Il mio scrittore preferito ovvero Giovane, bello ma dannatamente pallido Io ho un amico, un amico famoso, e questo mio amico è il mio scrittore preferito. È giovane ed è considerato un ragazzo prodigio: ha già pubblicato un romanzo, ha vinto dei premi, ha scritto e continua a scrivere per riviste degli argomenti più vari, dalla letteratura alla cucina. D'altronde, il mio amico è un tuttologo e non ha problemi a districarsi tra i fornelli come non ne ha nel lavorare con la penna. E poi è pure scienziato, il mio amico. Un genio, un vero genio. Fuori dal palcoscenico pubblico, però, questo mio amico, che d'ora in poi chiamerò PG per far prima, dicevo fuori dal palcoscenico è una persona normalissima, coi suoi tic, le sue manie, le sue paranoie. Normalissima e un po' sfigata, a volerla dir tutta. È per questo che non vi dico chi è ed uso delle iniziali volutamente inventate: non voglio rovinargli la piazza, visto che sono sicuro che anche voi pensiate, dai libri e dalle riviste, che sia un ragazzo adorabile, da conoscere a tutti i costi. Ad esempio, l'altra sera siamo andati in discoteca, io, lui e una serie di nostri altri amici. Qui, nella zona in cui viviamo, le discoteche si sprecano e noi giovani ragazzi di belle speranze vaghiamo dall'uno all'altro luogo di ritrovo, un po' per conoscerci, un po' per studiarci. Ognuno ha le sue strategie d'abbordaggio nei confronti del mondo femminile, perché, cosa volete, alla nostra età è questo il nostro principale obiettivo, ma sicuramente PG, vuoi per il talento letterario, vuoi per quest'aria stralunata da divo pop, è quello più originale di tutti. Per abbordare lui usa le frasi del suo romanzo: c'ha lavorato così tanto su quel libro che ormai non riesce più a viverci senza, poveretto; e poi, con tutte le critiche entusiastiche che ha ricevuto, è convinto che quelle parole possano conquistare il cuore di ogni donzella. La cosa, di per sé, sarebbe anche interessante, intrigante, ma la bella ragazza che frequenta le discoteche della nostra zona raramente ha letto i libri (anzi no, il libro, perché a volte ci dimentichiamo che è dappertutto ma di libri in realtà ne ha scritti uno solo) di PG. E poi, citando le frasi del suo libro, PG finisce sempre per parlare al passato remoto e in terza persona e la cosa infastidisce un casino le cubiste. Provate voi ad avvicinare una che ha fatto l'alberghiero e dirle: «La vide da lontano e subito volle parlarle». Vi guarderà sconvolta e poi tornerà sul suo bel cubo, pronta a concedersi al primo illetterato che passa. Le cubiste preferiscono gli stupidi. «Tutta la stanza era intrisa dell'odore intenso di suo padre (pagina 72)» disse PG, entrando in discoteca. Ora, il padre di PG, come forse saprete, fa il ginecologo e tutti noi del gruppo abbiamo interpretato la frase, presa appunto dalla pagina 72 del suo libro, traducendola in un più banale «Questa discoteca puzza di patata». Va sempre interpretato, il buon PG. Ci guardammo tutti intorno. Effettivamente PG aveva ragione: belle ragazze ovunque e tutte apparentemente disponibili. Ognunò iniziò, lentamente, ad addocchiare la sua possibile preda, cercando di non sovrapporci: c'era tanta scelta e non c'era bisogno di accanirsi l'uno contro l'altro. «Puntò il mirino al centro del suo viso (pagina 144)», se ne uscì PG. «Sì, vabbè, quella te la prendi te, abbiamo capito». Le si avvicinò col suo sguardo sornione, il suo ciuffetto biondo da bravo ragazzo, l'aria solita da figlio di una professoressa: «Ti piace la festa? (pagina 89)», le disse. «Pagina 89?», rispose lei. C'era sempre quest'attimo d'imbarazzo, quando cominciava una conversazione in questo modo. «La faccia di Mattia riprese a formicolare per l'emozione (pagina 26)», riprese lui, che fa sempre tanto lo spavaldo ma in realtà sotto sotto è un gran timidone. «Mattia? - disse lei - Sei tu Mattia?». «Mattia annuì e s'immaginò la signora Fernanda dentro quel vestito (pagina 121)», continuò lui, che in tutto il suo libro non citava mai il suo nome e quindi non poteva certo spiegarle di chiamarsi come si chiamava e di fare lo scrittore: PG ama il narratore onniscente e non può tradire le sue fondate credenze letterarie imparate nel fior fiore delle scuole di scrittura creativa. «Cos'hai detto?», s'incavolò lei, che prima di tutto non si chiamava Fernanda, e poi trovava sconveniente che uno sconosciuto iniziasse a immaginarsela dentro a questo o a quel vestito prima ancora di sapere il suo nome. Certo, la discoteca è un luogo in cui tutti vanno per incontrarsi e magari conoscersi pure più in profondità, ma ogni tappa ha bisogno dei suoi tempi e PG stava andando troppo veloce anche per Fernanda (che comunque non si chiamava Fernanda). Lo piantò lì in asso, al bordo della pista, incapace di concepire uno che si esprimeva con frasi senza senso e numeri di pagina. «Respirava soffiando tra i denti (pagina 101)», commentò PG con noi amici, come a dire che la tipa in fondo era abbastanza fastidiosa e non gli piaceva poi così tanto. «"Be', possiamo consolarci con il secondo" disse Fabio (pagina 185)»: PG non si abbatteva certo alla prima difficoltà; morto un papa se ne fa un altro. Il nome, intanto, come vi sarete accorti, era mutato in Fabio. Non c'erano abbastanza citazioni a nome Mattia per farci tutta una serata. Addocchiò, quindi, una ragazza alta, bionda, che rovistava nella sua borsa nera. Le si avvicinò: «Adele cercava il portafoglio nella borsa (pagina 27)», le disse. «Adele?», reagì lei. Nella zona erano ancora in pochi ad essere abituati alla particolare verve comunicativa di PG. «Lei controllò distrattamente dentro la borsa di avere tutto, per guadagnare ancora un momento (pagina 179)», fece lui, desideroso di sviare le domande della bella ragazza. «Che vuoi dire? Sei un borseggiatore? Devo chiamare la sorveglianza?». Nonostante la faccia da bravo ragazzo, PG spesso preoccupava le ragazze sole. Sarà stato perché quelli che hanno il viso troppo pulito prima o poi impazziscono e squartano tutti con un coltellaccio da cucina. «Li portò al chiostro dei gelati e comprò due ghiaccioli al limone, che pagò lei (pagina 200)», riprese lui, tentando di spostarla verso il bar. «Come "pagò lei"?», rispose però la ragazza, che stava iniziando ad entrare nel meccanismo dei ragionamenti di PG e, di sicuro, non voleva offrire lei. Quando mai una ragazza che si fa rimorchiare paga le consumazioni? E, soprattutto, da quand'è che c'è un chiostro dei gelati dentro alle discoteche dell'hinterland? «Ragazzo mio - fece lei, con l'aria di una che ne ha già viste fin troppe nella vita per farsi incantare da uno scrittore al romanzo d'esordio, fosse pure PG -, primo: non mi chiamo Adele; secondo: qui non vendono gelati; terzo: non offro io». «"Andiamocene allora" disse la sposa al marito (pagina 201)». «Non parlarmi di matrimonio, ragazzo. Sei già la terza offerta della serata», lo stoppò la sempre più navigata interlocutrice. «Percorsero il viale fin quasi al ponte, poi il fotografo svoltò a destra e seguì la strada che costeggia il fiume (pagina 260)», controbattè lui. «Che vuoi dire? Vuoi tornare in città? E come? Ce l'hai la macchina?». «"Vi chiamo un taxi" disse (pagina 229)». «Ah, quindi sei senza macchina... Be', forse non è nemmeno un difetto: non sarei stata troppo sicura a salire su una macchina guidata da un tizio come te», rispose lei. «"Io prendo il pullman" si affrettò a dire Mattia (pagina 229)». «Come il pullman? E chi mi paga il taxi? Non dovrò mica pagarmi anche questo da sola?». Nonostante le laute vendite del suo primo libro e i numerosi racconti commissionati a destra e a manca, PG era sempre al verde e questo poteva essere un bel problema nel cercare di rimorchiare. «Vabbè, senti - riprese lei, dopo un attimo di pausa -, forse è meglio che ci salutiamo. Ho degli amici là in fondo con cui voglio scambiare qualche parola, ok? Sei qui da solo? Quelli sono amici tuoi? Ecco, vai da loro, stai un po' in compagnia, passa una bella serata». Poveretta, provava un po' di compassione per il povero PG: tanto bravo con le parole, tanto scarso con le donne. Tornò da noi, che subito gli chiedemmo com'era andata con la tipa: «Con l'indice si batté due volte sulla tempia destra (pagina 68)», rispose lui, come a dire «Un'altra matta... ma devono capitare tutte a me?». Quindi se ne uscì dal locale, a prendere una boccata d'aria. Faceva sempre così, PG: dopo la seconda che gli andava buca, usciva a schiarirsi le idee. Tornò un paio di ore dopo, vantando incredibili incontri di cui, chiaramente, non poteva portare alcuna prova: l'attitudine letteraria lo rendeva un clamoroso contapalle. «Fuori dal locale aveva vagato per mezz'ora alla ricerca di una fontana, per levarsi di dosso quell'odore (pagina 164)», disse. Poi farfugliò qualcosa su una ragazza sudamericana incontrata nel parcheggio che l'aveva portato fino a casa sua, promettendogli sesso selvaggio gratuito: «Nell'armadio di Soledad c'erano solamente vestiti neri, intimo compreso (pagina 69)», disse enigmatico, alimentando da buon narratore la nostra attenzione ed eccitazione; proseguì poi con un «Voleva scoprire se quel grumo ingombrante di desiderio che aveva piantato nella testa si sarebbe davvero sciolto come burro, al semplice contatto con il compagno di cui si era innamorato (pagina 59)». «Innamorato?», chiedemmo noi, calcando la voce sull'ultima "o". Eh, sì, la bella Soledad aveva avuto un passato tormentato, anche dal punto di vista chirurgico: «Misurò il punto esatto in cui doveva stare l'orlo degli slip, perché si vedesse il tatuaggio ma non la cicatrice che partiva subito sotto (pagina 81)», spiegò PG. Quando aveva scoperto l'inghippo, il buon PG si era ovviamente tirato indietro, perché lui era un giovane scrittore di sinistra, sì, ma pubblicava da Mondadori e quindi tanto autonomo ed aperto a nuove esperienze non lo era. «Gli tremavano le mani (pagina 241)», confidò a noi amici. E così la serata finì, uguale a tante altre. Tornammo in città, dando prima il solito passaggio a PG fino a casa sua, in provincia. Rifiutò anche una capatina in un secondo locale perché la mattina dopo doveva scrivere un racconto e non poteva fare troppo tardi: la vita dei narratori è proprio dura.