò la parte del file che faceva riferimento al suo modello di lettore e ne seguì le istruzioni passo passo, aprendolo e smontandone alcune componenti. Alla fine risistemò tutto e premette play. Bastarono solo un paio d'ore disteso sul letto, con il cavo del lettore infilato nella presa CON-13 dietro l'orecchio del signor D., per acquisire le informazioni contenute nel disco. Non era stato programmato per l'apprendimento della lettura. Come gli suggerivano i pochi ricordi dell'educazione impartitagli da sua madre, il signor D. aveva capito che quello era un processo lungo, che richiedeva l'insegnamento diretto e costante, e soprattutto l'allenamento. L'U-Disc che gli aveva fornito Boyter, invece, era una sorta di manuale di ripasso, uno strumento che permetteva - letteralmente - di scovare nel proprio cervello le informazioni nascoste e riportarle alla luce. Una specie di rispolverata mentale. Effettivamente, gli U-Disc erano stati la più grande innovazione del secolo, come dicevano tutti. Degli strumenti che non solo passano informazioni direttamente al cervello, senza la mediazione dell'udito o della vista (e questo era un gran vantaggio per sordi e ciechi), ma sanno anche interagire con esso, stimolarlo e regolarlo. Quando, da piccoli, veniva eseguita l'operazione obbligatoria di innesto del CON, la presa che permetteva di collegarsi ai lettori U-Disc, veniva dato al bambino, in omaggio, un U-Disc particolare, chiamato Disco di Salvataggio. Vi erano contenute tutta una serie di utility varie per la manutenzione vera e propria del cervello, dalla ripulitura da informazioni inutili, all'ordinamento, ai test di performance. L'ammissione alle scuole d'elite veniva ormai abitualmente regolata tramite quest'ultimo tipo di test. Ognuno, da subito, poteva sapere le capacità del figlio, se era un genio o uno stupido, e regolarsi conseguentemente nella scelta delle scuole. Quando il disco fu finito, il signor D. fermò il lettore e staccò il cavo dal CON. Ancora una volta, il messaggio era arrivato, ma con molte interferenze, tanto che ora era spossato. «Ce ne vorrebbe un altro, di CON, un CON nuovo… Ma con che soldi?». I crediti non bastavano mai con la misera pensione che aveva. Certe volte gli sembrava che lo Stato non aspettasse altro che la sua morte, sua e di tutti i vecchi come lui. Sessantuno anni. Non erano poi così in tanti a raggiungere quell'età. Si rese conto che non era pronto per affrontare subito la lettura del libro e si lasciò andare al sonno. Ancora una volta, nel dormiveglia, la sua mente creò immagini fantastiche, che si rendeva conto essere almeno in parte artificiose, create coscientemente. Se ne rendeva conto, ma non riusciva a distaccarsene, non poteva guardarle senza lasciarsi coinvolgere. Nel primo riceveva una videofonata e nel video vedeva la faccia sottile e serena di Boyter, questa volta però resa cupa e deformata. «I soldi che mi deve per quell'U-Disc» gli urlava contro, «mi deve ancora pagare i soldi dell'U-Disc!». Allora riappendeva subito, preoccupato, e iniziava a guardarsi in giro. I soldi, dove li aveva nascosti? Prendeva un coltello dalla cucina e si recava in salotto, dove iniziava a squartare il divano di sua moglie. «Sì, devo averli nascosti qui dentro, sono qui di sicuro!», si diceva, e continuava a rompere il tessuto prima e poi i cuscini. Tirava fuori l'imbottitura con rabbia, ma ancora non trovava nulla, niente soldi. La preoccupazione saliva. Dove poteva averli messi? Bisognava trovarli, perchè altrimenti Boyter sarebbe venuto lì, sarebbe venuto a casa sua, sarebbe entrato senza che se ne accorgesse e gliel'avrebbe fatta pagare. Gli avrebbe fatto saltare di nuovo il lettore, anche se non era della YNOS. Anche se non l'aveva prodotto Paulo Ortin. Dov'erano quegli stramaledettissimi soldi? Suonavano alla porta proprio mentre girava e rigirava le piume dell'imbottitura e il suo salotto era un'enorme distesa bianca. Iniziavano a battere sulla porta, ma lui non si muoveva, perchè doveva trovare quei soldi e doveva farlo subito. Quanti ne voleva, l'aveva detto? Forse poteva chiederli a sua moglie, poteva venderle il divano in cambio di quei soldi, forse... - Apri, papà, o sfondiamo la porta! - era suo figlio che aveva suonato, era lui. Era venuto ad aiutarlo, a prestargli i soldi che gli servivano per pagare Boyter! Certo che era così. Allora si alzava e di corsa correva ad aprirgli, ma suo figlio era in divisa e insieme a lui c'era Kori, sua moglie, anche lei in divisa. E gli mettevano le manette e lo portavano in prigione. Veniva a interrogarlo l'avvocato degli altri sogni e gli diceva che era accusato di aver squartato il divano di sua moglie. Si voleva dichiarare colpevole, diceva il signor D., che era vero che l'aveva squartato. «Bene, preparerò le carte, poi basterà una sua firma» gli diceva l'avvocato. - Ma come? Io non so scrivere! - urlava il signor D.. - Peggio per lei, finirà in prigione! - gli diceva l'avvocato - Come si fa a non saper scrivere alla sua età? - Ma no, non sono tanto vecchio, ho ancora tempo! - urlava lui, da dietro le sbarre. - A sessantun'anni non si ha più tempo per niente - concludeva l'avvocato, e se ne andava, lasciandolo da solo. Poi, come al solito, si svegliava, sudato e spaventato. Gli occhi fuggivano da una parte all'altra della stanza, come se cercassero la presenza di qualche spirito maligno. Poi sentiva il consueto prurito del CON e ritornava alla realtà, al suo letto, alla luce da accendere col comando vocale. - Luce - diceva, infatti, e tutto prendeva una dimensione nota, conosciuta. Si asciugava le gocce di sudore dalla fronte larga e andava in bagno, le pareti strette, anguste. La vasca che rubava troppo spazio, ma a cui non aveva saputo rinunciare, come un vezzo del passato. Non era mai stato capace di ricordare i sogni, quelli più profondi, ma ultimamente quelli del dormiveglia non lo lasciavano in pace, lo tormentavano e lo bombardavano quasi ogni volta che chiudeva occhio. «Probabilmente è per tutte queste novità», si diceva. Ancora una volta, riempiva il lavandino d'acqua e vi immergeva la testa. Era un gesto che lo rilassava e gli massaggiava, col freddo, le tempie. Poi si sedette sul water, con la testa ancora bagnata, e chiamò l'asciugacapelli. Si guardò i piedi e vide risaltare le vene, di un colore strano, tra il verde e il bluastro, su di una pelle che sembrava friabile come pastafrolla. Si alzò con stanchezza ed uscì dal bagno. Era pronto ora per leggere quel libro? Sì, nella sua testa vedeva le lettere e il suono ad esse associato. Aveva ripassato anche l'alfabeto. Era un Nascosto? Lo stava diventando? Soprattutto, voleva diventarlo? Ricordò le parole che Boyter gli aveva detto, quella stessa mattina, sulla Legge dei Nascosti. Ogni Nascosto sa leggere e scrivere e deve copiare o scrivere un libro al mese. Avrebbe copiato quel libro che aveva in casa? Era per questo che glielo avevano lasciato? Per indurlo a leggerlo prima e poi a copiarlo? Ma era quello che voleva? E se suo figlio l'avesse scoperto, se un giorno avesse bussato alla porta dicendo «Apri, papà, o sfondiamo la porta!»? Ne valeva la pena, di correre tutti quei rischi, di finire il poco tempo che gli rimaneva non in un Ricovero Anziani ma addirittura in una prigione? E per cosa poi? Per soddisfare un po' di curiosità? Sapeva bene che la curiosità, da sola, non valeva quei rischi. Andò in sala e si sedette al solito tavolo. Il segno dello scoppio del vecchio lettore, quello YNOS, c'era ancora, ma il lettore no, l'aveva messo nel riciclatore. Posò il libro sul tavolo, lo aprì e andò alla prima pagina scritta. Lesse, lentamente, le lettere scritte in grande, in testa alla pagina. F-R-A-T-E-L-L-I D-I S-A-N-G-U-E. Fratelli di sangue. Cosa significava fratelli? Era una parola che non aveva mai sentito prima, di questo era sicuro. Nemmeno da sua madre, credeva. Si alzò e andò a prendere nuovamente l'U-Disc del dizionario, che aveva trovato in omaggio col nuovo lettore. Lo inserì. - Bzz bzz... Dizionario della lingua contemporanea... bzz bzz... a cura del professor Georg Polluti, docente emerito all'università di Berlino... bzz bzz... edizioni Greeti, Berlino... bzz bzz... pronunciare vicino al microfono la parola da ricercare, prego... bzz bzz... in attesa della parola da ricercare... bzz bzz... - Fratelli - disse il signor D.. - Parola non riconosciuta... bzz bzz... prego pronunciare correttamente la parola vicino al microfono... bzz bzz... - Fratelli - riprovò il signor D.. - Parola non riconosciuta... bzz bzz... la parola pronunciata non fa parte del dizionario... attenzione, la parola non esiste... bzz bzz... si desidera effettuare una ricerca più approfondita? - Sì - disse timoroso. - Ricerca approfondita in esecuzione... bzz bzz... attenzione, la parola risulta vietata, attenzione... bzz bzz... contattare il più vicino posto di polizia... bzz bzz... attenzione attenzione... No, non di nuovo. L'U-Disc girava pazzescamente all'interno del lettore, i suoi impulsi nervosi iniziavano a devastargli il cervello. Si strappò a forza il cavo e si mise nuovamente le mani in faccia per il dolore lancinante. Appena riuscì a riconcentrarsi sulla situazione, provò a fermare il lettore. - Avvio procedura di spegnimento... spegnere... spegnere - tentò di urlare. Ma i suoi soldi, ancora una volta, stavano per volatilizzarsi, se ne rendeva conto. Non ci mise molto, nel giro di dodici secondi scoppiò, lasciando un nuovo solco sul tavolo di legno, pochi centimetri più a sinistra del precedente. Il signor D. lo guardò sconsolato e rassegnato. Per lui non c'era possibilità di usare più un lettore U-Disc, almeno così sembrava. Sarebbe stato meglio pagare il divano all'ex moglie... «Invece no», pensò. Aveva comunque usato l'U-Disc di Boyter, aveva ricordato come si leggeva. Il libro era lì, sul suo tavolo, e quello non sarebbe saltato in aria alla prima parola proibita. Non sapeva cosa significasse fratelli, d'accordo, e probabilmente si trattava di una parola importante per quel libro, ma non era detto che non sarebbe riuscito a capirne il significato nella lettura, no? E poi avrebbe potuto chiederne il significato allo stesso Boyter, il giorno dopo, quando aveva intenzione di andarlo a trovare. Riaprì il libro e si mise a leggere. TRACK 15 - Un interrogatorio inconsueto Il figlio del signor D. stava seduto alla sua scrivania, in un grande stanzone pieno di altre scrivanie praticamente identiche alla sua. Dal soffitto, esageratamente alto, pendevano pesanti lampadari dalla linea semplice. Il piano del tavolo era colmo di U-Disc contenenti le dichiarazioni dei testimoni, rilasciate dopo l'esplosione dell'auto-bomba in via Rok. Le aveva ascoltate tutte, una dopo l'altra, e poi le aveva riascoltate di nuovo. C'era qualcosa che non gli tornava, nelle indagini. Grazie all'aiuto dei servizi segreti avevano stabilito l'identità degli attentatori. Avevano scoperto che appartenevano all'organizzazione sovversiva dei Nascosti o come diavolo si facevano chiamare. Ma la cosa che non rientrava in tutti quei dati era: perchè un attentato del genere in un ufficio così secondario? Il Presidente, in televisione, aveva detto che era stato scelto un ufficio governativo abbastanza piccolo da non avere la sorveglianza. Sì, era sicuramente vero. Ma il figlio del signor D. era anche convinto che il Presidente avesse detto quelle parole per chiamare la popolazione a una mobilitazione generale contro i terroristi. E ce n'era bisogno, ce n'era proprio bisogno, pensava. Ma le cose non erano così semplici come sembrava. C'erano altri uffici governativi che non erano sorvegliati, decisamente più importanti e in vista di quello in via Rok. Anzi, a dire il vero gli uffici sorvegliati erano abbastanza pochi. La possibilità di scelta, se si voleva fare un attentato simbolico, era ampia. Perchè avevano scelto proprio quella strada, proprio quell'edificio, proprio quell'ufficio? Cos'aveva di così speciale? Era stata una scelta casuale o c'era un motivo che sfuggiva a tutti? Non lo sapeva, e si sentiva un po' stupido a porsi ancora quelle domande. Ormai erano questioni secondarie. Erano entrati in un tempo di lotta contro queste fazioni, dovevano far scomparire quell'organizzazione dalla faccia della Terra. Gli ordini del Presidente - che a lui erano arrivati filtrati tramite il suo comandante - erano stati categorici. Bisognava scoprire dove si nascondevano quei tizi e poi andare a stanarli. Lavoravano, fin dall'inizio delle indagini, fianco a fianco ai servizi segreti. Erano persone strane, pensava il figlio del signor D.. Ne aveva visti pochi, ma tutti erano accomunati dall'essere così sfuggevoli, anonimi e insieme sicuri di quello che stavano facendo. Sembravano sapere tutto e prevedere tutto. «Chissà che un giorno non riesca a passare nei loro ranghi», pensava. Un uomo entrò, in quel momento, nella centrale e si diresse verso il suo tavolo. Aveva una giacchetta di pelle e camminava con passo sicuro, come se già sapesse cosa sarebbe successo nei prossimi minuti. Il figlio del signor D. l'aveva individuato subito. «Eccolo qua, un altro dei servizi segreti», pensò tra sé, fissandolo da lontano. Arrivò e si fermò davanti alla scrivania. - Posso sedermi? - chiese, indicando la sedia di fianco, libera, usata di solito per le dichiarazioni dei testimoni. - Certo - rispose, avvicinandogliela - In cosa posso esserle utile? - Io la conosco, sa? Lei è considerato il poliziotto più promettente di questo dipartimento... - Oh, be’... è stato incaricato di indagare sul caso dei Nascosti? - Incaricato? Oh, no, ho fatto qualche ricerca per conto mio - rispose, enigmatico. - Per conto suo? - Sì. Non so cosa stia pensando, ma io non sono chi lei s'immagina - accennò un sorriso e iniziò a giocherellare, con la mano destra, cogli U-Disc del tavolo. - Chi è, allora? - intimò il figlio del signor D., strappandogli le prove dalle mani. - Ho bisogno di parlare con qualcuno che sta sopra di lei, agente. Magari direttamente col Presidente. - Oh, anch'io vorrei tanto parlare col Presidente, ma, vede, non è un privilegio concesso a chiunque. - Vedrà che a me sarà concesso - disse, scrollandosi di dosso la polvere dalla giacca. - E come mai, di grazia? - Perchè ho delle informazioni sui Nascosti. - Che tipo di informazioni? - la situazione stava incuriosendo il figlio del signor D.. - Crede di essere in grado di farmi parlare col Presidente? - questo tipo era glaciale, sicuro di sè, inflessibile. Rasato da poco, capelli corti, mascella dura. - No, non credo. Si dovrà accontentare di me. - Fa niente, tornerò un'altra volta. Chissà che allora non mi farà parlare col Presidente... - disse, alzandosi e avviandosi verso l'uscita. - Ehi, un momento! - gli urlò contro il figlio del signor D., alzandosi anch'egli - Dove crede di andare? - A casa, chiaramente - gli rispose il misterioso uomo, con tutta calma. - No, bello mio. Se ha delle informazioni sui Nascosti, me le deve dare qui e subito, o rischia la galera - gli disse, avvicinandosi e prendendolo per una manica. - Mi lasci, prego - disse, sillabando bene le parole - non ho nessuna informazione sui Nascosti. Il figlio del signor D. gli lasciò la manica e lo guardò con sguardo inebetito. - Non si è accorto che era solo un modo per farmi presentare al Presidente? Non ci sono riuscito, evidentemente. L'ho giudicata male, la pensavo un agente più inesperto, invece sa il fatto suo. Fa niente, aspetterò la prossima crisi e tenterò con un agente meno zelante. Arrivederci. Si avviò con passo veloce verso l'uscita, mentre il figlio del signor D. rimaneva fermo, in mezzo allo stanzone, a guardarlo. Doveva fermarlo? Doveva permettergli di parlare col Presidente? Era davvero un mitomane oppure l'aveva preso in giro? Non c'aveva capito niente, o quasi, di quella conversazione e preferì metterci una pietra sopra e ritornarsene alla sua scrivania. I Nascosti, i Nascosti. Chi erano, dove stavano? E se...? No, era impossibile. Certo, se si doveva immaginare questi tizi, questi terroristi, li vedeva proprio come il tipo che era stato lì pochi istanti prima. Freddi, determinati, impassibili. La cui sola volontà è quella di minare le basi della società, in un certo senso prendere in giro i cittadini onesti. Come faceva quell'uomo a sapere che lui, il figlio del signor D., era uno degli agenti più promettenti? Che stava indagando sull'attentato? Perché rivolgersi a lui, per parlare col Presidente? E se fosse stato, quell'uomo, uno dei Nascosti? Se fossero così temerari da avventurarsi addirittura in un posto di polizia, ora che sono i primi sulla lista dei ricercati? Sì, dalle informazioni che aveva era possibile. Guardò ancora qualche secondo verso la porta d'entrata, in fondo alla sala, da dove era uscito quell'uomo. Quanto era passato? Un minuto, due? Si alzò di scatto e si diresse verso l'uscita, guardando sempre avanti e gettando un'occhiata fuori solo quando passò accanto alle finestre. Uscì in strada e guardò sia a destra che a sinistra da sopra le scale, ma non riuscì ad individuarlo. Dato che ormai era fuori, andò a comprarsi un hot-dog all'angolo. Aveva molto su cui riflettere. Da alcuni metri di distanza, Jon L. stava ammirando la scena. Gli era piaciuto prendere in giro quel pivellino, ma doveva stare attento. La prossima volta non sarebbe stato così facile. Non c'aveva messo molto a capire che lui era un Nascosto. Un ex Nascosto, a dire il vero, ma questo non poteva saperlo. Aveva avuto davanti l'uomo che cercava e se l'era lasciato sfuggire. Erano queste le cose che lo divertivano davvero e non avrebbe mai potuto farle da capobanda. Parlare col Presidente. Anche quello sarebbe stato divertente. «Salve, signor Presidente, sono Jon L., ex capobanda dei Nascosti Puri. Come? Sì, sì, proprio quelli, anzi, sono stato io a ordinare l'attentato contro la Commissione». E poi, cosa gli avrebbe detto? L'avrebbe accusato di essere un dittatore, un despota, che governa mantenendo i sudditi nell'ignoranza? No, quelle erano le accuse degli altri. Boyter l'avrebbe detto con più stile, però la sostanza sarebbe stata quella. Max avrebbe usato un tono più rabbioso, forse per vendicare la sua bella. No, Jon L. non era più così e forse non lo era mai stato. Jon L. avrebbe detto che era disposto a fare affari, col Presidente. Che sapeva molte cose e voleva entrare nella partita. Che i libri che aveva letto - i sei famosi libri - l'avevano convinto che era fatto per dominare e non per sottostare a stupide leggi. Chissà che un giorno non sarebbe riuscito a parlarci davvero, col Presidente. Non sarebbe stato male, avrebbe potuto vendicarsi di Boyter, degli altri Nascosti di Superficie. Ma anche di quello stupido del colonnello Turos, così obbediente agli ordini anche quando erano sbagliati, di tutti quelli che non avevano voluto seguirlo. Gli sarebbe dispiaciuto solo per Max, ma poco, solo un secondo, e poi sarebbe andato avanti. Non era fatto per i ripensamenti. Aspettò che il figlio del signor D. mangiasse il suo hot-dog e poi ritornasse in centrale. Poi tornò sui suoi passi e prese un hot-dog allo stesso baracchino. Lo mangiò camminando verso la periferia, dove aveva preso in affitto un appartamento da pochi soldi. Qui arrivò dopo una buona mezz'ora di camminata, col suo solito passo svelto e deciso. La gente, sulla strada, si scostava per lasciarlo passare. Si sentiva quasi un uomo nuovo, ora. Quella mattina si era fatto la barba, per la prima volta dopo tanto tempo. Non era più il momento di fare il rivoluzionario, ora era il momento di agire e agire sul serio. Farsi strada, imporsi, come aveva sognato fin da ragazzo. Di sicuro non sarebbero mai riusciti, da soli, ad entrare nell'organizzazione dei Nascosti. Un'organizzazione che si era formata in 120 anni e si era sempre perfezionata e fortificata. Con ramificazioni in tutto il mondo, con capi esperti e risoluti. E ricchi e potenti, come Boyter. Non sarebbe stato facile scalzarli e scoprirli. In fondo al Governo non sarebbero servite le prove, perché quegli uomini non sarebbero mai giunti vivi a nessun processo, avevano troppe cose da raccontare, erano persone scomode. Sarebbero stati uccisi prima, in artificiosi scontri a fuoco, creati per l'occasione. E per uccidere in un caso di legittima difesa non servivano prove di colpevolezza. Bastava sapere chi uccidere e dove si nascondeva. E lui aveva tutti i nomi e tutti gli indirizzi. TRACK 16 - Il nuovo compito Il giorno dopo, Max stava percorrendo il lungo corridoio della torce, a testa bassa. Nella sua stessa direzione si muovevano decine di altri ragazzi come lui, disordinati. Stavano tutti andando nella sala grande, quella dove di solito Jon L., il loro vecchio capo, parlava loro, spronandoli all'azione. Che cosa gli avrebbero ordinato, ora? Li avrebbero riconvertiti a copiare libri a spron battuto? Erano due anni che Max non faceva altro che copiare i libri più corti, cinquanta, cento pagine al massimo, perché non aveva tempo di star dietro a quelle cose. Qersa invece no, lei trovava sempre il tempo per copiare. Viveva in un mondo fatto di libri, ne aveva letti centinaia, molti di più di quanti fosse riuscita a trascrivere. Era entrata giovanissima nella setta dei Nascosti, dato che entrambi i suoi genitori lo erano. Anzi, la sua famiglia stessa, da generazioni, era dei Nascosti. Solo che erano Nascosti di Superficie, abituati a fingere e a convivere con chi non sapeva e con chi la pensava in maniera diversa. Qersa, invece, era stata arruolata tra i Nascosti Puri. Era stato Jon L., anni prima. Aveva ottenuto dal Consiglio un certo numero di giovani da tirar su nella sua banda. E tra questi c'era Qersa. Gli aveva raccontato queste cose una sera, alcuni mesi prima, una sera in cui erano rimasti insieme a parlare fino a tardi. Era la prima volta che si confidava, dopo aver fatto coppia per tre mesi. Non parlava molto e se n'erano resi conto tutti. La sala era gremita. Sembrava che ogni lembo di pavimento fosse occupato da un Nascosto, seduto per terra. All'altro capo, dalla parte opposta all'entrata, ancora non c'era nessuno. Era il posto che di solito occupava Jon L.. Chi sarebbe venuto quella mattina? Il nuovo capo? C'era stata la nomina? Max vide un po' di spazio sulla sua destra, accostato al muro lungo, e lentamente riuscì ad avvicinarvisi. Salutò qua e là qualche amico, poi si sedette. L'attesa non sarebbe durata ancora a lungo, ormai c'erano tutti. Ed infatti dopo un paio di minuti la piccola porta da cui di solito usciva l'oratore di turno si aprì. In quel momento tutta la sala fece silenzio, un po' perché era abituata alle rigide regole di Jon L., un po' perché la curiosità non era poca. Uscirono due uomini. Il primo era Hite, il vice di Jon L. ora promosso capo ad interim. Era logico che ci fosse anche lui, se si trattava di un passaggio di consegne. Era basso, tarchiato, un po' anonima come figura, ma probabilmente Jon L. l'aveva scelto per la sua obbedienza. L'altro era un uomo che Max non aveva mai visto, snello, alto, ma vecchio. La sua banda era composta al massimo da ventitreenni, per regolamento, e l'unica deroga si applicava per il capo, che poteva essere più vecchio. Jon L., infatti, aveva una quarantina d'anni. Ma quell'uomo lì ne aveva cinquanta abbondanti e non sembrava affatto in grado di poter guidare una squadra d'azione. Lo scoramento era visibile negli occhi di molti. Ma non era detto che quello sarebbe stato il loro nuovo capo. Iniziò a parlare Hite. - Ragazzi, benvenuti. Sono qui per comunicarvi le decisioni prese dal Consiglio ieri pomeriggio, in una seduta straordinaria cui ho partecipato anch'io, riguardo alla nostra banda. Qui con me c'è anche il Capo del Consiglio, l'onorevole Boyter, che poi vi dirà due parole. Boyter? Così quello era Boyter? Il Capo, il comandante supremo dei Nascosti? Max non l'aveva mai visto, nessuno di loro probabilmente l'aveva mai visto. Ma, ora che ne conosceva il ruolo, Max notò lo sguardo vispo e intelligente, la scelta raffinata degli abiti. Era lui il grande oppositore di Jon L., l'uomo che - si diceva - l'aveva fatto espellere? Con che coraggio veniva nella base della sua banda? Cos'aveva da dire loro? - È stato deciso - riprese Hite - che continuerò ad essere io il vostro comandante per i prossimi mesi, almeno finché non verrà nominato qualcuno di più anziano - effettivamente i 23 anni di Hite erano pochi per comandare. - Cambiano però - continuò - anche i nostri compiti. Siamo stati assegnati alla custodia della Biblioteca, incarico finora tenuto dalla banda di Sor Q.. Daremo loro il cambio per qualche mese. È tutto chiaro? - aspettò qualche secondo, guardando tra il pubblico - Bene. Lascio la parola all'onorevole Boyter. - Grazie - disse Boyter, avanzando di un passo verso i giovani Nascosti - Salve a tutti. Sono qui per spiegarvi il perché delle decisioni del Consiglio, che tra l'altro sono state prese a maggioranza, in modo che non pensiate che il Consiglio vi è contro. Tutt'altro. Il vostro vecchio capo, Jon L., è stato sollevato dall'incarico perchè ha commesso un errore grave, quello di ordinare l'attentato in via Rok di cui tutti siete a conoscenza. Voi che vivete qui, nel sottosuolo, non potete saperlo, ma in superficie c'è un'enorme mobilitazione contro di noi. Sta partendo una specie di caccia alle streghe e le streghe siamo noi. - fece una pausa, prendendosi cura di guardare gli ascoltatori in faccia - Il Presidente ha parlato in televisione in un discorso speciale e ha detto che siamo dei pericolosi terroristi e che tutti si devono impegnare nel darci la caccia. Quell'attentato è stato in un certo senso una dichiarazione di guerra da parte nostra. Ma noi, come ben sapete, non siamo un'organizzazione che porta guerra e morte. Noi portiamo libri, che vuol dire: conoscenza, sapere, dibattito, dialettica. Non morte. Vivete qui, reclusi, ed è dura, lo so benissimo. Anch'io sono stato un Nascosto Puro, da giovane. Anch'io so cosa vuol dire sentirsi esclusi, sentire che gli altri, la gente normale, non ci capisce, non vede, non sa. Ma non per questo dobbiamo mettere a repentaglio la vita di chicchessia. Non siamo dei terroristi, ma dei lettori e scrittori. Questo sia chiaro a tutti e chi non è d'accordo con questa regola basilare se ne esca subito. Non vogliamo pazzi sanguinari tra di noi. Vogliamo gente che s'impegna a diffondere la conoscenza e la pluralità di vedute. Tutti ascoltavano il discorso del loro grande capo. A Max, però, non importava più di tanto. Sì, aveva ragione, era così. La pensava così anche Qersa. Jon L. le stava antipatico, non condivideva le sue scelte, ma obbediva, perché quello era il suo dovere. Anche a lei piaceva leggere, propagare la cultura, eccetera eccetera. Solo che adesso Qersa era morta e gli avevano detto che la sua foto era passata su tutte le televisioni, additata come la terrorista, la pazza, la sanguinaria. Qersa che non era mai stata niente di tutto ciò. - È per questo - riprese Boyter - che vi abbiamo assegnati alla Biblioteca. Come di certo saprete, la Biblioteca è il nostro maggiore e più nascosto tesoro. Contiene tutti i libri trascritti e ritrovati dai Nascosti in questi centoventi anni, a parte naturalmente quelli in prestito. È la base della nostra conoscenza e in essa è contenuto un potere inestimabile. Il Governo sa della sua esistenza, l'ha scoperto ancora decenni fa, ma non ne sa l'ubicazione. Abbiamo ragione di ritenere che lo stesso Presidente la ritenesse solo una leggenda. Fino a ieri il Governo non si era perciò mai adoperato più di tanto nella ricerca di questo luogo a noi così sacro. Ma ora le cose sono cambiate: ieri mattina mi è stato riferito da un informatore che la distruzione della nostra Biblioteca è diventato l'obiettivo principale dei servizi segreti. Per questo vi mandiamo nella zona dove essa si trova, voi che siete i più addestrati e i più preparati. Dovete difendere quel luogo con ogni mezzo, avete capito?, con ogni mezzo. Aveva soppesato bene le ultime parole, calcando col tono della voce, per dar loro importanza. Ed erano veramente importanti: la Biblioteca era il loro punto nevralgico, ciò che segnava la loro identità. - E insisto ancora una volta con voi - riprese - perché leggiate e trascriviate. La cultura di questo secolo, la cultura vera, si regge sulle nostre spalle e non possiamo lasciarla cadere. Dobbiamo darle forza e vigore, ma questo si ottiene solo leggendo, leggendo e ancora leggendo. Se no non capirete mai niente della vita! Dopo l'uscita di Hite e Boyter, tutti iniziarono ad alzarsi e a tornare alle loro piccole faccende. Avevano un paio di giorni per raccattare la loro roba, poi si sarebbero trasferiti a dare il cambio alla banda di Sor Q.. Max, invece, rimase ancora seduto un po' sul pavimento freddo. Che senso aveva avuto la morte di Qersa? Nessuno. Anzi, la sua morte portava guerra. Una fine ingrata. Proprio mentre si stava alzando, Hite, rientrato nella sala, lo chiamò e lo portò in un'altra stanza, più privata, dove stava attendendo Boyter. Hite li presentò. - Salve, giovanotto - disse Boyter, sorridendogli benevolmente - so che lei nei giorni scorsi ha preso contatto con il signor D., vero? - Sì - rispose Max. - L'ha più rivisto dopo l'attentato? - No, non sono più uscito dalla base... - Bene. Non si preoccupi più di lui, passeremo a qualcun altro la custodia del signor D... - D'accordo - rispose, tenendo la testa bassa. Boyter si accorse di un certo imbarazzo nel ragazzo, poi guardò Hite, che era ancora nella stanza, lì di fianco a loro. - Signor Hite, mi scusi - rivolgendosi al nuovo capo - può lasciarci soli per qualche minuto? Gradirei parlare a quattr'occhi col ragazzo. - Uh, certo signore - proruppe imbarazzato Hite e se ne uscì. - Allora, parliamoci chiaro. Cosa c'è che non va? Sei deluso perchè Jon L. è stato sollevato dall'incarico? - quegli occhi vivaci sapevano notare ogni minimo segno di disagio ed imputarono a questo i piccoli segni di nervosismo di Max. - No, io... non lo so - nemmeno lui capiva bene, fino in fondo, queste sue reazioni, quella sua scattosità e insofferenza a tutto ciò che gli accadeva intorno. - Eri innamorato della ragazza che è morta, vero? Qersa, si chiamava così, no? Sapeva il nome. Sì, certo, era chiaro, s'era informato prima, non c'era da stupirsene. Però s'era comunque informato, aveva dovuto far lo sforzo di chiedere in giro. Era il primo che lo faceva. - Conosco la sua famiglia. Non faranno un funerale, non gli è stato concesso dal Governo, ma se vuoi posso metterti in contatto con loro. Certo, saranno sorvegliatissimi dalla polizia per scoprire te e tutti noi, ma in qualche modo ce la faremo, se ti può essere utile. - Mi aveva detto che aveva un'amica di famiglia, più piccola di lei di un paio d'anni - disse Max, che finalmente guardava negli occhi il suo interlocutore. - Sì, ho capito a chi ti riferisci. Mi sembra si chiami Petra. - Vorrei mettermi in contatto con lei. - D'accordo, vedrò cosa posso fare. C'è altro? - No, grazie - disse lui - Posso andare? Boyter fece cenno di sì con la testa. «Speriamo che questo lo riporti alla normalità, - pensò - non voglio vedermi crescere un altro Jon L. in seno». TRACK 17 - Il commissario D. Il signor D. era di nuovo in strada, sotto la frizzante aria di fine settembre. L'immancabile impermeabile grigio ne disegnava i movimenti lungo la strada e si sentiva un po' come il commissario Torgot quando andava in giro a cercare gli indizi necessari per risolvere il caso del mese. Ma per lui non c'era niente da risolvere. Aveva solo bisogno di capire qualche ultimo particolare, doveva scoprire cos'era successo a sua madre, sapere cosa c'entrava lui con tutta quella storia, cosa significava la parola fratello. Poi avrebbe pensato se diventare o no uno di questi Nascosti, ma già le idee gli si stavano schiarendo. Bravi, sì, encomiabili in quello che facevano. Però non erano cose adatte a lui, a un vecchio che se ne esce col fiatone dopo ogni rampa di scale, con pochi anni ancora da vivere. Come avrebbe potuto nascondersi, lui che non sapeva mentire, che era tormentato dai sogni - o meglio, dagli incubi? No, quello era un mestiere da lasciare ad altri. Lui sarebbe potuto essere un simpatizzante esterno, magari avrebbe potuto farsi prestare qualche libro da leggere ogni tanto. Quello che aveva iniziato la sera prima era interessante, anche se oscuro. Parlava di due ragazzi, due fratelli - ma che voleva dire quella parola? - che, allo scoppio di una guerra civile, si dividevano, combattevano per fazioni diverse. Non aveva mai sentito parlare di quella guerra civile. Certo, non aveva avuto modo di controllare sull'U-Disc di storia, dato che il lettore era ormai fuso, però aveva buona memoria per la storia. Probabilmente faceva riferimento a una guerra di fantasia, non una storica. Ripassava mentalmente, durante la sua passeggiata verso via Mersup, le domande da fare e in che ordine farle. Sua madre, perché lo avevano contattato, cosa significava fratello. Sì, questa volta sarebbe partito dalle cose più importanti, da quelle per sé più decisive. Basta politica, basta diritti e libertà. Non poteva aspettare oltre per conoscere le risposte. Arrivò in via Mersup con passo svelto e senza difficoltà ritrovò il cancello di ferro battuto, solo che questa volta era chiuso. Vide un piccolo campanello, di quelli antichi, e suonò. Si aspettava di veder comparire un videocitofono da qualche parte, ma invece si ritrovò davanti la faccia, in carne ed ossa, di Atur, il maggiordomo. Aveva aperto la porta e gli stava andando incontro. - Oh, salve - disse il signor D., sorpreso - cercavo Boyter. - Salve - rispose il maggiordomo, ormai al cancello - il signor Boyter non è in casa al momento. Vuole lasciare un messaggio? - Non è in casa? E quando tornerà? - Forse per pranzo. Vuole lasciare un messaggio? - Come? - era sovrapensiero - No, no, grazie. Magari ripasserò nel pomeriggio. O forse domani. - Come vuole signore. Arrivederci signore. Quell'Atur sembrava quasi un robot, certe volte. «Se non fossero stati vietati da cinquant'anni - pensava il signor D. - direi che lo è davvero... A parte che Boyter non mi sembra molto il tipo da stare alle regole». Comunque, quel tentativo era andato a vuoto, era questo ciò che contava. Era stato davvero uno stupido, il giorno prima, a dire che non sarebbe ripassato tanto presto. Se avesse accettato l'invito, probabilmente quella mattina avrebbe trovato Boyter in casa, pronto a rispondere alla sue domande e a chiarirgli definitivamente le idee. Spesso era pigro e la vecchiaia gli sembrava acuisse questa sua caratteristica. Era stata la pigrizia, soprattutto quella mentale, a frenarlo, il giorno prima, a fargli dire che aveva bisogno di tempo per pensarci. Ma quale tempo? Ne aveva poco, pochissimo ancora da vivere, non poteva permettersi il lusso di perderne per pigrizia o paura o confusione mentale. Doveva sapere, il prima possibile. Avrebbe potuto suonare di nuovo il campanello e chiedere ad Atur di farlo chiamare quando tornava Boyter. O addirittura di farlo aspettare dentro, non avrebbe disdegnato di passare anche qualche ora in quel bellissimo salottino. Ma Atur non gli era sembrato molto disponibile in quel senso. Sempre così freddo, impersonale. Sembrava proprio un robot e lui se li ricordava perchè aveva una decina d'anni quando li tolsero dal commercio. Perché poi? Non ricordava il motivo, ma era qualcosa a che fare con la sicurezza pubblica. Che c'entrasse qualcosa coi libri? Magari no, magari quella volta erano davvero pericolosi e dannosi. Stava diventando troppo sospettoso, iniziava a pensare che ogni cosa fosse falsa e fatta apposta per manovrare la gente. «Questa si chiama mania di persecuzione», si disse. E decise di non pensarci più, almeno per un po'. Tornò a casa e accese la televisione. Era un po' che non la guardava, ma era curioso di sapere se c'erano state delle evoluzioni nelle indagini sui Nascosti. Il CON gli faceva ancora fastidio e ogni volta che accendeva qualcosa questo fastidio si tramutava in uno snervante ronzio. Cercò un notiziario, ma trovò il faccione del Capo dell'Opposizione a tutto schermo. - ...Diamo tutto il nostro appoggio al Governo in quest'operazione antiterroristica. Quando dei pazzi fanatici attaccano le nostre istituzioni democratiche non possiamo far altro che reagire tutti insieme, uniti, contro il nemico comune. Non possiamo far altro che combattere fino alla sua distruzione, per preservare la nostra vita e la nostra libertà. Non ci opporremo, quindi, ad un'eventuale richiesta, da parte del Governo, di utilizzo dell'esercito e delle Armi Speciali contro questi nuovi nemici. Staremo insieme, uniti... Cambiò canale. L'esercito. No, no, era meglio restarne fuori. Forse era meglio anche non farsi più vedere a casa di Boyter. Quell'uomo e la sua organizzazione avevano le ore contate, era un suicidio andarsi ad invischiare con loro. A parte che, a quell'età... Accese il computer e cercò le vecchie foto di famiglia. Ce n'era qualcuna anche con sua madre, ma poche e sempre in posa per certe occasioni ben precise. Nessun filmato, invece, quelli iniziavano solo dopo la sua morte. Perché? Non potevano non avere la telecamera anche prima, erano una famiglia benestante e la telecamera l'aveva chiunque. Perché non riusciva a trovare nemmeno un filmato? Forse però poteva ottenere le risposte che voleva anche senza andarle a chiedere a Boyter, anche senza rischiare di essere associato a quei Nascosti. La sua vecchia casa, la casa dov'era cresciuto, era ora abitata dalla sua ex moglie. Tutta colpa della comunione dei beni, che si era lasciato convincere a fare, e di una ingenua voglia di condivisione che l’aveva portato, negli anni dell’innamoramento, a cointestarle praticamente qualsiasi cosa, anche la casa. Sicuramente, nei vecchi file dell'archivio avrebbe potuto trovare qualcosa, qualche informazione. Qualcosa che lo aiutasse a capire meglio com'erano andate le cose. Di sicuro dovevano esserci le impronte digitali di chi entrò quel giorno, degli uomini che aveva visto assieme a suo padre, magari anche i loro nomi. Sicuramente l'orario d'entrata, l'orario d'uscita, in che stanze erano stati. E probabilmente anche il loro peso all'ingresso e quello all'uscita, per vedere se avevano portato via qualcosa. Chiese l'ora. Erano le 10 e 37. Andò al videofono. - Numero di Siro - disse. Il videofono suonò a lungo, senza che nessuno rispondesse. Bene, non era in casa. Probabilmente era in giro a spendere i 6.000 crediti che credeva di aver guadagnato. In realtà i 6.000 crediti non erano ancora passati sul suo conto. «Sarà meglio non rispondere alle chiamate di Siro nelle prossime ore», disse tra sé. Uscì, indossando nuovamente l'impermeabile. Aveva sempre avuto la fobia degli ascensori, fin da piccolo, e non gli era mai passata. Ma, mentre faceva uno scalino per volta, attaccandosi alla ringhiera, pensava che era proprio uno stupido. Non faceva una piega se si doveva infilare un cavo che gli mandava le informazioni direttamente nel cervello, ma l'ascensore non lo prendeva. Troppo pericoloso, metti un improvviso black-out... Appena in strada chiamò un taxi, visto che non aveva il tempo di farsela a piedi, anche se camminare gli faceva bene alla circolazione. Doveva fare tutto prima che Siro tornasse, altrimenti sarebbero stati guai. Sperava solo che non avesse cambiato il meccanismo di serratura, che le sue impronte e la sua retina fossero ancora nel database del programma, altrimenti non avrebbe avuto modo di entrare se non da una qualche finestra. In pochi minuti si trovò davanti alla casa dov'era cresciuto e dove aveva passato i primi anni di matrimonio. La casa che ora era della sua ex moglie. Prima che qualche vicino potesse individuarlo, si diresse deciso verso la porta. Inserì il pollice nel vano per le impronte digitali e gli occhi nella visiera. - Dati riconosciuti. Benvenuto signor D. - disse una voce metallica e il portone si aprì di scatto. Bene. Evidentemente era sicura che non ci sarebbe più voluto tornare, lì, e non si era presa la briga di sistemare l'impianto. Effettivamente era tanto che non metteva più piede in quelle stanze e tutto era cambiato. I mobili, il colore delle pareti, gli elettrodomestici. L'ubicazione del Vano di Controllo, però, era sempre la stessa. - Attivare Vano di Comando - disse, avvicinando la bocca al vano stesso. - Vano di Comando attivato - rispose. - Ricerca files d'archivio casa. Files trovati? - Trovati 23.702 files. 23.000 files e rotti. Uno per giorno, quanti anni erano? Dunque, 365 giorni all'anno, vuol dire 3.600 in dieci anni... Tre per sette, ventuno. Quasi settant'anni, anno più, anno meno. Sì, c'erano tutti. Ora bastava trovare quello relativo al giorno di morte della madre. Dunque, quand'era stato? Era stato in maggio, il 13 maggio, gli sembrava. Disse la data al Vano di Comando. - Impossibile ritrovare il file, file inesistente. - Come file inesistente? - rimase stupito. Riprovò col 14 maggio. - File trovato. Ascoltare file? Il 14 maggio c'era. Perchè non il 13? Provò col 12. - File trovato. Ascoltare file? Anche il file relativo al 12 maggio era nell'archivio. Allora mancava solo quello del 13, quello del giorno decisivo. Perchè era stato cancellato e da chi? Cosa c'era di tanto importante, in quel file, da impedirgli di ascoltarlo? Oppure stava solo diventando pazzo e iniziava a vedere complotti da tutte la parti. Forse si era solo deteriorato, accadeva spesso con i file così vecchi. Magari il 12 e il 14 s'erano salvati e il 13 s'era deteriorato per puro caso. Provò a chiamare i file di altri giorni: se anche altri giorni fossero stati deteriorati sarebbe stata la prova che si trattava solo di un caso. Chiamò l'11, il 10, il 9, l'8, il 7 e il 6 maggio. Poi passò al 15, il 16, il 17, il 18, il 19 e il 20 maggio. C'erano tutti, nessuno era deteriorato. Provò ancora. Chiamò tutti i file di quel maggio e poi passo ad aprile e a giugno. C'erano tutti. Mancava solo il 13 maggio. Perché? Richiuse il Vano di Comando, non avrebbe trovato nulla d'interessante lì. Scese invece in cantina, dove si ricordò che anni prima avevano sistemato i vecchi dischi dei suoi genitori. Di libri era sicuro di non averne mai visti, in quella casa, dopo i tredici anni, dopo la morte di sua madre. Ma rimanevano gli U-Disc e qualche vecchissimo PIC-Disc dei suoi nonni. Stava togliendo la polvere da alcune casse di quella roba, quando sentì la porta d'ingresso richiudersi, sbattendo. La sua ex moglie era già tornata, purtroppo. Si avvicinò alla porta di legno, sopra le scale della cantina, per origliare e sentire se era davvero lei. Dovette star così un po', perchè la persona non parlava. Ma ad un certo punto andò al videofono, non troppo distante da dov'era il signor D.. - Numero del mio ex marito - disse, con la sua voce inconfondibile. Era proprio lei e stava cercando di videofonargli a casa. - Ma non c'è mai quel cretino! - urlò lei, colma di rabbia. Il signor D. stava scendendo le scale, per ritornare agli scatoloni, ma la sentì bene e rise tra sé. Evidentemente s'era accorta che non le aveva fatto il versamento di 6.000 crediti. - Numero di cellulare del mio ex marito - disse poi lei. Il cellulare! Lo scordava sempre! Dove l'aveva lasciato? Doveva spegnerlo prima che il videofono della moglie finisse il numero, se no sarebbe stato scoperto. Mise le mani in tutte le tasche, ma non riuscì a trovarlo. Fece quindi le scale di corsa, cercando di mettersi il più lontano possibile dalla porta, in modo che il trillo non si sentisse da dentro la casa. E scendendo mise male un piede, procurandosi una dolorosa storta. Con una smorfia di dolore sul viso e un forte affanno, si fermò alla base delle scale e attese. Il cellulare non suonava. Per fortuna, doveva averlo lasciato a casa. La sua sbadataggine, per una volta, gli era tornata utile. Sentì la moglie sbraitare qualcosa in lontananza e decise di sedersi su una cassa. Aveva bisogno di riposare un attimo. TRACK 18 - Un'e-mail anonima Avevano visto tutti il messaggio del Capo dell'Opposizione in tv. Per una volta, anche in Dipartimento, si sentivano tutti uniti, fino in fondo, anima e corpo. Dovevano stanare quei terroristi e l'avrebbero fatto insieme. Era un'atmosfera che esaltava il figlio del signor D.. Non aveva mai nascosto le sue opinioni politiche, a nessuno. Nemmeno quando il Presidente aveva affrontato dei momenti difficili lui l'aveva rinnegato. Nemmeno quando la sua popolarità era scesa ai minimi. Lui era fedele, si diceva, e non avrebbe mai abbandonato un uomo tanto capace. Ora, tutti si stringevano attorno a lui. I suoi avversari, che si stavano dimostrando però leali, ma anche la gente della strada. Tutti contro il nemico comune. Era bello sentirsi così uniti, così parte di un unico corpo, soprattutto nella difficoltà. È nei momenti di crisi che vengono fuori i veri valori. Aveva passato la mattina a sorvegliare una casa, la casa della famiglia della ragazza morta nell'attentato. I servizi segreti ne avevano scoperto subito l'identità e da allora avevano iniziato a turnarsi con la polizia per guardare le telecamere che avevano piazzato in tutta la casa. Quello di quella mattina era stato il suo primo turno. Aveva guardato i monitor con avidità, voleva capire come ci si sentiva ad essere dei genitori di un'assassina, di una terrorista. Li guardava e vedeva due persone normali, un padre prossimo ai cinquanta e una madre poco più giovane. Lei aveva pianto un paio di volte quella mattina e lui era andato a consolarla. Erano a casa dal lavoro per lutto e la polizia aveva premuto perchè ottenessero quel permesso. Speravano che i due coniugi ricevessero qualche visita di qualche Nascosto, di qualche compagno della ragazza. Magari proprio del tipo che era stato visto con lei. Ne avevano un identikit che sembrava abbastanza preciso. Invece niente. Gli unici che avevano fatto visita ai due erano una ragazzina e un vecchio. Avevano fatto delle verifiche su entrambi, ma non ne era uscito niente di interessante. La prima era un'amica d'infanzia della morta e farla pedinare non era servito a nulla. L'altro era un uomo molto influente, un riccone. Anche lui era andato a porgere le sue condoglianze, come vecchio amico di famiglia. Tra poco avrebbero ridato loro il corpo e permesso di fare il funerale. Non si doveva pensare che fossero delle bestie come i terroristi, dovevano avere pietà. L'aveva detto anche il Presidente, in un videomessaggio inviato ai poliziotti incaricati del caso. Durezza, inflessibilità, ma anche umanità per i parenti, che si trovavano in casa dei terroristi senza mai essersene resi conto. Era un gran Presidente, quell'uomo. Si sedette alla sua scrivania, come al solito ingombra di roba. Avrebbe staccato tra mezz'ora e non valeva la pena di mettersi a lavorare su altro. Era stanco, aveva fatto continui straordinari, in quei giorni. Certo, ce n'era bisogno, era un'emergenza e tutti dovevano dare quanto potevano. Ma aveva voglia di passare anche un pomeriggio a casa, con la sua Kori, in pace. Si stiracchiò sulla sedia e poi prese in mano il mouse del computer. Aprì il programma di posta elettronica e scaricò gli ultimi audiomessaggi. Uno lo colpì subito, perchè spedito da un mittente anonimo. Lo aprì e lo ascoltò con le cuffie. La voce era criptata. - Salve, detective. Si ricorda di me? Sono quello che voleva parlare con il Presidente. Allora, mi ci fa parlare? Ha cambiato idea? Si ricordi, ho informazioni molto molto importanti. Mi risponda a questo stesso indirizzo e non cerchi di rintracciare il mittente: sarebbe inutile, non sono un novellino. E non parli con nessuno di queste nostre conversazioni, altrimenti ci si potrebbe chiedere come mai la prima volta che ho parlato con lei mi abbia lasciato andare... Arrivederci. E stia attento a suo padre. Fine del messaggio. Suo padre? Che c'entrava suo padre con quella faccenda, come faceva quel tizio a conoscere suo padre? Si strappò le cuffie dalle orecchie, infuriato. Allora era vero, era un Nascosto quello che era venuto alla sua scrivania il giorno prima. Uno stramaledettissimo Nascosto. E se l'era lasciato scappare. Poteva passare dei guai per questo. Ma sembrava che quel Nascosto avesse voglia di parlare, se no non l'avrebbe cercato così insistentemente. Sì, ma parlare col Presidente, mica con un poliziotto qualsiasi. O forse voleva vedere il Presidente solo per ucciderlo? E suo padre, che c'entrava suo padre? Si mise la testa fra le mani e si grattò sul capo. Era tutto così confuso, aveva bisogno di rifletterci sopra, con calma. Sì, avrebbe fatto così, ne avrebbe parlato con Kori quella sera stessa e si sarebbe fatto consigliare sul da farsi. Lei avrebbe sicuramente saputo dirgli se era meglio informare il suo capo oppure no. Però non le avrebbe parlato di suo padre. Quella era una questione che toccava lui e lui solo. E che avrebbe regolato di persona. Si alzò con rabbia dalla sedia, si mise la giacca e andò a dire al suo capo che usciva un po' prima, per un problema di famiglia. - D'accordo. Spero non sia niente di grave - gli rispose. - Ah, no, solo un imprevisto - disse, e salutò. Giunse in pochi minuti all'appartamento di suo padre e salì al piano. Suonò un paio di volte, ma nessuno gli veniva ad aprire. Decise di entrare. Era un poliziotto, diamine, la volontà di indagare ce l'aveva nel DNA. Le sue impronte non erano nel database della serratura, che però per fortuna non era delle più moderne. Entrare si rivelò un gioco da ragazzi. Era tanto che non passava per quei corridoi, a metà tra il giallo e l'arancione. Diede una rapida occhiata nelle stanze. Niente, non era in casa. Avrebbe voluto avere il tempo di cercare più approfonditamente qualcosa che spiegasse come mai quell'uomo conosceva suo padre, ma non ne aveva il tempo, Kori lo stava aspettando. Ascoltò l'elenco delle ultime chiamate effettuate e ricevute dal videotelefono. C'erano il suo numero e quello di sua madre, nient'altro. Mah, forse era troppo sospettoso, forse quella dell'uomo era una minaccia, un avvertimento. «Stia attento a suo padre». Forse aveva scoperto chi era suo padre, un uomo vecchio e debole, una vittima facile se lo si voleva colpire sul personale. Forse voleva dire: «Stia attento che so chi è suo padre e posso fargli del male». Sì, probabilmente era così, non poteva essere altrimenti. Cosa poteva fare un uomo come il signor D., vecchio, malandato, stupido? Così pateticamente privo d'iniziativa, pigro, indolente? No, non era proprio il tipo da intrighi terroristici. Come aveva potuto pensarlo, anche solo per un istante. Doveva avere proprio un grande astio verso quell'uomo. «Bah, è ora di togliere il disturbo», si disse e si avviò verso la porta. L'occhio gli cadde però sul tavolo, dove vide due bruciature abbastanza consistenti. «Bisognerà regalargli qualche mobile nuovo per Natale», pensò, e fece per uscire. Proprio in quell'istante, però, suonò il videofono. Schiacciò il pulsante per sapere l'identità di chi chiamava, senza però rispondere. - Telefonata proveniente dall'apparecchio di: Siro. Si desidera rispondere? - No - disse il figlio del signor D.. Allora si sentivano spesso, quei due, e forse non solo per litigare. Che strano, li aveva sempre visti odiarsi e dirsi cattiverie. Ora, invece, due telefonate in due giorni? Si riavviò nuovamente verso la porta, una volta che il videofono ebbe finito di suonare, ma sentì un altro trillo. Questa volta era il cellulare, appoggiato sul divano. Anche qui schiacciò il pulsante per l'identità. - Telefonata proveniente dall'apparecchio di: Siro. Si desidera rispondere? Rispose di no, si fece una risata ed uscì. Certo, pensava guidando verso casa, se le cose stavano realmente così, se suo padre era in pericolo, allora c'era davvero di che preoccuparsi. Questi terroristi, questi Nascosti erano pericolosi e lo avevano già dimostrato. Se iniziavano a minacciare suo padre, quanto c'avrebbero messo a passare poi a sua madre e a sua moglie? Avrebbe dovuto parlarne con Kori, farsi consigliare? Certo, questo cambiava le carte in tavola, poneva il problema in un'altra prospettiva. Non si trattava più di trovare la migliore strategia, ma di salvare i suoi cari. No, era meglio non parlarne con Kori, si sarebbe preoccupata, si sarebbe sentita minacciata. Non avrebbe mantenuto la calma necessaria in quei casi. No, bisognava che si arrangiasse da solo. D'altronde, era il suo mestiere quello di sapersela cavare nei momenti più critici. Elaborò, mentalmente, un piano d'azione. Per prima cosa avrebbe risposto a quell'e-mail, cercando di capire cosa voleva realmente quell'uomo. Se si stava prendendo gioco di lui o se voleva realmente parlare col Presidente. E in questo caso, gli avrebbe spiegato che non era certo in suo potere saltare tutta la scala gerarchica, a meno che quel tizio non gli desse una valida prova di avere informazioni attendibili e interessanti. E poi gli avrebbe fatto capire che non gli conveniva passare alle minacce, perché se no poteva dire addio alla sua visita dal Presidente e anche alla sua vita, perché prima o poi l'avrebbe scovato. Sì, avrebbe fatto così. Non si lasciava prendere in giro da nessuno, tantomeno da uno come quello. TRACK 19 - Una storta La storta del signor D. era una cosa più grave di quanto aveva sperato in un primo momento. Dopo un paio d'ore, passate in silenzio in cantina, il dolore non gli era affatto passato, anzi. «Almeno non è rotto», pensava, per tirarsi su di morale, ma serviva a poco. Non vedeva l'ora che sua moglie uscisse o si addormentasse, per poter sgattaiolare fuori e andarsene a casa o da un medico. Ma quella donna continuava a girare per la casa, a provare a telefonargli. La sentiva muoversi, agitarsi, sbattere le cose. Forse aveva fatto degli acquisti pensando di avere quei 6.000 crediti su cui fare affidamento. Il signor D. non poteva nemmeno più setacciare gli scatoloni: gli U-Disc e i PIC-Disc, chiaramente, non avevano etichette scritte, visto che era vietato, e il loro nome e titolo era contenuto in un file vocale. Ma non poteva permettersi di far rumore, dato che si sarebbe sicuramente sentito nelle stanze di sopra. I muri erano infatti insonorizzati verso l'esterno, ma non tra le stanze della stessa casa. Era stato quindi costretto per due ore a una noiosissima e interminabile attesa, seduto su una cassa di legno. Ogni tanto si alzava, provava a fare qualche passo, ma subito era costretto a risedersi per il dolore. Avesse avuto con sé almeno il libro, avrebbe potuto leggerlo un po', scoprire cosa accadeva a quei due fratelli, o come cavolo si chiamavano. Saltellando su una gamba sola provò a guardare nei vecchi mobili, anch'essi ammassati laggiù, a cercare fogli e carte che magari avessero resistito alla censura e all'usura degli anni, ma non ne trovò nemmeno uno, nemmeno un frammento. Sarebbe servita un'analisi più approfondita, non c'erano dubbi, ma era molto probabile che chi aveva fatto il lavoretto, l'avesse fatto bene. Sì, perché ormai era chiaro e innegabile che qualcosa era successo in quella casa, quel 13 maggio, il giorno della morte di sua madre. Tentò di sforzare ancora la mente, cercando di ricordare, ma il dolore attorno al CON si riacutizzò e gli impedì di concentrarsi. Sì, doveva proprio andare da un medico, sia per la storta al piede che per il CON. Avrebbe fissato una data per l'operazione e se lo sarebbe fatto cambiare. Il mese prossimo, però, che per adesso di soldi non ce n'erano... Alla fine la sua ex moglie se ne andò in bagno. Riconobbe il rumore della porta, al primo piano, di fronte alla camera da letto. Era la sua occasione per scappare, per uscirsene da lì. Non voleva passarci tutto il giorno. Iniziò a salire gli scalini uno alla volta, appoggiando il meno possibile il piede. Ma ogni volta che era costretto a darci peso gli scappava un piccolo lamento, soffocato nella manica dell'impermeabile. Aiutandosi con le braccia e la ringhiera, giunse alla fine in cima, davanti alla porta di legno. L'aprì lentamente, badando di non far sentire scricchiolii che con le porte di quel genere erano consueti. Si affacciò sul corridoio e si assicurò che il campo fosse libero. Ora era tutto più semplice. Scivolò rapidamente verso la porta e nel giro di un paio di minuti era già in taxi, diretto al più vicino Pronto Soccorso. Il piede gli faceva un gran male, era impensabile tornare a casa così. Tanto più che anche lì avrebbe dovuto affrontare le scale, o superare, a sessantun'anni suonati, la paura degli ascensori. Il dottore che lo visitò era più giovane di lui, ma non di molto. Sui cinquanta, prossimo quindi alla pensione. Gli chiese dove gli faceva male, con che movimenti, e predispose una serie di esami rapidi, i cui esiti si ebbero in pochi minuti. Poi ritornò a vederlo. - Allora, come andiamo signor D.? Sente ancora dolore? - gli chiese, con fare amichevole. - Sì, ancora - rispose con un'espressione di sofferenza. - Non si preoccupi, comunque. Ho qui i risultati degli esami. Si tratta di una semplicissima storta. Guarirà in una settimana, dieci giorni al massimo. - Meglio così... - Mi han detto appena adesso però - continuò il medico - che lamentava anche dolori al CON. Di che si tratta? Vuole farmi vedere? - Sì, guardi pure - disse il signor D., girando la testa - è un periodo che mi fa prurito e fastidio... - Che tipo di fastidio? Le fa male la testa quando usa un lettore? - chiese, esaminando la presa di connessione con una torcia tascabile. - Sì, sento una specie di ronzio, di disturbo. Ma a volte succede anche quando non sono collegato... - Umh, capisco. Mi sembra un CON-13 - si alzò e gli fece cenno che si poteva rimettere comodo. - Sì, è un modello vecchio, lo so... - Sì, un modello vecchio però buono. Non ne fanno più di così efficienti. - Ormai sarà comunque da cambiare, no? - chiese il signor D., confuso da quell'ultima affermazione del medico. - Mah, sarò sincero con lei. Io non credo che cambiando CON i suoi problemi si risolveranno. - Vuol dire che... che sono malato io, che ho un problema serio? - la cosa stava cominciando ad agitarlo. Se non era il CON ad essere danneggiato, allora lo era il suo cervello. - No, no, stia tranquillo. Lei è a posto, un po’ avanti con l'età ma sostanzialmente a posto. È il CON in generale, come meccanismo, che ha dei problemi seri. - Come? - ma che stava dicendo? Il meccanismo del CON aveva dei problemi? - Non si agiti, signor D.. Le spiegherà tutto meglio il capo Boyter, quando andrà a trovarlo. Fino ad allora... - Il capo Boyter? - urlò il signor D., spaventato dalla pronuncia di quel nome da parte di una persona che teoricamente non doveva aver nulla a che fare con lui. - Si tranquillizzi. Fortunatamente qui in ambulatorio abbiamo i muri insonorizzati in ogni stanza, ma può sempre entrare qualcuno da un momento all'altro. - Ma come fa lei a conoscere Boyter? E soprattutto perché lo chiama capo? - le palpitazioni del signor D. stavano salendo, inspiegabilmente. Chi era questo medico? Era un agente dei servizi segreti? Aveva scoperto tutto? Voleva metterlo alle strette, indurlo a tradirsi? Come poteva aver fatto un medico di pronto soccorso a scoprire tutto quell'intreccio? - Stia tranquillo, signor D.. Sono un Nascosto anch'io - disse sussurrando - un amico del capo Boyter. Mi chiamo Lash, piacere - gli strinse la mano. Il signor D. lo guardava con gli occhi sbarrati e la sua stretta risultò molto debole, sorpreso com'era. - Appena ho sentito il suo nome tra i pazienti in attesa, ho chiesto subito di visitarla. Era così noto il suo nome? Come mai tutto quell'interesse, tutte quelle attenzioni per lui? Cos'aveva di così speciale? - Il signor Boyter le ha parlato di me? - chiese, stupito. - Oh, solo qualche accenno. Sono stato io a chiamarlo ieri mattina, a interrompere la vostra chiacchierata. - L'informatore - capì il signor D.. - Esattamente. Ora, come le stavo dicendo prima, non si faccia togliere il CON, almeno finchè Boyter non le avrà spiegato meglio i suoi pregi e difetti. Lo farei anch'io ma ho molti altri pazienti in attesa, qui fuori. - Oh, non si preoccupi - disse con fare accondiscendente, mentre iniziava stranamente a tranquillizzarsi - tanto ho anche altre cose da chiedergli. Una più o una meno non fa differenza. - Bene, allora. Le manderò un'infermiera per farle una fasciatura. È stato un piacere. Un medico del pronto soccorso. Era una posizione che permetteva di avere una buona visuale di quanto succedeva in città, in effetti. Gente che arrivava ferita e diceva come s'era ferita. Poliziotti che ci bazzicavano dalla mattina alla sera e riportavano lì le chiacchiere sentite in comando o nei luoghi delle indagini. Questi Nascosti erano proprio organizzati bene e chissà quanti altri ce n'erano in posizioni altrettanto strategiche. D'altronde, per sopravvivere per tutti quegli anni e per vivere così, mischiati tra la gente normale, in case di lusso come faceva Boyter, ci volevano delle basi solide. Da quel punto di vista, l'attentato sembrava come un’enorme leggerezza, un inutile rischio, un errore che rischiava realmente di spazzarli via. Non aveva mai sentito i politici, di entrambi gli schieramenti, parlare con una tale foga. E se lo facevano era anche perché la gente, i sondaggi, erano sulla stessa linea d'onda. Cos'aveva detto Boyter al riguardo? Che si era trattato dell'opera di un gruppo di Nascosti e il capo di questo gruppo era stato espulso dall'organizzazione. Quei due ragazzi che lo avevano contattato all'inizio, la biondina silenziosa che era poi stata trovata morta e l'altro, il tizio con la barbetta, quei due facevano parte di quel gruppo. E se erano stati loro a contattarlo, significava che era stato adescato per ordine di quello che poi era stato espulso, quello che aveva ideato l'attentato. Sì, doveva essere andata così. Ma perché il signor D.? Perché dei terroristi - perchè era questo ciò che era quel gruppo di Nascosti: un gruppo di terroristi - avevano bisogno di lui, di fargli tornare la memoria riguardo ai libri? Qual era il suo ruolo in tutto ciò? E perché Boyter si prendeva tanta briga, ora, di spiegargli tutto? Era un uomo impegnatissimo, era il capo di un’organizzazione minacciata, che rischiava di crollare schiacciata dal Governo. Perché doveva perdere tempo con un sessantenne inutile? Questi pensieri gli giravano ancora nella testa quando entrò l’infermiera per la fasciatura. Quand’ebbe finito, gli diedero due stampelle richiudibili e lo lasciarono andare. Per tornare a casa fu costretto a chiamare un taxi, spendendo altri soldi. Davanti alle scale di casa si materializzò il problema più grave connesso alla storta, un problema di cui si era momentaneamente dimenticato. Venti scalini non erano pochi nemmeno quand'era in forma, figuriamoci adesso che aveva le stampelle e un piede fasciato. D’altro canto, l’ascensore era lì, al pianterreno, ospitale, pronto per portarlo su. Le sue porte erano pronte ad essere aperte, in attesa. Era indeciso sul da farsi. Avrebbe voluto potercela fare a salire quelle scale e provò col primo scalino, ma le stampelle gli erano più d’impiccio che d'aiuto. Le richiuse e le mise sotto al braccio, tentando di salire saltellando su un piede solo, aggrappandosi alla ringhiera. Niente da fare, era troppo rischioso, poteva cadere e farsi ben peggio di una storta. Guardò intensamente l'ascensore e trovò il coraggio di salirci. - Secondo piano - disse, ma ebbe l'impulso di fuggire quando vide che le porte iniziavano a chiudersi. Se non fosse stato per il male al piede, probabilmente sarebbe riuscito a uscirne. Invece si fece i due piani e, giunto a destinazione, l'ascensore gli permise di scendere, aprendo nuovamente le sue porte. Mosse le stampelle velocemente, e in breve fu sul pianerottolo. Stava ancora riprendendosi dalla paura, quando, entrato in casa, vide delle macchie di fango sparse per tutto il corridoio e poi in sala e via fino in camera da letto. Qualcuno era stato di nuovo lì. TRACK 20 - I molti ruoli di Boyter La giornata di Boyter era stata intensa. Aveva passato la mattina assieme ai Nascosti Puri, quelli della banda di Jon L.. Aveva cercato di convincerli che il loro compito, ora, era restare fedeli all'organizzazione, non al loro vecchio capo. E pensava di esserci riuscito, tutto sommato. Evidentemente l'escalation di violenza che Jon L. desiderava non era approvata appieno dalla maggioranza, altrimenti non si sarebbe spiegato un voltafaccia così rapido. Oppure, più semplicemente, la morte di una di loro aveva fatto crollare le illusioni, riducendoli alla dura realtà. E la realtà era che non erano assolutamente in grado di sostenere una guerra con il Governo, che erano dei ragazzini e che il loro compito era un altro. Erano entrati tra i Nascosti perchè avevano scoperto di essere stati ingannati per anni, ma dovevano capire che non dovevano ingannare a loro volta, che non dovevano accontentarsi della scelta più semplice. E poi c'era quel ragazzo, quel Max. Era lui che aveva lavorato in coppia con Qersa. Era lui l'unico Nascosto di cui la polizia e i servizi segreti avevano l'identikit. Era lui ad essere stato il braccio di Jon L., l'attentatore e il contatto del signor D.. Era una pedina importante, in quella partita, e bisognava che stesse dalla loro parte, per il bene suo e di tutta l'organizzazione. Aveva detto che voleva vedere Petra, l'amica di Qersa. Boyter gli aveva promesso che avrebbe fatto il possibile, ma sapeva bene che il possibile era molto poco. La casa della famiglia di Qersa era sicuramente sorvegliata con telecamere e microfoni e a nessun Nascosto era stato concesso andare a porgere le proprie condoglianze. Solo lui c'era andato, solo perché era un vecchio amico di famiglia e un insospettabile, e la polizia avrebbe trovato facilmente questi riscontri. Avevano dovuto parlare in codice, durante la sua visita, rispolverando il vecchio codice che veniva insegnato ai Nascosti prima dei diciott'anni. Sia Boyter che i genitori di Qersa erano arrugginiti, ma in qualche modo s'erano spiegati. - Vi porgo le più sentite condoglianze, a nome mio e della mia famiglia - aveva detto, e la famiglia erano i Nascosti. Max non avrebbe mai potuto recarsi in quella casa. Prima di tutto perché c'era un suo identikit molto preciso. Poi perché non aveva mai messo piede prima in quell'abitazione e la polizia, che aveva acquisito i files di accesso alla casa, l'avrebbe saputo. Poi perché non era abbastanza calmo e freddo da riuscire ad usare il codice. No, era da escludere, proprio per quest'ultimo motivo, anche la videofonata. Un messaggio scritto? No. Non sapeva se questa ragazzina, Petra, sapeva leggere - anche se Qersa poteva benissimo averglielo insegnato - ma soprattutto sarebbe stato difficile farglielo avere. Dato che viveva di fianco alla casa di Qersa, anche la sua casa era sorvegliata, anche se in misura meno stretta. L'unica soluzione che rimaneva era quella di portare Petra lontana da casa sua, far perdere le sue tracce e quindi farla incontrare con Max. Ma come? Anche questo non era un problema semplice da risolvere. La soluzione migliore era quella che lei stessa riuscisse a seminare i poliziotti, magari perdendosi tra la folla in qualche centro commerciale. Ma bisognava farle sapere come fare, darle un appuntamento. Era stanco. Il pomeriggio se n'era andato dando altre disposizioni e sentendosi con gli altri membri del Consiglio. I progressi della polizia erano seguiti passo passo grazie alla loro rete d'informatori e sapevano che stavano preparando qualcosa di grosso. L'attacco alla Biblioteca, ad esempio, anche se per fortuna non sapevano ancora dove fosse e come arrivarci. Ma non ci sarebbe voluto molto, ancora. Ci si stavano dedicando anima e corpo, a quell'operazione, e prima o poi sarebbero giunti a un qualche risultato. Anche l'Opposizione era stata spietata, aveva rinunciato a ogni forma di ostruzionismo. D'altronde, era anche il loro potere che si sentiva minacciato da quell'attentato. Anche l'Opposizione aveva un delegato all'interno del Consiglio. Bisognava trovare una soluzione, una soluzione che permettesse la sopravvivenza dell'organizzazione. La Biblioteca era solida, protetta da mura di acciaio puro, sotto la città stessa. E per entrare serviva un codice segreto che al momento conoscevano solo lui e il Bibliotecario - che altro non era che un robot. Ma prima o poi, con molto tempo a disposizione, qualunque codice, per lungo che fosse, poteva essere scoperto. A suo tempo, quando avevano costruito la Biblioteca, i capi dei Nascosti avevano scelto un codice alfanumerico perchè le impronte digitali erano riproducibili molto facilmente per il Governo. Avevano già allora un macchinario segreto, collegato via satellite al database del DNA di tutte le persone viventi. Bastava inserire il nome e si aveva un calco dell'impronta digitale praticamente all'istante. Il sistema del codice era - allora come oggi - il più sicuro. Ma non sicuro abbastanza da risultare impenetrabile. Bisognava preparare dei piani, preparare una nuova Biblioteca altrove, più protetta, più nascosta, dove trasferire i volumi. Atur gli disse che quella mattina era passato anche il signor D., chiedendo di lui. «Così presto? - pensò - Non ha resistito alla curiosità». E che aveva videofonato il dottor Lash e che Atur aveva registrato il messaggio. Boyter lo ascoltò e rise, divertito da quel signor D.. «Dev'essere molto confuso, chissà che domani non torni a trovarmi, così da chiarire finalmente un po' di cose. Credo che ormai sia pronto per sapere tutto». Richiuse lo sportello del registratore incorporato in Atur e lo congedò. Voleva rimanere solo, per un po', con il suo solito bicchiere di crema al whisky. Si profilavano giorni difficili e bisognava affrontarli con calma e determinazione. Finì il suo bicchiere, poi si avvicinò al muro. - Scrivania - disse. Il muro si aprì e lasciò venir fuori uno scrittoio, chiuso, e una sedia in stile. - Apertura scrittoio. Analisi impronte digitali - disse e poi premette il pollice sul bordo di legno. Lo scrittoio riconobbe l'impronta e si aprì, rivelando al suo interno un grosso volume rilegato, una pila di fogli al suo fianco e una penna d'oca in una boccetta d'inchiostro. Si sedette sulla sedia e aprì il libro alla pagina dove si trovava un segnalibro. Lesse un passo e iniziò a trascriverlo, sul foglio già pieno per metà. «Chi punge un occhio lo farà lacrimare; chi punge un cuore ne scopre il sentimento. Chi scaglia pietre contro uccelli li mette in fuga, chi offende un amico rompe l'amicizia. Se hai sguainato la spada contro un amico, non disperare, può esserci un ritorno. Se hai aperto la bocca contro un amico, non temere, può esserci riconciliazione, tranne il caso di insulto e di arroganza, di segreti svelati e di un colpo a tradimento; in questi casi ogni amico scomparirà. Conquistati la fiducia del prossimo nella sua povertà per godere con lui nella sua prosperità. Nel tempo della tribolazione restagli vicino, per avere parte alla sua eredità. Prima del fuoco vapore e fumo nel camino, così prima dello spargimento del sangue le ingiurie. Non mi vergognerò di proteggere un amico, non mi nasconderò davanti a lui. Se mi succederà il male a causa sua, chiunque lo venga a sapere si guarderà da lui. Chi porrà una guardia sulla mia bocca, sulle mie labbra un sigillo prudente, perché io non cada per colpa loro e la mia lingua non sia la mia rovina». Copiò ancora a lungo quella sera, finché la mano non gli fece male e il sonno prese il sopravvento sulla lucidità. Allora sistemò il segno, richiuse il grosso libro e se ne andò a letto. Anche domani lo attendeva un'altra dura giornata come Capo dei Nascosti. TRACK 21 - La morte di sua madre - Mi porti in via Mersup. Al signor D. era toccato, di nuovo, prendere un taxi. Era un peccato, soprattutto quella mattina che il tempo sembrava quasi estivo, non a una spanna dal temporale come nei giorni precedenti. Chiuso in una macchina gialla, col piede che aveva difficoltà a trovare la giusta e comoda posizione, mentre il tassista gli parlava delle ultime modifiche del piano urbanistico, il signor D. ripassava ancora una volta mentalmente le domande che doveva fare a Boyter. Ormai le sapeva a memoria, dalla mattina prima. Uno, dovevano parlare di sua madre. Com'era morta? Perché? Qual era il suo ruolo tra i Nascosti? Perchè non riusciva a ricordarsi di lei? Poi dovevano parlare di sé, del perché era finito in mezzo a quella faccenda. Chi era il capo che era stato espulso? Perchè l'aveva fatto contattare? E perché, contemporaneamente, aveva ordinato un attentato? Perché proprio lui, proprio il signor D.? E poi cosa significava fratello, a cosa faceva riferimento il dottore, il giorno prima, riguardo al CON e altre amenità varie. Pagò il tassista con alcuni dei pochi crediti che gli erano rimasti. «Per fortuna domani arriva la pensione», pensava, mentre con la mano destra suonava il piccolo campanello. «Speriamo che sia in casa, stamattina». Venne ad aprirgli, ancora una volta, Atur. Non lo lasciò nemmeno parlare. - Il signor Boyter la sta aspettando nel salottino. Entrò e fu di nuovo stupito di rivedere quegli ori e quegli arazzi. Se li era quasi dimenticati, in quei due giorni, sommersi da tutta una serie d'avvenimenti. Boyter era seduto alla scrivania - ma c'era quella scrivania, due giorni fa? - ma si alzò subito non appena lo vide entrare. - Signor D., è un vero piacere rivederla - gli disse avvicinandosi e dandogli la mano - Prego, si accomodi. Ancora quell'amabile divanetto. - So che ieri ha avuto una giornata particolarmente intensa - sorrideva, Boyter. Quelle notizie riguardo al signor D., la sera prima, l'avevano proprio divertito. - Sì, io... ma lei come fa a saperlo? Ah, no, non me lo dica... il dottor Lash, vero? Boyter fece cenno di sì con la testa e anche il signor D. rispose con un sorriso. - Sono un po' di giorni che non riesco propriamente a riposarmi e a rilassarmi - disse sconsolato. - Non è il solo - concluse Boyter, incupendosi - Vuole da bere? - No, grazie, stavolta no. - Nemmeno un po' d'acqua? - chiese, dirigendosi verso la parete del bar. - No, no, sono venuto in taxi, non l'ho neanche sentito, questo sole. - Ah, già. Il piede... - disse tra sé il padrone di casa, mentre si versava la sua solita crema al whisky. - Le piace proprio? - Scusi? - La crema al whisky. - Ah, sì - capì Boyter, guardando e rigirando il bicchiere - la trovo... rilassante. - È teso? - chiese il signor D., realmente interessato alle questioni di quello che quasi considerava un suo nuovo amico. - Sì, be’, lo siamo tutti in questi giorni. Anche suo figlio, credo. - Non l'ho sentito, recentemente - disse, pensando che Boyter stesse cercando di cavargli qualche informazione sulle indagini. - Come ha fatto a farsi male al piede? - chiese l'interlocutore, per cambiare discorso. - Oh, ho messo male un piede su uno scalino. - Alla sua età fa ancora le scale? - Non sopporto gli ascensori. - Capisco... Boyter bevve un altro sorso del suo bicchiere, permettendo al signor D. di prendere l'iniziativa nella conversazione. - Senta, signor Boyter. Io avrei delle domande da farle. - Prego, chieda pure - stava in piedi, di fronte a lui, appoggiato al tavolo alle sue spalle. - Allora, prima di tutto vorrei sapere qualcosa su mia madre. Voglio dire, sembrerà assurdo ma voglio sapere chi era e che ruolo aveva all'interno dei Nascosti e soprattutto come morì e perché. - Eh, è un discorso lungo, mio caro signor D. - appoggiò il bicchiere, ormai vuoto, sul tavolo. - Io ho tutto il tempo che vuole. - Va bene. Allora, sua madre ha ricoperto, molti anni fa, prima di morire, l'incarico che ora spetta a me, quello cioè di Capo dei Nascosti, ovvero Capo del Consiglio. Una cosa strana per una donna così giovane com'era sua madre allora, ma, vede, lei era discendente di una delle cosiddette Famiglie Fondatrici, quelle che 120 anni fa fondarono l'organizzazione dei Nascosti. Il nonno di sua madre, e quindi il suo bisnonno, allora solo ventenne, fu tra i firmatari della prima stesura della Legge dei Nascosti. Quindi è chiaro che lei crebbe in un clima tutto particolare, imparando a leggere e a scrivere fin dalla più tenera età. A 18 anni, l'età in cui per legge si diviene Nascosti, lei aveva letto almeno il triplo, se non di più, dei libri che avevano letto gli altri Novizi suoi coetanei. A 28 anni fu nominata capo ed entrò nel Consiglio, e a 32, in seguito alla morte del predecessore, fu nominata Capo dei Nascosti. Era la prima donna a ricoprire quel ruolo e per ora è stata anche l'unica. Tutto chiaro fin qui? Ha dei dubbi, dei chiarimenti? - No, no, prosegua pure. - Bene. Sua madre morì a 37 anni, il giorno 13 maggio, come lei sa meglio di me. Gli avvenimenti non sono mai stati chiariti fino in fondo, ma quello che è certo è che è caduta vittima di un agguato di matrice governativa. - È stata assassinata, quindi? - il signor D. si era proteso col corpo verso di lui, pur non riuscendo ad alzarsi dal divanetto. - Sì, fu assassinata. Vuole da bere, adesso? - No. Prosegua. - Era un periodo simile a questo, in cui il Governo aveva dato il via a una forte spinta repressiva nei nostri confronti. Sua madre era stata infatti molto brava soprattutto nell'opera di diffusione e quegli anni furono un momento di grande balzo in avanti per quanto riguarda il numero dei nostri Novizi. Solo che allora il Governo scelse di non utilizzare l'opinione pubblica contro di noi, ma di agire in segreto. Alcuni giovani Nascosti iniziarono a scomparire nel nulla, rapiti dai servizi segreti, presumibilmente torturati per ottenerne delle informazioni e poi uccisi. Tra essi ci fu anche mio padre, che morì circa un mese prima di sua madre - si avviò a versarsi un altro bicchiere di liquore. - Mi dispiace - fece il signor D., teso come una corda di violino alle sollecitazioni delle parole di Boyter. - Anche a me. Comunque, nel giro di pochi mesi riuscirono a ricostruire un organigramma schematico dell'organizzazione, alla cui testa c'era sua madre. La rintracciarono, la presero e la uccisero. Non si preoccuparono nemmeno di estorcerle delle informazioni: era considerata la mente di tutto, pensavano che uccisa lei i Nascosti sarebbero scomparsi. - E... e come? Come la uccisero? Lei lo sa? - È sicuro di volerlo sapere? Non è una cosa bella... - Santo Dio, ho sessantun'anni e mia madre è morta da 48. Credo di poter sopportare tutto, ora! - sbraitò, infastidito da quell'eccesso di zelo. - La uccisero con un coltello. Si può dire che la sgozzarono, in un certo senso. Il signor D. non aveva fiato, per un momento era come se avesse smesso di respirare e il cuore avesse saltato un battito. Sgozzata? Come sua moglie, nel sogno. Sì, tutto tornava. Sua moglie che lui sapeva morta in un incidente d'auto e invece il tribunale si ostinava a dire che era stata sgozzata. Non era sua moglie, era sua madre. Lui sapeva, lo sapeva. Era lì, seppellito nella sua mente, da qualche parte, ma pronto a ritornare a galla. Da quanti anni il suo subconscio tentava di dirglielo, di farglielo capire? Ma lui non aveva voluto starlo a sentire, aveva preferito sostituire sua madre con sua moglie, l'unica donna che a suo parere meritava una fine del genere. Ma la sua mente lo sapeva, sapeva che stava cercando di aggirare l'ostacolo. Per questo le foto che gli facevano vedere non assomigliavano a sua moglie e lui lo sapeva. Sapeva tutto, l'aveva sempre saputo. Ma come aveva fatto a non ricordare per tutti quegli anni, quei quarantotto lunghissimi anni? - I-io lo sapevo - disse, quasi sussurrando - sono anni che... che faccio questo sogno, dove una donna viene trovata morta. Io sono convinto che abbia avuto un incidente d'auto, ma il tribunale dice che è stata sgozzata. Io lo sapevo... - Sì, probabilmente operarono una Rimozione di Ricordo su di lei... - Come? - Una Rimozione di Ricordo. È una pratica segreta che è però in dotazione ai servizi segreti da molti anni. Si tratta di un particolare U-Disc che penetra nel cervello e cancella dei dati scelti dall'operatore esterno. Solo che questi dati non vengono in realtà cancellati del tutto, è impossibile senza la volontà del soggetto, ma solo rimossi, spostati in una zona del cervello molto meno accessibile. In genere ci si dimentica di quei fatti o al massimo li si ricorda in sogno o tramite qualche flash confuso, come mi sembra di capire sia accaduto a lei. - Ma allora io ho visto mia madre morire? - Non lo so, ma non credo. In genere facevano queste cose in privato. Che ricordi ha, lei, di questo fatto? - Molto confusi. Non ricordo l'omicidio di mia madre, ricordo solo che quel giorno tornai da scuola e non trovai nessuno a casa. Solo molto più tardi, nel pomeriggio, rientrò mio padre con molti uomini, che fino a qualche giorno fa sono stato convinto essere solo psicologi. Invece il file degli Accessi della Casa di quel giorno è stato cancellato e mi sembra impossibile che fossero in così tanti e non esista più nessun segno di libri o carta scritta in tutta la casa. - Probabilmente - riprese Boyter - l'avevano uccisa quella mattina. Poi le fecero il lavaggio del cervello, ma lei si ricordava dello sgozzamento perchè doveva averli sentiti parlare tra di loro dell'omicidio. Pare che, contando sul fatto della Rimozione di Ricordo, non fingessero più di tanto. - Capisco. Seguirono attimi colmi di silenzio e domande. E suo padre? Avevano fatto la Rimozione di Ricordo anche a lui? Lo ricordava così sconvolto, quasi pazzo, quel giorno, e poi sempre così distratto, con la testa altrove. Forse non l'avevano fatta a lui, la Rimozione di Ricordo, ma l'avevano lasciato vivere con quell'immagine piantata nella testa. Doveva aver assistito all'omicidio e, come tortura, l'avevano lasciato in vita. Il sangue iniziò a ribollirgli e la mente a concentrarsi sull'immagine di quegli uomini, quelle facce. Se solo fosse riuscito a ricordare chi aveva detto di averla sgozzata, chi era l'assassino... Ma cosa sarebbe cambiato? Anche se lo scoprisse ora, troverebbe solo una tomba, o un vecchio decrepito, un morto vivente. Che senso avrebbe oggi la vendetta o il disprezzo? La sua mente, allora, cambiò immagine e si riempì del volto di sua madre, così come la ricordava, così come l'aveva vista nelle foto trovate nel suo computer. E la immaginò sgozzata, con la gola recisa, col sangue che le colava, ma in un unico fiotto. E il suo viso era composto e bello, come quello della ragazza bionda, dell'attentatrice che avevano mandato in tv. Tutte e due Nascoste. Tutte e due morte. Gli scese una lacrima, poi un'altra. Si alzò e prese a camminare per la stanza, lungo i muri, per non farsi vedere da Boyter. - Non si preoccupi - disse Boyter senza guardarlo - non c'è niente di cui vergognarsi. Il signor D. girò, zoppicando sulle stampelle, ancora un po'. Poi si girò nuovamente verso l'ospite. - C'è un modo per farmi tornare la memoria? Per annullare questa Rimozione di Ricordo? - Sì, possediamo un paio di copie dell'U-Disc antidoto. - Bene, lo voglio fare. Subito, se possibile. - Atur! - urlò Boyter, rivolgendosi verso la porta - Atur! TRACK 22 - I problemi del CON Boyter gli aveva fornito sia l'U-Disc che il lettore, uno costruito appositamente dai Nascosti. - Speriamo che non salti in aria! Ne ho bruciati due negli ultimi giorni - disse il signor D., tentando di ritrovare un po' d'allegria dopo le lacrime. - Davvero? Come? - Ho chiesto all'U-Disc del dizionario di fare lo scanning di un libro... - Ahi! - fece Boyter, ridendo. - ...e poi gli ho chiesto cosa volesse dire fratelli. - Doppio ahi! È proprio sfortunato, mio caro amico - concluse il Capo dei Nascosti. - Più tardi mi spiegherà anche quella parola. Ora però faccia partire quel disco, per favore. Il lavoro del disco durò solo 12 minuti, 12 minuti che riportarono a galla quanto era sepolto da moltissimi anni. Si ricordò del suo ritorno a casa, degli stupidi programmi tv che aveva guardato quel pomeriggio e infine del rientro di suo padre con quegli uomini vestiti di scuro. No, a suo padre non avevano fatto nessun lavaggio del cervello. Era stato picchiato, aveva il volto tumefatto. Aveva pianto, era terrorizzato. Rovistarono in tutta la casa, portarono via chili e chili di libri, quaderni, scritti vari. Anche le penne, la tastiera, tutto. E tra di loro parlavano, dicevano come l'avevano uccisa, che urlava e che urlava anche il marito. E poi la cancellazione, l'U-Disc che gli avevano fatto sentire a forza. Aveva il CON-13, a quel tempo, gliel'avevano cambiato da un paio d'anni per non si ricordava quale motivo. Si ricordava invece di come gli avessero infilato il cavo, tenendogli ferme le braccia e la testa. Ricordava tutto, Dio mio, ricordava tutto. E soprattutto le loro facce, i loro volti. Anche se non serviva a nulla, anche se ora era inutile. Quando Atur e Boyter gli tolsero i cavi del lettore, il signor D. era turbato e stanco. Ma non ancora troppo stanco. - Continuiamo. Cos'è successo dopo? - chiese a Boyter. - Dopo quando? - la domanda l'aveva sorpreso. - Dopo la morte di mia madre. Voglio dire, come mai smisero di ammazzarvi uno ad uno? - La morte di sua madre fu l'apice di quel periodo di persecuzioni. Dopo quel fatto, i Nascosti erano decimati e i pochi superstiti si ritirarono nel sottosuolo, dove già da prima esistevano delle nostre basi, anche se poco utilizzate. Fu lì che nacquero i Nascosti Puri. - I Nascosti Puri? - Sì. I Nascosti sono di due tipologie diverse, che però convivono e operano insieme. I Nascosti Puri sono quelli che vivono nel sottosuolo, divisi in bande di persone che stanno insieme notte e giorno. I Nascosti di Superficie, invece, come dice anche il nome, vivono tra la gente normale, alla luce del sole, come già faceva sua madre. Dopo quel periodo di decimazione, tutti i Nascosti andarono nel sottosuolo e solo dopo qualche anno qualcuno ricominciò a mettere il naso fuori, a tornare a vivere all'aperto. Io fui uno di quelli. - E adesso lei è catalogato come Nascosto di Superficie? - Catalogato è una parola grossa. Semplicemente sono un Nascosto di Superficie. - E ci sono le bande, come le chiamate voi, anche tra quelli di Superficie? - Sì, - rispose, sedendosi anch'egli sulla poltroncina - anche se l'organizzazione è meno rigida. Di solito parliamo di settori di competenza in base alle zone geografiche. Il signor D. sospirò e si passò le mani tra i capelli. L'immagine di quegli agenti che ridevano della morte di sua madre era ancora lì, fissa. Era nervoso, stanco e il CON aveva ricominciato a prudergli. Lo grattò nervosamente, poi smise di scatto, come se si fosse ricordato che gli faceva male. - Il CON le dà fastidio? - gli chiese Boyter. - Sì. Gliene ha parlato il dottor Lash? - Accennato. - Ieri mi ha detto che il CON presenta dei problemi. Non il mio, in generale, tutti i CON... - Sì, è vero. Il CON è una miniera di problemi. - Diceva che era meglio non cambiarlo, di tenermi questo modello, il CON-13, finchè non ne avessi parlato con lei. Boyter si alzò di nuovo. Entrambi gli uomini erano inquieti, quella mattina, ognuno per motivi suoi propri. Il parlare e ricordare quella scia di omicidi che aveva insanguinato le fila dei Nascosti quasi cinquant'anni prima, però, li aveva scossi alla stessa maniera. Avevano tutti e due dei ricordi molto tristi al riguardo. - Il CON è la tecnologia di connessione che permette di far interagire un lettore di U-Disc col nostro cervello. Ci siamo fin qui? - nella tensione sembrava perfino essersi spogliato di quei suoi modi ossequiosi. - Sì, questo lo so. - Perfetto. Senza CON i lettori e tutta la tecnologia U-Disc sarebbe inutile, ok? Bene. Il CON è una tecnologia profondamente dannosa per il nostro cervello. Pian piano lo corrode, ne invecchia le cellule e porta a un generale decadimento fisico e a un invecchiamento precoce. Sa qual era la speranza di vita, solo due secoli fa? - I dati che si studiano a scuola... - I dati che si studiano a scuola sono fasulli. Due secoli fa la speranza di vita arrivava, per gli uomini, ai 78 anni. Ora è attorno ai 59. Le sembra progresso, questo? Quasi vent'anni in meno. No, non sembrava progresso. - Ed è tutta colpa del CON - riprese Boyter - e del suo collegamento invasivo. Quando i tecnici del governo lo elaborarono, non avevano previsto quest'effetto collaterale, che però risultò chiaro dopo qualche anno di commercializzazione. Cosa crede che abbia fatto, il Governo, quando ha avuto in mano questi dati catastrofici? Crede che abbia ritirato il CON e l'U-Disc dal mercato? No, semplicemente ha vietato, tramite la Commissione, la pubblicazione di quei dati. L'età media ha cominciato a scendere e la Commissione a oscurare i dati demografici dei decenni precedenti e a sostituirli con dati creati ad hoc. E il brutto è che i modelli più nuovi di CON non migliorano la situazione, ma la peggiorano. Sto andando troppo veloce? - Come? No, no, si figuri - rispose un confuso signor D.. - Sono stato sgarbato a non chiederglielo di nuovo dopo l'antidoto. Vuole da bere, anche un bicchier d'acqua, se lo vuole? - la tristezza accumulata prima stava sbollendo e stava invece ritornando la cerimoniosità. - Un po' d'acqua sì, grazie, la gradirei molto - era un po' arrossato in faccia e sudato. L'acqua fresca gli avrebbe fatto sicuramente bene. - Per questo - continuò Boyter mentre gli versava un bicchiere d'acqua ghiacciata - il dottore ieri le ha consigliato di non cambiare il suo CON. Non farebbe altro che peggiorare la situazione. - Ma, mi scusi, neppure con tutta la fantasia che ho posso pensare che un Governo, per quanto tirannico sia, voglia veder morti tutti i suoi sudditi. - Oh, non è così strano, mi creda. Sa che secoli fa si vendevano le sigarette, no?, si studiano anche a scuola... Ebbene, ad un certo punto fu provato che erano dannose, alzavano notevolmente le possibilità di tumore. Le industrie produttrici nascosero i dati finché poterono, e alcuni stati, che vendevano queste sigarette, si guardarono bene dal ritirarle dal mercato. Finché una cosa porta soldi e potere, perché non usarla? Questa è la loro filosofia, purtroppo. - Decisamente cinica - disse il signor D., sorseggiando dal bicchiere. - Sì, proprio così. Soprattutto se si pensa che il CON è obbligatorio fin dai 2 anni, come le vaccinazioni. E ogni volta che acquisiamo un U-Disc il nostro cervello ne esce danneggiato. - Ma, mi scusi, se gli U-Disc sono così dannosi, perché l'altro giorno mi ha dato quell'U-Disc per ricordare come si legge? E perché avete messo l'antidoto alla Rimozione di Ricordo in un U-Disc? È un controsenso. - L'abbiamo fatto perché ormai non si può vivere senza U-Disc, sarebbe da ottusi non sfruttare le sue potenzialità. Guardi, anch'io ho il CON, addirittura un CON-9, più vecchio del suo, e ogni tanto ascolto un U-Disc. Perchè l'U-Disc permette di acquisire velocemente e senza sforzo moltissime conoscenze. Guardi l'U-Disc per la lettura che le ho dato. In due ore lei ha acquisito quello che una persona normale acquisisce in sei mesi. Tutto ciò è prodigioso. Il guaio non sta nell'utilizzo dell'U-Disc e del CON, ma nel suo abuso e nel fatto che nessuno investe soldi nella ricerca per creare un CON più sicuro. È questo il vero dramma. Lo Stato obbliga i bambini ad usare gli U-Disc in ogni occasione, danneggiandogli il cervello e facendo loro credere che la cultura si possa acquisire così facilmente. No, non è possibile, non senza fondersi il cervello. La cultura è qualcosa che va conquistata, passo passo, lentamente, con gli adeguati sacrifici. Per questo amo la lettura. È la fatica che metti in un libro che viene ripagata con la cultura. Non altro. Boyter si era lasciato trasportare dal discorso, che accompagnava, come se fosse un'orazione pubblica, con gesti ed espressioni facciali adeguate. Ora, d'improvviso, sembrava accorgersene e ritornava composto, al suo ruolo di perfetto padrone di casa. - È una brutta situazione - acconsentì il signor D.. - È proprio vero, caro amico. Vuole ancora da bere? - No, grazie, sono a posto così. - Io invece mi verso un po' d'acqua, per schiarirmi la gola. Mi sta facendo parlare molto, stamattina - disse, accompagnando le parole con una risata. - Anche lei ha voglia di parlare - gli fece notare il signor D.. - Sì, è vero. Ma cosa vuole, sono le questioni su cui rifletto e mi batto da una vita. Ormai sono la mia ragione di vita, in un certo senso. - Non è sposato? - chiese, mentre Boyter si versava l'acqua. Si accorse anche di aver suscitato, nel padrone di casa, un leggero sussulto delle mani, con quella domanda. - No, non lo sono mai stato. Lei? - gli disse, girandosi verso di lui. - Io sì, una volta, ma ora sono divorziato. - Eh, è triste invecchiare da soli. - Sì, soprattutto se poi... o, ma questo non le interessa - disse, frenando il suo solito cruccio sul Ricovero Potenziale - piuttosto, avevo delle altre domande da farle. - Facciamo una pausa, vuole? Questo dialogo rischia di diventare estremamente pesante per tutti e due. Che ne dice, piuttosto, di fare un bel giro della casa? Non credo di avergliela mostrata, l'altra volta. - No, effettivamente no. Ma con le stampelle... - Oh, non si preoccupi, possiedo una bellissima sedia a motore che la porterà in giro con me e non la costringerà nemmeno a dover prendere l'ascensore per salire al primo piano, visto che sa salire anche le scale. - Beh, allora - rispose sorridente, contento di poter vedere quella che a lui sembrava proprio una reggia - accetto volentieri la proposta. TRACK 23 - Un favore La casa - o forse era meglio chiamarla villa - di Boyter era una sorta di pregiato mix tra l'aristocratico-barocco e il gusto liberty di inizio Novecento. Sulle scale, oltre ai classici marmi, statue di veneri e altre divinità greche e romane. Sui soffitti affreschi dorati, alle pareti arazzi e quadri di antenati. - Mi parli un po' della sua casata - lo stuzzicò il signor D. - voglio dire: siete ricchi di famiglia, come sembra da questi ritratti, oppure... - Vede, caro amico, la mia famiglia è di antichissime e nobili tradizioni, che risalgono fino al lontano medioevo. Nobiltà di spada, non di toga, sia chiaro. I miei avi erano gli antichi guerrieri delle imprese cavalleresche, i paladini, gli Orlando, gli Artù, i Lancillotto. Uomini valorosi e senza macchia. - Mi sorprende - intervenne il signor D., che ormai con Boyter si sentiva a suo agio - che una mente razionale come la sua si lasci prendere la mano da questi... voli. La credevo molto più diffidente, riguardo ai falsi storici. - No, no, non credo a quello che dico, non da un punto di vista storico, almeno. So bene anch'io che cavalieri così non ci furono mai e mai ce ne saranno. Ma la poesia li ha esaltati comunque, ha glorificato i loro ideali e le loro imprese, fossero esse vere oppure no. Molto meglio discendere da un Don Chisciotte che da un pavido politico di oggi, no? - Don Chisciotte? - Ah, amico mio, ho molti libri da prestarle e farle leggere! - disse, appoggiandogli una mano sulla spalla. - Lei segue il precetto - intervenne il signor D., dopo qualche secondo di silenzio - di trascrivere un libro al mese? Oppure i suoi impegni... - L'ho sempre fatto, da quando ho compiuto diciott'anni. Almeno un libro al mese. Poi, quand'ero giovane, quando si stava inattivi nascosti sottoterra, ne copiavo anche tre o quattro al mese. - Ma le piace o lo fa solo per, come dire, senso del dovere? - era curioso riguardo a questa cosa che per lui stava fuori dal mondo. La riproduzione, per il signor D., era sempre stata, fino ad allora, qualcosa di molto immediato: copiare un dischetto, una foto, un video, un file audio. Questione di pochi secondi, insomma, non di mesi. - No, no, mi piace. È bello perchè ti permette di assaporare ogni parola, ogni virgola di un testo. Gli U-Disc di oggi sono scritti così male... - Oh, non faccia l'antiquato - proruppe il suo interlocutore dalla sedia a motore, sicuro del valore dei suoi U-Disc del commissario Torgot - non è detto che tutto vada sempre verso il peggio, a questo mondo. Sarebbe una visione molto pessimistica. - Non voglio dire - lo corresse Boyter - che non ci siano anche oggi grandi narratori. Dico solo che lo strumento dell'U-Disc non aiuta il narratore stesso a fare un revisione della sua storia, a scegliere i termini migliori, a limare e cambiare dove necessario. Una volta, invece, specialmente quando gli scrittori erano mantenuti dai mecenati, allora sì che si aveva tutto il tempo di aggiustare la propria opera e perfezionarla fino al più piccolo particolare. Oggi tutti hanno fretta, chi usufruisce degli U-Disc e chi li registra. - Sì, questo può essere vero. Però, mi dica, cosa sta trascrivendo adesso? - Oh, un testo che la sorprenderà, non tanto in sé, ma perchè la versione originale, quella che sto trascrivendo io, è in certi punti ben differente da quella che lei ha sicuramente in casa, in U-Disc... - Cosa significa? Che l'hanno modificata riversandola su disco? - Sì, - confermò lui, introducendo l'ospite nella sontuosa camera da letto - la Commissione non vieta solamente, ma più spesso corregge e cambia. Dopo le mostrerò meglio cosa intendo. Cosa gliene pare, intanto, di questa camera? I due continuarono a conversare così, sempre più come amici di vecchia data, per tutte le stanze, sia del primo piano che del piano terra, divagando dalla politica alla filosofia, alle scienze. Per Boyter non c'era da stupirsene, la sua cultura, visti i tempi, era addirittura enciclopedica. La sorpresa, per entrambi gli uomini, fu invece il signor D.. Non si era mai interessato di questioni intellettuali, almeno non più di tanto. Le aveva sempre trovate un po' vuote, distanti dalla realtà, inutili. Ora invece, all'improvviso, sembrava scoprire in loro il punto di contatto tra una realtà che gli appariva nuova, diversa da come l'aveva sempre conosciuta, e una testa in subbuglio. Ed era come se i ricordi sbloccati riguardo a sua madre e alla sua educazione infantile ne avessero ravvivato l'intelligenza, riscoprendone il lato attivo e curioso proprio dell'infanzia. Era come se quella parte del suo carattere fosse stata ibernata per anni ed oggi ritornasse a galla, ancora vigorosa come se non fosse passato nemmeno un giorno da quel 13 maggio. Poi, visto che si era fatto tardi, Boyter offrì nuovamente al signor D. di fermarsi a pranzo, offerta che egli stavolta accettò. Mangiarono in una lunga sala da pranzo, ai due capi di un tavolo in legno massiccio. Il cibo era stato preparato da Atur in base all'antica cucina orientale. Il signor D. non aveva mai mangiato niente di simile, ma gradì molto. - Avrei un favore da chiederle, signor D. - intervenne Boyter, quando ormai erano arrivati al dolce. - Di che genere? - si sentiva sì a suo agio, in quella casa, ma ancora non del tutto fiducioso riguardo alle attività di questi Nascosti. Tanto più che doveva ancora scoprire come mai si erano rivolti a lui, come mai continuavano a trattarlo con tutto quel riguardo. Era sì il figlio di un ex Capo dei Nascosti, ma questo non cambiava niente: per cinquant'anni non l'avevano mai contattato, perchè cambiare adesso? - Ha presente il ragazzo che le ha consegnato il libro, quello che è stato poi coinvolto nell'attentato? Sì, l'aveva presente, e lo comunicò con un leggero segno della testa. La proposta non era iniziata bene, tirando in ballo quel tipo, implicato nell'esplosione di un'auto-bomba la notte stessa in cui si era introdotto in casa sua... e magari era stato ancora lui a lasciare quelle nuove macchie di fango sul suo pavimento, il giorno prima. - Be’ - riprese - quel ragazzo è molto giù di morale da quando è morta la ragazza che lavorava con lui, non so se ha presente, bionda, carina... - Sì, sì - lo interruppe - ho presente. - ...e avrebbe bisogno di parlare con un'amica della ragazza, sa, per confidarsi, confrontarsi, le solite cose - Boyter stava cercando di minimizzare la faccenda, sapendo benissimo che difficilmente il signor D. sarebbe stato disposto ad aiutare Max, di cui era chiaro che non si fidava. - E io che c'entro? - chiese, indispettito, il signor D.. - C'entra perchè la ragazza è sorvegliata dalla polizia, che pensa, a ragione, che Max possa mettersi in contatto con lei. - Ah, si chiama Max? - chiese retoricamente. Boyter doveva stare attento: la troppa confidenza col suo ospite rischiava di fargli scappare dalla bocca informazioni riservate. - Sì... e lei dovrebbe in qualche modo fare da tramite o comunque permettere alla ragazza di liberarsi per qualche ora dalla sorveglianza. - E come crede che possa fare? Mi sembra un'ipotesi semplicemente fantasiosa - il tono del signor D. s'era fatto sarcastico, anche perché non voleva proprio avere più niente a che fare con quel Max. - Basterebbe agire in squadra. Lei potrebbe distrarre suo figlio dalla sorveglianza della ragazza mentre io le passerei un foglio o un file audio con le istruzioni per incontrarsi in sicurezza con Max. - Sembra quasi una commedia rosa, tipo Romeo e Giulietta. Perché ha tanto a cuore i desideri di questo Max? Lo deve usare in qualche altro attentato? - la pazienza del signor D. era giunta al limite, ma si accorse subito di averla sparata grossa. - La prego di ricordarsi, signor D., - il tono di Boyter era ridiventato staccato e formale - che io non piazzo bombe e non pianifico attentati. Come le ho già spiegato, non fui io a dare quell'ordine. - E allora perché adesso vuole aiutare quel ragazzo, che altri non è che l'attentatore? - Perché è confuso e stravolto e non voglio che diventi un problema per l'organizzazione. Ecco perché - ribadì con forza il Capo dei Nascosti. Se le ultime parole di Boyter, riguardo all'utilità di evitare che qualcuno diventasse un problema, erano ampiamente condivise dal signor D., altrettanto non si poteva dire dell'immagine di Max che i due avevano. Per Boyter era infatti un ragazzo confuso e deluso, ma profondamente obbediente e devoto alla causa. Per il signor D., invece, era un semplice pazzoide esaltato, col gusto dell'immagine, la barbetta per darsi un tono e la bomba per sentirsi importante. Due visioni antitetiche e difficilmente conciliabili. - E se le chiedessi di farlo per la ragazza? - chiese Boyter. - Quale ragazza? - Entrambe - si corresse il padrone di casa - sia la biondina morta, Qersa, che la sua amica d'infanzia, Petra. Per loro, perché Qersa sia ricordata da qualcuno che le aveva voluto bene e perché Petra capisca come sono andate le cose e non rifaccia gli stessi errori dell'amica. «Boyter è un volpone», pensò il signor D.. Non appena aveva visto che l'argomento precedente, quello su Max, non funzionava, l'aveva cambiato, puntando sulle due ragazze, la morta e la viva, così indifese e deboli, sole e abbandonate agli eventi. Ma non era affatto sicuro che per la ragazza in vita, per Petra, fosse salutare incontrarsi con quel Max. Che ne sapeva di questo tipo? Avrebbe benissimo potuto chiederle di aiutarlo a preparare un altro attentato, in qualche altro ufficio della Commissione o magari direttamente alla YNOS. No, non poteva farlo, non basandosi solo sulla parola di Boyter. Aveva bisogno di qualche prova in più. Eppoi c'erano altri problemi. Prima di tutto, come avrebbe fatto a distrarre suo figlio, che non lo ascoltava nemmeno quando non aveva niente da fare? Figuriamoci durante un'operazione di polizia! Chiamandolo al videofono? Andando di persona dov'erano i monitor controllati e parlandogli del più e del meno o dei suoi acciacchi? No, non l'avrebbero lasciato passare, anche suo figlio, così ligio alle regole, l'avrebbe lasciato fuori. E la pigrizia era l'altro grosso problema. La pigrizia e la ricerca della tranquillità. Quanto tempo era passato da una giornata normale, senza scoperte, incubi o esplosioni? Aveva quasi scoperto tutto quello che voleva sapere. Non gli serviva altro, non doveva loro niente. - Allora, cosa mi risponde? - chiese Boyter - Me la vuole dare questa mano? - Voglio prima conoscere il ragazzo - disse il signor D. - poi si vedrà. Si era lasciato sfuggire un'affermazione che non concordava con la sua testa, col suo ragionamento, col suo istinto. Ma se l'era lasciata sfuggire per i modi di Boyter, a cui sembrava non essere capace di dire di no. E poi così avrebbe visto il sottosuolo, dove vivevano i Nascosti Puri. - D'accordo, domani andremo a trovarlo. Ora è di stanza a difesa della Biblioteca. La Biblioteca? Una serie d'immagini s'accavallarono in un secondo nella mente del signor D., prima che avesse il tempo di risistemarle e dare loro ordine. Gli sembrava di esserci già stato in una Biblioteca, con sua madre che ce l'aveva portato. Ma non ricordava libri, né il sottosuolo. Doveva essere molto piccolo, sei anni al massimo. Ma c'era qualcos'altro, nella sua mente, che ora gli sfuggiva. C'avrebbe pensato a casa, con calma. Ora non poteva rimanere lì un minuto di più. Aveva il timore che qualunque cosa Boyter gli avesse chiesto, quel giorno, lui l'avrebbe accettata. Voleva evitare assolutamente che gli chiedesse di diventare un Nascosto. Non poteva, non poteva dirgli di sì, ci doveva pensare, riflettere a lungo. Non era mai stato tipo dalle decisioni avventate, ma ora qualcosa in lui sembrava cambiato, ringiovanito. Tutto merito dell'antidoto? O dei ricordi e dell'immagine di sua madre? Aveva bisogno di calma e tempo, per riflettere anche su queste cose. Non l'aveva fatto abbastanza e gli avvenimenti sembrava prendessero il sopravvento sulla sua vita. Decise quindi di congedarsi e andarsene a casa. TRACK 24 - Ultimatum Il figlio del signor D. arrivò alla centrale nel primo pomeriggio. Dopo quei giorni di super lavoro aveva avuto il meritato riposo, passando qualche ora continuativa a casa, assieme alla moglie, senza terroristi per la testa. O almeno questa era stata la speranza, anche se poi in pratica non era stato così facile staccare la spina. La notte, soprattutto, era stata molto agitata. Prima difficoltà a prendere sonno, poi un incubo, una specie di rielaborazione dei pensieri che gli si erano conficcati in testa dopo l'e-mail intimidatoria di quel tizio. Gli aveva risposto subito, il pomeriggio prima, appena arrivato a casa e sbollita la rabbia. Sapeva da tempo, ormai, che il peggior errore di un poliziotto è quello di agire in base alla rabbia del momento. Non ti permette di ragionare, concede troppi vantaggi all'avversario. Invece era stato a casa di suo padre, prima, dove si era divertito a scoprire che sua madre ancora lo cercava animosamente come un tempo. E poi si era concesso un'ora di pausa assieme a Kori, sua moglie. Alla fine era rilassato e pronto a rispondere. Non che fosse stato tenero, con quel terrorista. Anzi, c'era andato giù duro. Ma aveva saputo dosare le parole - almeno sperava - essere duro dove serviva e più conciliante in altri punti. Era convinto che quel tizio volesse parlare, avesse delle informazioni da passare, ma di volerlo fare solo sotto determinate garanzie. Era per questo, anche, che si era rivolto alla polizia e non ai servizi segreti. Quelli erano noti per i loro metodi sbrigativi, anche se altamente efficaci. No, lui cercava di guadagnarci anche qualcosa, da quelle sue informazioni. E quel qualcosa era entrare nelle simpatie del Presidente. La situazione non era delle più semplici. Se avesse fatto rapporto al suo capo, probabilmente il caso gli sarebbe stato tolto dalle mani e passato direttamente ai servizi. Così addio informazioni - non avrebbe mai parlato a loro, ne era certo - e addio promozione per il figlio del signor D.. Sì perché anche per lui poteva scapparci qualcosa di buono, dopotutto. Per questo doveva calcolare ogni sua mossa, in modo da non farsi scappare la preda o farsela rubare dagli altri pescatori. Aveva un aggancio, un indirizzo e-mail. Appena giunto alla sua scrivania, infatti, scaricò la posta. Non aveva voluto farlo a casa perchè non aveva avuto occasione di avvicinarsi al computer, quella mattina, senza che Kori fosse nei paraggi. E non voleva che sua moglie scoprisse qualcosa di quel tizio e delle sue vaneggianti minacce. No, non era una faccenda per lei. Lo sapeva, la risposta c'era, lì, in bella vista nella sua casella. Si mise le cuffie e la aprì. - Complimenti, detective, devo dire che la sua e-mail mi ha piacevolmente sorpreso. Non la credevo così scaltro. Bene, bene, penso sia giunto il momento di gettare la maschera e di dirle le mie vere intenzioni, sempre che lei non le abbia già capite... - risate - Dunque, il mio nome è Jon L.. Non avrà difficoltà a trovare una cartella su di me nell'archivio dei servizi segreti. A differenza di altri Nascosti, non ho mai avuto timore di lasciare la firma su ciò che facevo. Sono - o meglio: ero - un Nascosto, con la qualifica di Capo. Fino a qualche giorno fa facevo anche parte del Consiglio dei Nascosti, l'organo che governa l'attività di tutti i membri. Ho detto fino a qualche giorno fa perché ora non faccio più parte dei Nascosti. Sono stato espulso. A lei questo non interesserebbe, se non fosse per il fatto che per questo motivo ho deciso di svelare tutto quello che so sui Nascosti e le assicuro che so quasi tutto. Sono disposto a parlare, ma solo al Presidente e solo dietro determinate garanzie. Ha tempo 24 ore dalla lettura di questa e-mail per procurarmi un incontro col Presidente. Niente servizi segreti, niente cecchini nascosti. Io, lui e se vuole le sue guardie del corpo e voi poliziotti. Ma assolutamente non voglio vedere nessuno dei servizi e badi che ne conosco le facce, quindi non cercate d'imbrogliarmi. Lì detterò le mie condizioni. Se verranno accettate, passerò a fare nomi e ad indicare luoghi. Non provate a catturarmi e a torturarmi, non vi servirebbe a nulla, perdereste solo la più grande occasione che avete di sconfiggere i Nascosti. Consultate la mia scheda negli archivi dei servizi: vedrete che sono preparato alle torture, di ogni tipo. Può fare avere questa e-mail al Presidente, per spiegargli la situazione. Ha 24 ore. Dopodiché mi rivolgerò a qualcun altro, presumibilmente dell'Opposizione. Arrivederci. Attraverso le lenti del binocolo di Jon L., in piedi a una finestra a poche decine di metri in linea d'aria dalla centrale, si vide il figlio del signor D. strapparsi le cuffie dalle orecchie e chiedere l'ora. Anche Jon L. fece lo stesso. Erano le 3 e 15 del pomeriggio. L'e-mail aveva fatto effetto e se ne compiacque. Finalmente, stava per giungere la sua ora. Tutto sommato non gli stava dispiacendo quella deviazione nella sua vita. Si era sempre immaginato capo vittorioso dei Nascosti, condottiero inarrestabile contro il Governo ingiusto. Invece stava capendo che era molto più facile arrivare al potere non mettendosi contro il Governo, ma alleandosi con esso. Quegli anni passati nel sottosuolo non erano stati uno spreco, come gli era sembrato appena era stato messo in minoranza dal Consiglio. No, erano stati la sua fortuna, una fortuna che ora avrebbe fatto fruttare. Cosa avrebbe chiesto al Presidente? Denaro? Potere? Che tipo di potere? Non voleva qualcosa di breve durata, non voleva un contentino e via. No, voleva entrare a far parte del gioco, voleva avere potere e continuare a lottare giorno per giorno per conservarlo. Sapeva di avere delle qualità, di essere portato per la lotta, fosse essa fisica o di nervi. Era sempre qualcosa dove il migliore primeggiava, saliva di grado e veniva ricompensato. E chissà che entrando stabilmente nell'ingranaggio, un giorno, non ci potesse essere lui al posto dell'attuale Presidente, in diretta tv, anche in casa di Boyter, a dichiarare che la lotta contro i Nascosti sarebbe andata avanti fino al loro totale annientamento. Boyter. Quello sarebbe stato il primo nome, il primo sulla lista. Sapeva dove abitava, dove teneva le carte compromettenti, tutto. Il suo passato e il suo presente. I libri che aveva trascritto e quelli originali, stesi di suo pugno. Il Presidente avrebbe eliminato la testa di quel dannato organismo e Jon L. avrebbe avuto la sua vendetta. Ma non sarebbe finita lì. Poi sarebbe toccato agli altri membri del Consiglio, poi ai Nascosti di Superficie più influenti, quelli che ricordava. E poi sarebbero scesi sotto, nella zona dei Nascosti Puri. E lì sarebbe iniziato il divertimento, la lotta vera, fino ad arrivare alla Biblioteca. Il punto nevralgico, decisivo di tutta la lotta. Era la Biblioteca il cuore dei Nascosti, ciò che li faceva vivere. Senza Biblioteca, e cioè senza i libri, i Nascosti si sarebbero estinti naturalmente, come gli animali preistorici. Ma c'era un problema. La Biblioteca era protetta da una chiave d'accesso complessa, la cui decifrazione poteva portar via tempo molto prezioso. Poteva permettere ai Nascosti, tramite alcuni cunicoli che collegavano l'interno della Biblioteca stessa con l'esterno, di trasferire almeno parte dei volumi in nuovi luoghi nascosti, di cui lui non avrebbe sicuramente saputo l'ubicazione. Ma anche lui aveva la sua carta da giocare, un asso che si era preparato nella manica da molto tempo e lì l'aveva lasciato maturare. Lo teneva d'occhio, lo teneva pronto. E sapeva che sarebbe stata la carta decisiva di tutta la partita. Guardò ancora fuori dalla finestra, col binocolo. Il figlio del signor D. era ancora seduto alla scrivania, coi gomiti appoggiati sul tavolo e la testa fra le mani. Stava pensando. E Jon L. immaginava i suoi pensieri. Come fare a mettersi in contatto col Presidente? Era saggio riferire al capo della polizia? Come tenere fuori i servizi segreti? C'era da fidarsi di quella e-mail, era attendibile? Come consultare l'archivio dei servizi senza doverne spiegare loro il perché? Non avrebbe voluto trovarsi nella sua situazione, nemmeno per tutto l'oro del mondo. Sapeva di avergli dato un compito difficile, ma sapeva anche che ne sarebbe venuto a capo. Altrimenti, c'era sempre l'Opposizione, disposta forse ad offrirgli anche di più del Presidente in termini di prospettiva futura. Ventiquattr'ore non erano molte, dopotutto. Valeva la pena aspettare. TRACK 25 - Riflessioni del signor D. Ancora una volta fu costretto a prendere l'ascensore, ma per fortuna assieme a Rees, l'inquilino del quarto piano. Il viaggio verso l'alto fu così affrontato con molta meno paura. La porta di casa, una volta tanto, era chiusa e non vedeva nuovi segni di impronte dopo le ultime che gli avevano riempito la casa. Chi era stato? Quel Max? Ma perché tornare lì, soprattutto ora che è ricercato e il suo viso è noto a qualsiasi poliziotto? Per mettere nei guai anche il signor D., forse? Oppure era stato qualcun altro? Le impronte gli sembravano diverse da quelle della volta precedente, ma non ci avrebbe scommesso sopra. Non si riteneva un grande esperto di quelle cose. Certo che se si fosse dotato di un Vano di Comando anche lui, come si usava nelle case normali, non avrebbe avuto tutti quei dubbi. Non fece in tempo, con molta difficoltà, a mettersi le ciabatte che subito sentì trillare il videofono. Rispose subito. - Pronto? - fece, mentre vedeva comparire l'immagine della sua ex moglie Siro. Il divano, certo, non gliel'aveva pagato. Chissà quante volte aveva provato a chiamare. - Pronto? Finalmente ti trovo! È tutta ieri che provo a chiamarti, sia a casa, sia sul cellulare! Ma che t'è successo, ti sei fatto male? - s'era accorta delle stampelle. - Sì, sono... caduto dalle scale - disse - È successo proprio ieri, per questo non mi trovavi visto che ero al pronto soccorso. - Ma sei proprio ottuso! Ancora ti ostini a non voler prendere l'ascensore? Alla tua età farsi le scale equivale a un tentato suicidio! - sbraitò la donna, gracchiando. Il signor D., intanto, pensava a quanto gli aveva detto Boyter sull'invecchiamento e sul CON: nonostante quello che diceva sua moglie, in un'altra epoca sessantun'anni non erano poi così tanti, anzi. Probabilmente c'era stato un tempo in cui quelli con la sua età facevano le scale saltellando. - Oggi l'ho preso, l'ascensore, e anche ieri sera. - Lo spero bene! Volevi farti le scale così? Non so io... - Senti, Siro, veniamo al dunque. Mi hai chiamato perchè non ti ho ancora versato i 6.000 crediti? - cercò di tagliare corto. - Bravo. Allora non è stato un errore della banca, ma tuo. Avevi detto che mi davi i miei 6.000 crediti! - E infatti te li darò - disse con voce calma - ma chiaramente non subito. Siamo quasi a fine mese e in tutta sincerità non ho i 6.000 crediti che vuoi, in questo momento. Dovrai pazientare ancora qualche giorno, finché non riceverò la pensione. - Ancora qualche giorno! - urlò lei all'altro capo della cornetta - E io cosa faccio nel frattempo? Firmo cambiali? - No, perché mai? - si appoggiò al muro - Mi risulta che tu abbia anche un tuo reddito, oltre ai soldi che mi spilli ogni tanto. - Io non ti spillo niente. Quelli sono soldi miei, guadagnati vendendoti quel maledetto divano che tieni in sala - il signor D. pensò di fare il sarcastico, ma lasciò perdere. La salutò assicurandola che la prima cosa che avrebbe fatto, una volta ricevuta la pensione, sarebbe stata farle il versamento. Poi riattaccò. Consultò anche l'elenco delle chiamate perse e sentì che la sua ex aveva chiamato ben sette volte al telefono di casa e dodici al cellulare. «Per fortuna che lo dimentico sempre a casa, altrimenti sarebbe stato un tormento continuo!», pensò. Si sedette sul divano, quello che doveva ancora pagare a Siro, e si mise a pensare a quello che aveva scoperto quella mattina, e non era poco. Sua madre, intanto. Capo dei Nascosti, prima donna a ricoprire quel ruolo e perdipiù ancora giovanissima. La cosa - doveva ammetterlo - lo inorgogliva. Aveva sempre pensato che sua madre fosse una donna speciale, ma non aveva mai avuto modo di averne una tale conferma. Il dolore per il modo in cui era stata uccisa era ora mitigato, filtrato dagli anni che erano passati. I ricordi, pur ancora presenti nella mente del signor D., erano ora meno vividi, non più sentiti come attuali. Evidentemente la riscoperta di quei dati nel suo cervello aveva dato loro nuovo vigore. O, più semplicemente, quella morte di cui era sotto sotto a conoscenza non era mai stata sofferta appieno e desiderava invece trovare la sua valvola di sfogo. Una volta passato il momento critico, era stata in un certo senso incamerata in uno schema di ricordi in qualche modo più semplice da accettare. Ma non c'era stato solo questo. L'antidoto - come lo chiamava Boyter - gli aveva fatto ritornare alla mente tutti i ricordi riguardanti la sua educazione privata alla lettura. Le lezioni di sua madre, l'imparare a leggere e scrivere - quanti anni aveva? sei, sette? - e i primi romanzi d'avventura, che sua madre aveva trovato nella Biblioteca. La Biblioteca. Ecco, ora iniziava ad emergere qualcosa di più definito nel marasma dei suoi ricordi, ma ancora non del tutto completo. E poi i pochi fogli trovati con grande difficoltà, le penne d'oca e le boccette d'inchiostro, la scrittura al computer, anche l'alfabeto muto. Erano quasi dei giochi e si ricordò quant'era brava sua madre a farlo divertire. Eppoi l'altra questione, più immediata, che - egoisticamente parlando - al momento lo interessava di più. Il fatto che il CON faceva morire. Ecco perché tutto quel prurito, quel fastidio, quel dolore alle tempie che si faceva passare immergendosi la testa in acqua. Tutta colpa del CON e dei lettori di U-Disc, fossero essi YNOS o sottomarche; non importava, l'importante è che fossero letali. Di certo non avrebbe più speso altri soldi per comprarsi una diavoleria del genere, per spingersi a finire nel Ricovero. Vent'anni in meno. Quante cose si potevano fare in vent'anni? Poi, dipendeva da come li si viveva, quei vent'anni. Se fossero stati vent'anni in quel corpo che aveva adesso, così fiacco, pesante, molle, forse c'avrebbe rinunciato. Per altri vent'anni nel corpo che aveva quand'era giovane, invece, c'avrebbe messo la firma. Atletico, aitante, ben guardato dalle ragazze. Altri tempi, tempi in cui non era solo come adesso, come in questa fase della sua vita. E pensava a quanti dovevano passarsela come lui. Anche Boyter, dopotutto, pur essendo il capo di un'organizzazione che contava centinaia di persone. Anche lui era solo, in quella casa immensa, bella, ma anche spettrale. Dove c'è così tanta luce, così tanto oro, fa impressione trovare il vuoto, i corridoi deserti, le stanze senza un suono. Almeno lui aveva Atur? Bah, non sapeva se un maggiordomo del genere potesse essere di molta compagnia. Non si riusciva nemmeno a capire se fosse un robot oppure no. Certo, i robot erano vietati da anni, però... E infine quella richiesta, di aiutarlo a far incontrare quei due ragazzi. Che neppure si conoscevano, gli aveva confessato mentre aspettava il taxi. Non si erano mai visti. Che senso aveva tutta quella fatica, quei rischi, per far incontrare due persone che forse si sarebbero odiate? Che senso aveva? Poteva darsi benissimo che lei lo incolpasse della morte della sua amica. Era comprensibile e forse anche vero. Perché avrebbe dovuto accettare di rivolgere la parola a un tizio del genere, così finto, così creato ad arte? Boyter però aveva insistito. «Lo faccia per me, come un favore personale», gli aveva chiesto. E ancora una volta non aveva saputo dir di no a quella sua tremenda gentilezza. Era riuscito solo a porre, in extremis, quella pregiudiziale, che voleva prima parlarci. E così sarebbe finito nel sottosuolo, alla base dei Nascosti Puri, vicino a questa fantomatica Biblioteca. «Il centro vitale dei Nascosti», l'aveva definita Boyter, prima di rientrare in casa, quando il taxi stava ormai accostando. Eppure c'era qualcosa, nella sua mente, che non gli tornava, relativamente a quel luogo. Anzi, un pensiero che gli ronzava di qua e di là ma ogni volta che cercava di afferrarlo gli sfuggiva. E ancora non aveva avuto una delle risposte più importanti. Perché lui? Perché solo ora, dopo tutti quegli anni? Perché dagli stessi che stavano preparando l'attentato? Aveva capito da tempo che Boyter conosceva le risposte a queste domande, ma ancora non l'aveva ritenuto pronto per dirgliele. Si capiva da come cambiava espressione, ogni volta che si sfiorava l'argomento. Non era per caso che l'avevano evitato, era per scelta precisa del Capo dei Nascosti. E questo preoccupava il signor D., che ancora non riusciva a capire la sua tattica e le sue ragioni. Accese un po' la tv, ma la spense dopo un paio di minuti, annoiato. Nessun programma sembrava dargli le emozioni che riusciva a rivivere nella sua testa, ripensando a quanto gli era successo in quei giorni e a quanto aveva riscoperto del proprio passato. Erano come dei sogni, i ricordi di sua madre prima della morte, dei bei sogni fatti però, finalmente, in piena coscienza, a occhi aperti. Si alzò dal divano, e decise di andare a sognare a letto. TRACK 26 - Fratelli Il signor D. prese il suo solito taxi, dove ormai si era abituato a salire nonostante le stampelle, e si fece portare in via Mersup, all'inizio della strada, per non dare troppi sospetti. Gli ultimi metri li fece infatti a piedi, sensazione che in parte gli era mancata in quegli ultimi giorni. La sera prima aveva pensato a lungo a quanto stava succedendo e alla fine aveva pensato che forse si poteva aiutare il ragazzo, questo Max, sempre che la cosa non comportasse troppi rischi da parte sua. D'altronde non era stato cattivo o violento con lui, anzi, gli aveva consigliato di non rivolgersi alla polizia, cosa che avrebbe implicato il suo sicuro arresto, visto che teneva un libro in casa. Suonò il campanello e attese. Dopo pochi secondi, passati guardandosi in giro, a destra e a sinistra, per assicurarsi di non essere visto o controllato, il signor D. entrò, passando per il freddo cancello. All'interno Atur lo scortò fin da Boyter, ancora intento nel suo scrittoio a trascrivere un libro. - Ah - disse, voltandosi - è già qui. Bene, puntuale come un orologio svizzero! Il signor D., per la verità, era decisamente teso, quella mattina, più del solito. Scendere nel territorio dei Nascosti Puri lo spaventava, non sapeva chi si sarebbe trovato davanti. Andare da Boyter era un'altra cosa, significava trovare porcellane e legno lavorato finemente, tendaggi pregiati e divanetti imbottiti. Sottoterra, in mezzo alle fogne, le cose sarebbero sicuramente state ben diverse. Temeva di trovarvi un ambiente ostile e chiuso. Boyter diede l'ordine di chiusura allo scrittoio, e si scusò, andandosi a preparare. Quando fu di ritorno, il signor D. s'era già preparato le domande da fargli. - Io avrei ancora qualche dubbio da chiarire - disse timidamente. - Eh eh - rise - mi rendo conto che il bombardamento di novità a cui è stato sottoposto in questi giorni l'abbia incuriosita e le abbia fatto sorgere delle domande. Potrà farmene qualcuna mentre siamo in cammino. Prego, di qua - e indicò con la mano aperta una stanza di servizio, una specie di dispensa dove stava lavorando Atur. Si avvicinò a un muro e chiamò l'apertura del passaggio, esibendo retina e impronte digitali. Il muro si aprì, come i passaggi segreti dei vecchi film di Batman, e un ascensore si presentava, con le sue porte aperte, pronto ad accoglierli. - Un ascensore? - chiese impaurito il signor D.. La tensione, quella mattina, quasi come una premonizione, non accennava a diminuire. - Oh, non si preoccupi - gli diede un'amichevole pacca sulla schiena - ci metteremo solo pochi secondi. Il signor D. si trascinò lentamente al suo interno, ma con un fare molto guardingo. Dietro di lui entrò anche Boyter, che subito dopo premette un pulsante sulla colonnina di comando. Ci vollero davvero pochi secondi e quando le porte si aprirono si spalancarono alla vista di D. tutta una serie di cunicoli e gallerie buie e maleodoranti. - Quando i Nascosti furono costretti a ritirarsi qui sotto - iniziò a raccontare Boyter - utilizzarono la vecchia e desueta rete fognaria, che poi allargarono costruendo altri cunicoli. Questo qui davanti, ad esempio, è un corridoio che prima serviva per le fogne, mentre quello là, più a destra, l'abbiamo fatto noi, sedici anni fa, mi sembra. O diciassette, non ricordo più bene. Iniziarono a camminare lungo il corridoio più grande. Ogni tanto incrociavano gruppi di giovani, che salutavano ossequiosi Boyter e guardavano distrattamente il signor D.. Quasi tutti erano accomunati da un look abbastanza rigido: anfibi ai piedi, barbetta sfatta, vestiti pratici. Anche le ragazze, non molte a dir la verità, cercavano di adeguarsi a questo standard, che nella mente del signor D. corrispondeva al rivoluzionario perfetto. - Ma cos'è che sta trascrivendo? Non me l'ha poi più detto, ieri... - chiese, togliendosi quei pensieri dalla testa. - Oh, appena avrò finito gliela regalerò. Si tratta della Bibbia. - La Bibbia? - che bisogno c'era di trascrivere la Bibbia, che è stata riversata su U-Disc migliaia e migliaia di volte? - Lei è credente, signor D.? - No, non molto - rispose, intimidito da quella persona così sicura di sè. - Be’, non è un problema. La Bibbia è un libro che può dire tanto, a chiunque. Ogni riga è densa di significato... Ma non voglio annoiarla. - Oh, non si preoccupi - lo rassicurò il signor D. - piuttosto, come mai la Bibbia? Io stesso ne ho un'edizione in U-Disc a casa, sulla mensola sopra al letto. - Sì, ma quella è la Bibbia riveduta e corretta - disse ridendo e facendo svoltare il suo interlocutore a sinistra. Avevano percorso già molti metri, ma sembrava che la strada fosse ancora lunga. Boyter si accorse di questi pensieri sul volto del signor D. - è stanco? Vuole fermarsi un attimo? - Se ci fosse la possibilità... - era ancora un po' in agitazione per quell'ambiente chiuso, sconosciuto e imprevedibile. Era come se quei cunicoli fossero degli immensi ascensori immobili, ma egualmente minacciosi. Si avvicinarono a un muro e Boyter disse: «Panchina!». Una sporgenza uscì da esso, rischiando anche di colpire alle gambe il signor D., se non fosse stato per Boyter, che lo spostò con la mano destra. - Ecco fatto, ora possiamo sederci. - Mi dispiace di farle perdere tempo - si scusò - ma sa, con questo piede. - Non si preoccupi, mi rendo perfettamente conto. Dov'ero arrivato? - Alla Bibbia riveduta e corretta - sembrava che il Capo dei Nascosti, pur avendo un'agile parlantina, perdesse spesso il filo del discorso, come d'altronde capita a chi vive nei libri. Il signor D. non aveva per fortuna, tra i suoi vari problemi, anche questo. - Ah, sì. C'è qualcosa che non sa, riguarda alla Bibbia. Vede, deve sapere che quando s'iniziò a riversare su disco tutti i libri e questi a loro volta iniziarono a venir bruciati o mandati al macero, il Governo Unico operò una specie di piccolo ricatto nei confronti della Chiesa Cattolica... Gli occhi del signor D. erano sgranati e attenti. - Proprio così - proseguì Boyter - anche se ammetto che ricatto è una parola grossa. Diciamo che c'erano dei passi della Bibbia, sia del Vecchio che del nuovo Testamento, che risultavano scomodi al Governo, che potè esercitare delle forti pressioni sulla Chiesa, del tipo: «O togliete questa parte o non ve la riversiamo su U-Disc e scomparite come religione». - Ma non è possibile! - era incredulo. E i fedeli? E i preti? Non credeva proprio che avrebbero tutti accettato tanto facilmente la scomparsa del testo sacro della loro religione. - Be’, in realtà non si arrivò mai a questo punto, perché entrambe le parti avevano interesse che non si arrivasse allo scontro. Comunque lo Stato impose un certo numero di modifiche, non tante per la verità ma molto significative, e la stessa Chiesa Cattolica colse l'occasione al balzo, portando anch'essa alcuni cambiamenti al testo originale. - Signor Boyter, lei mi sta prendendo in giro - disse, non sapendo se ridere o rimanere serio - com'è possibile che da un giorno all'altro si cambi la Bibbia e la gente, i fedeli comuni, non se ne accorgano? Io, se fossi cattolico e sapessi una cosa del genere, credo che protesterei, e non poco! - Be’, signor D., deve tener presente che le modifiche non furono radicali. Anche prima Gesù moriva e risorgeva, anche prima Dio aveva creato il mondo in sette giorni. Le cose basilari, che erano entrate ormai nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo, rimasero invariate. Ciò che cambiò furono alcune parole, alcuni passi. Chi se ne accorse, pochissimi, in realtà, fu messo a tacere. E la stragrande maggioranza, non potendo più fare il confronto col testo scritto che non esisteva più, non si accorse dei cambiamenti. - Ma di che tipo di cambiamenti stiamo parlando? Politici? Altrimenti che utilità avrebbe avuto il Governo...? - Sì, politici ma non solo. Ci rimettiamo in cammino, che dice? - Sì, certo, mi scusi. Mi ero lasciato prendere dalla discussione - parlare con Boyter lo interessava molto, era come se avesse riscoperto in quell'uomo, più giovane di lui di qualche anno, un nuovo padre o nonno, che racconta al bambino come va il mondo e gli spiega le cose. - Le faccio un esempio, così da renderle più chiara la questione. Poi, potrà trovarne molti altri lei stesso, confrontando direttamente la sua versione U-Disc col testo da me trascritto. - Oh, non credo proprio che ascolterò U-Disc, per i prossimi anni! - nella mente del signor D. erano ancora ben presenti le parole del giorno prima, riguardo ai danni che quell'aggeggio causava al cervello. Anzi, gli sembrava addirittura che quel giorno il CON gli dolesse molto meno, visto che era un po' che non usava nessun lettore, ma poteva trattarsi benissimo di autosuggestione. - Fa male! Le ho detto che non bisogna abusarne, non che bisogna evitarli come la peste - e rise. Poi riprese: - Comunque proprio ieri lei mi ha detto di aver trovato, nel libro che ha a casa, la parola fratelli, no? - Sì, era una delle cose che volevo appunto chiederle. - Fratelli, come avrà potuto notare cercandola nel Dizionario, è una parola proibita. Un tempo con quella parola si indicavano due figli della stessa madre e dello stesso padre. - Come? - non aveva capito bene la definizione. - Quando una coppia aveva due figli, questi due erano tra loro fratelli - si spiegò meglio Boyter. - Come faceva una coppia ad avere due figli? - chiese però, divertito, il signor D.. Ogni nuova affermazione del suo interlocutore sembrava, sulle prime, una battuta di spirito e solo dopo iniziava ad assumere dei contorni inquietanti. Comunque stava iniziando ad abituarsi a quell'ambiente, all'oscurità, alle facce dei ragazzi incrociati nei corridoi, all'eco dei passi. - Un tempo le coppie non erano obbligate, per legge, ad avere al massimo un figlio, com'è ora. Un tempo c'erano anche famiglie con due, tre, quattro, cinque figli e in qualche caso anche di più. - Ma com'è possibile? È contro natura! - protestò il signor D.. - No che non è contro natura. È una falsità che le donne possano avere un solo figlio, nella loro vita. Le donne possono avere quanti figli vogliono, a seconda del loro fisico e di altri fattori. È stato il Governo Unico a mettere in giro i falsi dati sul problema della fertilità femminile. Quando una donna rimane incinta per la seconda volta, viene fatta abortire a forza, facendole credere che quel secondo figlio ne metterebbe ad altissimo rischio la vita. - E non è così? - chiese, angosciato. - Assolutamente no. - Ma perché una cosa del genere? A che pro? Non c'entra assolutamente niente col pluralismo, la democrazia e tutto il resto. Perché uccidere dei feti senza motivo? - No, no, caro amico, il motivo c'è. Giri di là, prego - gli fece, indicandogli un tunnel sulla destra. La strada era stata lunga, fino a quel momento, ma quei discorsi avevano catturato l'attenzione del signor D., che non badava più al suo piede e alla sua storta. - Ha presente - riprese Boyter - la Politica di Controllo Demografico? La si studia anche a scuola... - Certo. Tutti sanno cos'è. - Bene. Si tratta di un programma per mantenere costante il numero di abitanti della Terra, per non andare incontro all'estinzione. Per questo, ogni anno si fa un rapido censimento dei morti e dei nati e vengono creati tanti cloni quanti servono per far chiudere il bilancio in pareggio. - Sì e non ci vedo niente di male in questo. - Lei si è mai chiesto chi viene clonato? Crede che vengano scelti a sorte oppure in base ai meriti scolastici? - Non c'ho mai pensato, a dire la verità... - rispose, stupito. - Vengono clonati solo i soggetti considerati più remissivi e obbedienti, in base ad appositi test condotti tramite U-Disc. Viene clonato solo chi sarà per sempre fedele al potere costituito. - Ha le prove, di questo? - chiese il signor D., sperando che fosse solo uno scherzo o comunque non un'operazione su vasta scala. - Certo che le ho. Ed è così in ogni parte del mondo. Fa tutto parte di un meccanismo di controllo che ci attanaglia tutti. Non ci fanno leggere ma solo sorbire quello che va bene a loro e perdipiù in una maniera che ci porta a una morte precoce. Non ci permettono di comunicare e di esprimere le nostre opinioni se non a voce e c'è un vecchio detto, che lei non può conoscere, ੣