Vi avevamo promesso sesso a bizzeffe e lo sappiamo che siete ancora su queste pagine solo per questo. Se vi promettevamo lotte greche-romane o drammoni esistenziali col cavolo che vi ritrovavamo ancora su questi schermi, di sicuro scappavate altrove, scappavate su YouTube o, se siete maschietti, su YouPorn e simili. Brutti maiali, voi uomini siete tutti uguali. Noi uomini siamo tutti uguali. Edgardo è tutto uguale, anche lui: nel senso che ha la faccia come il culo, le braccia come le gambe, le mani come i piedi. E non è una qualità. Comunque siete incollati qui, schiavi dell'attesa, incuriositi perché nulla c'incuriosisce più dell'amore, niente ci smuove più del sesso.
E noi, da bravi figli di quest'Italia televisiva e sondaggista, vi diamo ciò che volete, non staremo qui a disquisire sulla moralità, sul buon esempio, sul compito educativo dell'arte. No. Volete sesso? E sesso avrete. Il guaio, l'unico, è che il protagonista di questo sesso è il nostro Edgardo. Sì, proprio il timido, imbarazzante poeta minore di cui avete da poco letto le gesta (sempre ammesso che voi non leggiate un capitolo di un libro e poi facciate una pausa di un paio di mesi prima di passare a quello successivo, come facciamo noi di solito). Edgardo, avete presente? L'uomo dal capello unto e rado, l'uomo che s'ìspira ad Edgar Lee Masters come maestro di vita e guru spirituale: com'è possibile, direte, che un tale scherzo della natura abbia potuto trovare qualcuno con cui copulare? Com'è possibile che lui sì e io no (perché lo sappiamo, cari lettori, che se leggete le nostre pagine è perché non c'avete la donna o l'uomo con cui copulare... sì perché o si legge Edgardo o si copula: tutto il resto nella vita è aria fritta)? Possibile, quindi che lui abbia trovato una donna? Possibile, possibile. Tutto è possibile nel fatato mondo dell'amore.
Andiamo con ordine, però, non metteteci fretta, pazzi scriteriati: una storia si racconta punto per punto, senza saltare di palo in frasca. Con calma. Partiamo da dove eravamo rimasti e cioè dalla cocente delusione derivante dal rifiuto del Corriere della Sera che, come detto, non aveva voluto saperne di assumere il nostro buon protagonista nel ruolo di giornalista specializzato in coccodrilli. Proprio quel giorno, il giorno in cui si presentò a via Solferino, Edgardo vagò ancora a lungo per Milano, città non sua, città ignota, città piena di sorprese. Gli piaceva girare lungo strade che non sapeva dove andavano a finire, e lo faceva spesso. Qualche volta gli era toccato pure chiamare il 112 perché si era perso e non capiva più come tornare al punto di partenza (e meglio non riportare le parole con cui il 112 gli rispondeva, accusandolo di tenere occupata una linea deputata alle urgenze), ma il più delle volte l'esperienza era positiva, lo portava ad allargare le sue vedute, a conoscere l'Italia vera, profonda, come amava definirla lui nelle sue poesie. Sì perché poi, una volta tornato a casa, dedicava una poesia a tutte le persone che aveva fermato per strada per chiedere indicazioni. Poesie mortuarie, ovviamente, com'era il suo stile, in cui raccontava come sarebbe morto il signore col cappello che gli aveva indicato piazza Garibaldi o il ragazzino con l'iPod di via Matteotti; e se la gente lo avesse saputo, probabilmente non gli avrebbe dato le indicazioni stradali così volentieri.
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La copertina del libro è una rielaborazione di iadunps di una foto di Brooke Anderson. Qui l’originale su Flickr e qui la licenza Creative Commons](Edgardo_files/shapeimage_4.png)







